sabato, Settembre 18

Polexit? no, ma la somma dei casi sta diventando pericolosa Le conseguenze della decisione UE di attivare l'articolo 7. Ne parliamo con Stefano Bianchini, professore di Storia e Istituzioni dell’Europa Orientale

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Mercoledì scorso, per la prima volta nella storia dell’Unione, la Commissione Europea ha deciso di attivare la procedura d’attivazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro uno Stato membro, in questo caso la Polonia. La misura, adottata per prevenire il rischio di una grave violazione dei valori fondamentali dell’Ue, prevede inizialmente il taglio dei finanziamenti – 1/3 dei finanziamenti che la Polonia riceve è rappresentato dai fondi Ue di cui è il massimo beneficiario– successivamente la perdita del diritto di voto nelle istituzioni europee.
Per essere applicata a tutti gli effetti, il Consiglio Europeo avrà bisogno dell’approvazione di 22 dei 28 Stati membri in favore della proposta della Commissione. Come riferito da
Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, il provvedimento è stato preso in seguito alle continue leggi messe in atto dal Governo polacco che minano la stabilità della democrazia in Polonia. In particolare, è stata messa sotto accusa la riforma giudiziaria voluta dal partito Diritto e Giustizia (PiS, Prawo i Sprawiedliwość) di Jaroslaw Kaczynski, che minerebbe l’indipendenza del potere giudiziario e in generale il principio della separazione dei poteri.

La riforma, ritenuta dalla Commissione una «violazione dello Stato di Diritto», prevede che i 3/5 della Corte Suprema polacca, uno degli ultimi organi imparziali, vengano direttamente nominati dal Ministro della Giustizia. Ai parlamentari il compito di indicare i componenti del Consiglio nazionale della Magistratura, che elabora le linee guida etiche e sceglie le candidature dei giudici ai diversi livelli.
Secondo il Governo, guidato dal partito
Diritto e Giustizia (PiS, Prawo i Sprawiedliwość), le misure rientrano nella generale lotta alla corruzione delle élite presentata dalla destra nazional-populista, che detiene la maggioranza in entrambe le Camere.

Dal 2015, anno in cui Jaroslaw Kaczynski è tornato al Governo, anche se il ruolo di Primo Ministro  è di fatto ricoperto da Mateusz Morawiecki, la destra nazionalista ha sempre accusato il sistema giudiziario e la classe dirigente post sovietica di corruzione e contiguità con le strutture del potere comunista. Utilizzando questo pretesto, sono state fatte passare per democratiche delle riforme che vanno contro la libertà individuale, la democrazia e la parità di genere.

La decisione della Commissione europea di avviare la procedura contro la Polonia, ha avuto delle ripercussioni anche sul piano internazionale. Durante la votazione all’Assemblea delle Nazioni Unite in merito alla decisione di Donald Trump di spostare l’Ambasciata americana a Gerusalemme, la Polonia si è astenuta dal voto. Alla decisione polacca, si sono allineati anche altri Stati dell’Europa orientale (Romania e Croazia) e alcuni dei membri del cosiddetto gruppo di Visegrad (Ungheria e Repubblica Ceca). L’astensione di questi Stati è andata in direzione opposta alla linea degli Stati europei della UE, che hanno votato compatti contro la decisione americana condannandone gli effetti.

Quali sono le conseguenze per la stabilità dell’Ue? E che cosa rappresenta il voto del gruppo Visegrad all’ONU? Ne parliamo con Stefano Bianchini, Professore di Storia e Istituzioni dell’Europa Orientale presso l’Università di Bologna.

La Commissione ha avviato per la prima volta la procedura per l’attivazione dell’articolo 7. Cosa rappresenta questa scelta in merito alle relazioni tra Ue e Polonia?

É un segnale indicativo sotto diversi profili. Da un lato, già da tempo si era verificata una discresia fra i valori dell’Unione Europea e i valori di alcuni Governi, ricordo per esempio le sanzioni contro l’Austria nel 2000, anche se avviate dagli Stati membri. Questa però è la prima volta che la Commissione prende una decisione di questo tipo, che può avere delle ripercussioni molto importanti, in quanto può portare alla perdita del diritto di voto e, prima, al taglio dei finanziamenti che riguardano la coesione territoriale e il sostegno alla risorse per i settori meno sviluppati e  questo, ovviamente, inciderebbe moltissimo sullo sviluppo del Paese

La decisione della Commissione potrebbe essere un elemento consolidante per i rapporti tra gli Stati dell’Est Europa?

Potrebbe essere vero da una parte e meno vero da un’altra. Non è detto, per esempio, che la Slovacchia segua fino in fondo la Polonia in una bagarre politica; la Repubblica Ceca, d’altra parte, è molto divisa al suo interno; l’Ungheria, invece, potrebbe essere il Paese che potrebbe esprimersi in linea con la Polonia, però anche in questa situazione bisognerebbe analizzare le conseguenze e le ripercussioni. Il contesto riguarda l’insieme dei Paesi e come si muoveranno e non è detto che si muoveranno all’unisono. Certamente dipenderà dalla decisione di Francia, Germania e gli altri Stati centrali di rompere gli indugi e andare verso ancora una più intensa cooperazione lasciando altri Stati fuori dalle decisioni importanti e fuori dal progetto europeo, non per esclusione ma per l’enorme distanza tra le direzioni politiche dei diversi Stati.

Un altro Stato centrale, l’Austria, si sta muovendo su delle posizioni ideologicamente simili a quelle dell’Est Europa e in particolar modo del gruppo di Visegràd. Secondo lei in Europa centrale c’è un nuovo Stato pronto a guardare verso Oriente?

Questi scenari sono da un lato poco collegati tra loro ma, paradossalmente, dall’altro sono pericolosi e contribuiscono ad affossare il progetto di Unione Europea. L’Austria, con un Governo così pesantemente spostato verso destra con una parte di Governo dichiaratamente razzista e xenofoba, può avere un impatto molto negativo. Kurz si è subito impegnato a tranquillizare la Commissione europea andando a Bruxelles e sostenendo nei confronti del Governo italiano che le decisioni riguardo alla doppia cittadinanza per il Sud Tirolo saranno prese in accordo con Roma. Questo vuol dire che per ora l’Austria cerca delle soluzioni condivise, però tutto questo contribuisce ad aggravare la crisi dell’Unione Europea e bisognerà capire a breve che cosa succederà con il Governo tedesco.

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