martedì, Settembre 21

Pogrom anti indù (e cristiano) dopo il voto field_506ffb1d3dbe2

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I corpi di Monika Mridha e suo figlio Sushil, rispettivamente 65 e 44 anni, sono stati ritrovati  nelle campagne del distretto di Barisal la mattina del 7 gennaio scorso, uccisi da una moltitudine di ferite da armi da taglio. Monika e Sushil erano due agricoltori noti nella zona per le loro dispute sulla proprietà terriera con i proprietari limitrofi, subito accusati dai vicini per il duplice omicidio. Ma anche per essere malvisti dagli stessi avversari per la loro fede cattolica. Ciò che ha fatto probabilmente la differenza, nel caso di Monika e Sushil come tanti altri, è stato il clima di violenza scatenatosi durante e dopo le elezioni del 5 gennaio scorso, che sembra aver fornito un alibi ideale alle tensioni interconfessionali.

Il boicottaggio elettorale e gli scioperi generali scatenati da parte del Bangladesh National Party (BNP) contro il Governo, accusato di portare avanti una elezione fraudolenta, hanno coinvolto altre 17 formazioni politiche, ivi compresi quelli di ispirazione integralista islamica. In particolar modo la Jamaat-e-islami Bangladesh, decimata dagli arresti dei suoi leader ed esclusa -di fatto- dalle consultazioni, si è mobilitata anche in maniera violenta.

La commistione tra militanti del principale partito di opposizione e islamisti radicali si è fatta sempre meno evitabile, anche per responsabilità dei vertici del BNP che hanno iniziato ad usare metodi di lotta sempre più radicali, come i blocchi stradali e ferroviari e gli scioperi indiscriminati nei servizi pubblici. Il risultato è che i fondamentalisti stanno ora approfittando a piene mani del caos e degli scontri politici per riesumare la loro sempre più costante campagna di odio ed aggressione contro le minoranze confessionali nel Paese.

Il pretesto è stato l’attacco contro i ‘crumiri elettorali’, come li ha battezzati l’opposizione, cioè i pochi bengalesi (poco più del 20%) che hanno deciso di non aderire al boicottaggio delle consultazioni del 5 gennaio. Visto dal fronte dei numeri il boicottaggio sembra una enorme vittoria dell’opposizione, ma molti accusano il BNP e soci di aver conseguito il risultato più con la violenza che con l’adesione spontanea. Almeno 200 seggi elettorali sono stati oggetto di aggressioni e attentati incendiari, spesso coinvolgenti gli stessi elettori ivi presenti.

Ovviamente ostili ai partiti integralisti islamici, le minoranze confessionali non hanno aderito al boicottaggio, e la circostanza è stata immediatamente sfruttata dai fondamentalisti aderenti per fare oggetto induisti e cristiani di numerosi casi di violenza, a volte anche mortali.

Lo stesso giorno delle elezioni, infatti, due villaggi prevalentemente di fede cattolica, nel distretto di Janaipur, sono stati violentemente assaliti da decine di uomini armati di bastoni e coltelli. Nell’aggressione, otto persone sono rimaste ferite, di cui tre gravemente e tutt’ora ricoverate nel Central Medical Centre di Dhaka. Una delle tre vittime è il fratello del Vescovo locale, e la chiesa della vicina Baromari è stata ugualmente assalita con altri cinque feriti.

Ancora più seria, ed anche poco coperta dai mass media locali ed internazionali, sarebbe la situazione nelle aree dove si concentra la maggior parte della comunità induista. Nei distretti di Sadar e Thakurgaon interi villaggi sarebbero stati letteralmente dati alle fiamme dagli integralisti, con tanto di devastazioni e vandalismi contro icone esposte in pubblico e luoghi di culto. Dai distretti settentrionale proviene invece l’ultima vittima di fede cristiana cui si abbia notizia. L’11 gennaio scorso, un giovane cattolico di nome Ovidio Marandy è stato assassinato a coltellate nei pressi della cittadina di Gobindoganj  nel distretto di Gaibandha. Marandy era un militante molto attivo in difesa della comunità locale, contro la quale denunciava da mesi le violenze degli islamisti provenienti dai distretti circostanti.   

Entrambe le comunità perseguitate accusano il Governo di non saper garantire la propria sicurezza. Ma per quanto la riforma costituzionale di Hasina porti molte delle responsabilità del clima di scontro politico nel Paese, sono ormai in molti a puntare il dito anche contro l’altro versante per il caos in corso. L’incapacità del BNP di emanciparsi dagli integralisti si sta rivolgendo contro la stessa opposizione politica bengalese, sia sul fronte interno che estero. Scioperi selvaggi e blocchi delle vie di comunicazione stanno mettendo a serio rischio la stabilità economica del Paese, legata per lo più alla produzione cotoniera per terzisti, spesso cinesi e sud-est asiatici.

Ancora peggio, secondo le organizzazioni per i diritti civili, in almeno otto casi di aggressioni contro le comunità indù, sarebbero stati gli stessi militanti del BNP, e non solo quelli della Jihad islamica, i protagonisti delle violenze. In particolar modo il 7 gennaio scorso, gli aderenti al Partito di Khaleda Zia avrebbero bruciato e distrutto due templi induisti nel distretto di Bagherhat, i santuari di  Radha Gobind Mandir e Kali Mandir.

L’instabilità politica bengalese è sempre più sotto osservazione anche da parte della comunità internazionale, e con essa i suoi attori. La vicina India ha mantenuto sul suolo del Paese gli osservatori elettorali, ritirati invece dalle cancellerie dell’OCSE dopo l’annuncio del boicottaggio. La convalida del voto da parte di questi ultimi ha però ulteriormente inasprito gli attacchi al Governo ed agli indù, accusati dagli integralisti di essere assieme a New Delhi i veri supporter di Hasina.

Ben più imparziale, ed ugualmente sferzanti, i giudizi dalle potenze occidentali. Sei governi, tra i quali Stati Uniti e Regno Unito, hanno presentato critiche ufficiali sia contro il comportamento dell’esecutivo che dell’opposizione, senza però invalidare il risultato delle elezioni in favore del partito di governo.

Il caos post elettorale del Bangladesh rimane, per ora, relativamente immutato, ma non mancano timidi spiragli per una soluzione politica della crisi. Sheik Hasina ha infatti rotto il muro del rifiuto verso gli avversari, ed offerto al BNP l’intavolamento di trattative. Secondo le prime indiscrezioni il Governo starebbe offrendo la riesumazione della commissione elettorale bandita dalla riforma del 2011 ed il suo controllo da parte di un esecutivo di unità nazionale, del quale sarebbe però sempre Hasina la reggitrice. Non si hanno per ora notizie di una risposta da parte del BNP.

Unica nota decisamente positiva è il fronte militare: fiaccate dal fallimento del 2007-08, le forze armate non sembrano per ora decise ad un golpe e ad un regime autoritario di transizione.

 

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