lunedì, Aprile 19

Politica e social network: diritto di proprietà o diritto di censura? Si è dato il là ad un apparente inevitabile svuotamento di legittimazione dei luoghi un tempo deputati ad accogliere il pensiero politico

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Il giorno dopo l’insediamento di Joe Biden, mi tocca parlare ancora di Trump. L’agire umano odierno sta tra un restringersi del pensiero democratico ed un allargarsi a dismisura del World Wide Web, www. Riporto le seguenti parole “Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini (Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?). Così Jean Baudrillard, filosofo e sociologo francese di rilievo, declina il rapporto tra individuo ed immagini, simboli e significato in un’epoca caratterizzata da un inesorabile trasloco cognitivo e simbolico, affettivo e relazionale delle nostre vite e delle società dalla realtà reale, diretta, verso l’alter-mondo virtuale di cui mi sono occupato (M. Conte, ‘Fiducia e tradimento).

L’azione umana nell’età del trattamento elettronico dei dati suscita quesiti ed interrogativi nei rapporti tra sistema della tecnica ed ambiente sociale. Tema centrale nel dibattito pubblico del villaggio globale, che dopo anni di stupore infantile delle tecnologie della comunicazione e del controllo riflette sul debordante ed incontrollato potere di controllo dei produttori di senso collettivo che i grandi Big o players globali esercitano nel governo virtuale (solo?) del mondo. Soggetti privati che dai servizi in Rete e dalla raccolta di informazioni sono arrivati a costituire una minaccia non solo per le pratiche della democrazia ma un pericolo per la libertà umanaSignifica comprendere ciò che si cela dietro lo sviluppo elettronico della realtà addentrandosi nei meandri di un palcoscenico in apparenza solare e scanzonato, arrivando ad un dietro le quinte dove gli aspetti sconcertanti pericolosi ed antidemocratici acquistano un peso ed un segno affatto diverso da ciò che il senso comune vede o percepisce.

Lo squarcio avviene solo che le persone vogliano vedere oltre le gradevoli apparenze di cookies o giochini con cui frammentiamo pensieri e sguardi. Poiché la cecità è la malattia costitutiva connessa all’iperrealtà informativa che ci sovrasta, ci avvolge, ci cinge, ci preclude la vista, presi dai nostri problemi quotidiani ritenuti a torto estranei a tali questioni. Che al contrario hanno modificato la percezione in tre vettori importanti: la configurazione del nostro sé, il rapporto con la realtà e con il mondo circostante. Con effetti nel discorso pubblico, della politica, del governo della popolazione, nelle strategie di governo, nell’indicazione di priorità sociali ambientali etiche. Tutto cominciò con l’etica hacker e con il mondo virtuale libero da ogni costrizione vincolo e volontà di regolamentazione in uno spazio entropico s-confinato, illimitato dalla potenza dei gigabyte.

Un territorio soffice, un alter-mondo gioioso chiaro fresco pulito inodore a compensare il mondo reale del sudore sofferenza sangue privazioni violenze morti. Differenza cruciale con la notte dei tempi umana è che tutto ciò oggi è rifratto in milioni di schermi fermo immagine, nei visori dei cellulari, fino alla più intima intimità. Oggi quella storia dell’impetuoso ed inarrestabile progresso tecnologico dell’evoluzione elettronica si conclude come tappa verso nuovi traguardi con social media di proprietà di amministratori privati ormai assurti al ruolo di produttori di senso collettivo e pubblico che silenziano un Presidente, finalmente fired, inibendone l’utilizzo per una o due settimane.

Come ha fatto Twitter e poi Facebook con Trump. Concentriamo l’attenzione su Twitter, il promulgatore di una legittimazione dell’ignoranza fattasi massa, 140 caratteri di pochezza, che ha avuto l’ardire di bannare’ (bloccare, per i non nativi digitali) l’ormai ex inquilino alla Casa Bianca. E giù dibattiti immediati in cui si recitano copioni di parole sulla libertà di espressione, sull’osceno che deve essere garantito perché altrimenti diventiamo come ‘loro’, quelli che vogliono silenziarci. Poi in seconda istanza la mente raffredda i primi miliardi di commenti ad usum social, quelli dove gli schieramenti contrapposti non dormono mai, ed appena sorge un caso sono già lì pronti ciascuno a recitare il proprio sermone.

Buona la prima, stacca la linea, attenti che arrivano altre notizie su cui alimentare le innumerevoli ignoranze e confermare le nostre ragionevoli ragioni contro i loro storti torti. Da qui dovrebbe cominciare una riflessione (un dibattito è già più difficile dopo Nanni Moretti e ‘no, il dibattito no!’ con cui una generazione ha pensato di poter dire di tutto). Qui al contrario finisce, poiché sindrome dell’epoca è la velocità del mezzo elettronico vs. la lentezza del pensiero in uno spazio e tempo implosi/esplosi in uno spazio permanente di vuoto eccedente le nostre capacità di riempirlo. In cui il tempo è paradossalmente a-crono, kronos tempo, ovvero senza tempo, in cui matura un paradosso del mondo attuale: non abbiamo mai tempo per riflettere sul tempo immediato di notizie immagini sottofondo continuo permanente che arrivano a noi in tempo reale senza essere cercate. Così non sappiamo selezionare da tale eccedenza simbolica del reale informativo, figurarsi riuscire a provare a declinare il versante del vero o del falso rappreso in ogni comunicazione, tra le centinaia o migliaia, che ci assalgono per renderci più consapevoli di non saper più come districarci.

Che cosa ha a che vedere ciò che ho detto con l’accadimento estremo richiamato dal confronto aspro tra, wow!, l’ormai ex Presidente americano ed un trasmettitore di notizie come Twitter, tra i grandi dell’epoca social, luogo di compressione della ragione in pochi caratteri, a mimare un pensiero ormai rattrappito su se stesso, incolto, involuto, magari fumettistico? Mai posseduto e che non ho mai neanche provato a prendere a prestito come capace di comunicare ciò che penso-dico-scrivo. Già questo nel molto modesto e mediocre mondo circostante basterebbe per essere collocato da qualche ignaro ignoto insignificante non pensante in una sorta di ‘casta’!, un’élite perché culturale.

Vediamo alcuni aspetti della vicenda Twitter. Innanzi tutto la questione della libertà di espressione, della compressione dei diritti costituisce un tema serio. La questione prende le mosse dalle pratiche prima occasionali oggi d’uso consuetudinario riguardo alle forme di governo e di comunicazione tra élites politiche e popolazione. In passato di tale azione si occupavano Esecutivi di governo, Parlamenti, sedi istituzionali dove elaborare e comunicare le decisioni politiche assunte. Con tutto il contorno di forma e sostanza connesso ai tempi di elaborazione e comunicazione dei messaggi da diffondere. Insomma, luoghi istituzionali presi nel loro agire operativo e simbolico a cui guardare da parte del popolo per confermarsi del proprio esser parte di una comunità politica e sociale. Con tutti i suoi contrasti e conflitti politici ed ideologici ma convergenti su una comunicazione che deriva dal latino ‘communi agere’, agire in comune attraverso un linguaggio e di un codice linguistico condiviso.

Tutto il contrario di un politico sui generis che non ha tanto e solo spaccato il Paese americano, quanto, ed è più pericoloso, ha ammesso nel dettato istituzionale movimenti gruppi e leader dell’estrema destra antisistema americani. Insomma ha scoperchiato il Vaso di Pandora facendo uscire un dark side of the moon su cui non va dimenticato hanno convenuto ben 74 milioni di americani. Ne è uscito un abbozzo di colpo di Stato il 6 gennaio scorso. Si è ratificato con il medium messaggistico l’inesorabile svuotamento di luoghi e sedi istituzionali formali deputati alla presa delle decisioni politiche da chi governa un Paese, un ministero, un’amministrazione pubblica, giù giùfino ad un condominio.

Il ‘fare’ politica ha così utilizzato un canale privato per veicolare accordi internazionali, minacce di rappresaglie alla Corea del Nord, volgarità e sberleffi verso tutti gli avversari politici considerati nemici, con brutture oscene verso le donne. Una parentesi: nel 2016, anno di insediamento trumpiano, in Italia governava il Renzi egocentrico, il quale con l’americano condivideva l’uso smodato e compulsivo di Twitter. Comunicava politica così al composito ‘popolo’, anch’egli populista. Oggi, con la scellerata crisi di governo aperta contro il Conte II ha pontificato che la politica si fa nelle sedi deputate, non con i social! Superbo non c’è che dire!

Antico vizio, accusare altri oggi ciò che si è fatto ieri, che vale anche per l’accusa al mio omonimo di non voler abbandonare la delega sui Servizi segreti, stessa cosa che voleva fare il rignanese d’Arno dando quella delega alla cyber sicurezza nazionale ad un privato, amico suo! Ah il moralismo d’accatto che combina… Quest’uso autoreferenziale dei social li ha legittimati a ruoli e funzioni istituzionali mai promulgate da alcuno. Si è dato così il là ad un apparente inevitabile svuotamento di legittimazione dei luoghi un tempo deputati ad accogliere il pensiero politico, complice il progressivo svuotarsi di partiti ed organizzazioni di massa ammesse alla Storia nel Novecento.

Un secolo dopo la politica ha modificato i processi di comunicazione mediatica e di persuasione che vengono targetizzati sui supporti elettronici individuali di massa. Negletti e sminuiti dunque i luoghi istituzionali dove pronunciare la parola pubblica, trovato un anziano compulsivo come l’americano Trump dormiente poche ore, la tribuna politica del sullodato è divenuta Twitter.

Così decisioni comandi e politica internazionale (!) sono stati teatralizzati in poche battute, quelle di cui è capace, su un sistema di diffusione planetario immediato per estensione e tempo. Nel prosieguo del tempo e fino alle ultime pericolose ricadute, il messaggio è divenuto da roboante volgare, fino ad essere una cassa di risonanza di minacce ed inviti all’insurrezione. Qui il Ceo del social ha deciso che fosse troppo, decisione seguìta da Facebook. Scatenando i favorevoli e contrari.

Se dal versante del medium è diritto di chi lo possiede bloccare chi ne fa uso improprio codificato nelle istruzioni, ad unico parere del proprietario del mezzo, dall’altro versante è possibile “togliere la parola” ad un Presidente? Diritto di proprietà o diritto di censura? Il grave vulnus precede tutto ciò. Non andavano usati tali mezzi per propagandare la politica. Qui si apre un altro tema enorme, che accenno solo. Se la politica per prima ha smarrito i suoi connotati, vincoli, procedure, forme sovrane costitutive di sostanza di governo, perché non adeguarsi? Senza che nulla sia stato regolamentato, e poi da chi e per quali scopi?, lasciando così ad entrambe le parti ragioni e torti. D’altronde la politica non esiste più essendosi trasformata da tempo in un’estetica rappresa nella società dello spettacolo. E cosa di più spettacolarizzabile della politica, tra le attività umane quella che meglio si presta ad una commedia dell’arte? In Italia come quasi ovunque.

Essendo la politica ormai ostaggio di comici, attori, miliardari palazzinari, pochi politici formatisi in luoghi specifici. Vi è poi il tema della scappatoia del Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione. Tema ambiguo, ragion per cui bande e gruppi estremisti di azione terroristica possono scorazzare liberamente nel paese appellandosi a quella facoltà concessa a tutti, che gli estremisti nel mondo vorrebbero negare con le armi a molti. Ma fino a quale azione, a quale pensiero di odio ci si può spingere? E soprattutto chi lo decide, un singolo nel solco di un potere proprietario inamovibile o un politico pubblico che arbitrariamente può decidere chi parla e chi no, secondo le sue preferenze più o meno democratiche? Come si vede, oltre gli schieramenti avversari, nefasto sport dell’epoca, conviene rallentare la riflessione così da approfondire il pensiero. Il fatto è che i social oggi dettano i tempi, non dandoci il tempo per riflettere. Perché pensare è un atto pericoloso per qualsiasi potere.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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