sabato, Settembre 18

Podemos vince: Todo cambia?

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La formazione di sinistra radicale denominata Podemos ha trionfato in Spagna nelle elezioni amministrative che coinvolgono città come Madrid e Barcellona. Questo risultato, non certo inatteso, sposta l’asse della politica europea in modo piuttosto significativo, visto che il successo di Pablo Iglesias Turriòn, demiurgo e ‘conducator’ degli indignados fattisi partito, si somma all’analogo, plebiscitario consenso raggiunto in Grecia da Alexis Tsipras.
Sembra delinearsi, nel futuro prossimo, un confronto molto serrato, quasi frontale, tra un sud Europa che affida le sue chances di riscatto economico a formazioni di sinistra radicale, e lo zoccolo duro del capitalismo continentale incarnato dalla sempre più egemonica e ricca Germania. Personalmente non ritengo che la strada scelta da Spagna e Grecia  porterà i due Paesi a risultati concreti, anzi, temo che una radicalizzazione di questo confronto e la sua trasformazione in un conflitto più aspro avrebbe conseguenze deleterie per l’Unione Europea, di cui saranno proprio i Paesi in questione a pagare il conto più salato. Ma credo anche che sia Tsipras che Iglesias, una volta monetizzato il consenso elettorale, modificheranno le proprie posizioni evitando il suicidio politico proprio e dei Paesi che rappresentano.
Intorno a questo conflitto ruotano situazioni meno caratterizzate ma non per questo meno importanti, vista la caratura dei Paesi che le ospitano, per così dire. Parliamo di Inghilterra, Francia, in parte anche dell’Italia.
L’Inghilterra, da sempre culla del bipolarismo perfetto, guarda al continente con il consueto distacco, forte del suo peso specifico e del potenziale non distruttivo del conflitto politico interno tra conservatori e laburisti. La vittoria di David Cameron su Ed Miliband, per capirci, non ha la stessa valenza dei risultati elettorali greci e spagnoli. Molto più confuso appare lo scenario francese, dove a una sinistra socialista asfittica e priva di carisma si oppone, anziché la crescita di un nuovo liberalismo moderno, il populismo in salsa gollista di Marine Le Pen.
E’ come se al momento presente, gli orientamenti politici delle Nazioni che formano il cuore della vecchia Europa interpretassero le caratteristiche antropologiche dei rispettivi popoli, in barba alla globalizzazione e all’omologazione delle culture: i latini, spinti dalle difficoltà finanziarie verso slanci e  suggestioni rivoluzionarie di stampo gauchista,  gli anglosassoni più misurati e consapevoli del valore fondamentale della stabilità politica nelle democrazie di area capitalista.
E l’Italia? Dopo l’orribile ventennio berlusconiano, appare in questo momento il laboratorio più interessante, in controtendenza. Il confluire nel Partito Democratico, rimodellato da Matteo Renzi, dell’elettorato moderato di sinistra e di una parte dell’area che, con un ritardo di vari lustri, sembra aver finalmente assorbito il vaccino antipopulista di cui parlò a suo tempo Indro Montanelli. Anche se permangono spinte avventuriste e pulsioni anacronistiche, il nostro Paese potrebbe davvero, terminate e perfezionate negli anni le riforme avviate in direzione di una Terza Repubblica efficiente, aspirare a un ruolo finalmente di primo piano nel futuro del continente.

 

 

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