giovedì, Aprile 22

Pochi, maledetti e subito field_506ffb1d3dbe2

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Isole e spiagge, uffici pubblici, autostrade, il quartier generale della polizia ad Atene, il secondo casinò del Paese, le miniere di Hellas, l’aeroporto internazionale di Hellinikon, il porto del Pireo. Tutto in Grecia sembra in vendita o in via di privatizzazione, poco importa che gli acquirenti siano cinesi, qatarioti o canadesi, l’imperativo è vendere (o svendere) per far cassa il più in fretta possibile. 

La crisi della Grecia infatti, passa anche attraverso l’ Hellenic Republic asset development fund (Hradf), il veicolo attraverso cui Atene sta cercando di piazzare i propri gioielli in una costante corsa al ribasso. L’obiettivo del governo Samaras è quello di raccogliere intorno ai 20 miliardi di euro entro il 2015, una cifra estremamente ridottasi negli anni per l’impossibilità di vendere i propri assets al prezzo pieno. La vendita dei beni pubblici greci è stata concordata nel 2011 con la troika (Ue, Bce e Fmi) come misura per risanare i conti pubblici e, al contempo, porre fine alla spirale di corruzione che ha portato il Paese in ginocchio. Nel 2011 però questi beni erano stimati attorno ad un valore di 50 miliardi di euro, cifra ormai irraggiungibile visto il continuo declino del Paese e l’urgenza d’incassare fondi il più in fretta possibile. Vendere per la Grecia è dunque molto difficile, complici le ondate di scioperi dell’ultimo anno e la costante incertezza sul futuro del Paese nell’Euro.

Nonostante ciò, secondo Nicholas Economides, professore di Economia alla Stern School of Business dell’Università di New York, che ha rilasciato un’intervista al celebre blog finanziario statunitense Seeking Alpha, le opportunità d’investimento nel Paese non mancano: «Nonostante ci siano centinaia di migliaia di imprese turistiche in Grecia, ci sono delle enormi possibilità per le navi da crociera per visitare il Paese e le isole. Un altro settore dove ci sono delle possibilità di sviluppo è il traffico marittimo». Basti pensare che nell’ultimo anno, secondo le autorità del Pireo, l’import-export ha subito un collasso del 77%, ma il cosiddetto “transshipment”, cioè lo scambio di container tra due navi è salito del 118%, comportando lauti ricavi dalle aziende, per lo più cinesi, coinvolte. Pertanto è evidente che le occasioni vi sono, e reali, ciò che manca è la fiducia nel sistema Paese.

A sottolineare coma le opportunità in Grecia siano concrete ci hanno pensato la Cosco, società di logistica marittima cinese, e la compagnia delle telecomunicazioni Zte Corporation (Zhongxing Telecommunication Equipment Corporation), che hanno firmato un accordo il 20 marzo riguardo l’uso del Terminal dei Container di Pireo (Sep) come centro logistico per lo smistamento e il transito dei prodotti della Zte. La firma è avvenuta alla presenza del premier Samaras, che ha affermato «oggi diamo il benvenuto alla firma di un accordo di collaborazione tra la Zte e la Cosco, due grandi società che valorizzano in modo efficace le strutture del porto del Pireo e operano con successo nell’ambito di questo nuovo quadro di fiducia e di stabilità che stiamo costruendo oggi in Grecia». L’accordo conferma la fiducia della Cina verso l’economia ellenica e il suo impegno ad investire nel mercato greco. La Cosco ha già speso 3,3 miliardi di euro per acquisire il controllo del molo per i prossimi 35 anni e ha in programma di investire altri 564 milioni per migliorarne le strutture, costruendo un terzo approdo e triplicando il volume di carico merci. L’impegno di Pechino verso Atene è importante e potrebbe essere preso da esempio da altre nazioni intenzionate ad investire in Grecia ma preoccupate dallo stato del Paese.

Lo scorso anno grossi investimenti sono arrivati anche da parte del Qatar, che ha acquisito un gruppo di isole dello Ionio, situate tra Cefalonia ed Itaca, prevedendo grandi progetti di sviluppo turistico. Il premier greco Antonis Samaras è riuscito a recuperare l’interesse mostrato nel passato dagli Al Thani nei confronti della Grecia, tanto che lo scorso anno la Qatar Investment Authority (QIA), ha firmato un accordo di idoneità con il Taiped (Ente greco per la privatizzazione delle proprietà dello Stato) per valutare un investimento nell’area dell’aeroporto di Hellinikon. Le sorti dell’aeroporto però sono state affidate recentemente alla greca Lamba Development che aveva presentato, insieme con le società Al Maabar di Abu Dhabi, la cinese Fosun Group ed anonimi fondi europei, un’offerta di acquisizione per oltre sette miliardi di euro dell’intero pacchetto azionario della società Hellinikon A.E., proprietaria dell’omonimo vecchio aeroporto di Atene. La Al Maabar, secondo l’annuncio della Lamda Development, è una delle maggiori società immobiliari del Medio Oriente e del Nord Africa, filiale della Mubadala Development, società con capitali di Abu Dhabi. La Fosun Group, creata nel 1992, ha sede a Shanghai ed è una delle più importanti multinazionali cinesi attiva nei settori dell’industria, investimenti e amministrazione di capitali privati.

Secondo l’AD della Lamda Development, Odysseas Athanasiou, l’investimento complessivo supererà i sette miliardi di euro e rappresenterà la più grande opera privata mai costruita in Grecia con la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro. Secondo quanto annunciato dalla stessa Lamba Development, circa 15.000 posti di lavoro saranno immediati, mentre altri 50.000 potrebbero arrivare al completamento dell’opera, che a sua volta porterebbe nelle casse dello stato circa due miliardi di euro l’anno. Il progetto si basa sul fatto che Hellinikon vede transitare milioni di turisti ogni anno e dunque va rinnovato per poter ottenere guadagni da questo transito. Tra le novità è prevista la costruzione di un parco tra i più grandi del mondo, grande due volte quello di Hyde Park a Londra, con impianti sportivi di altissimo livello e strutture liberamente fruibili dal pubblico, che sorgerà su una superficie di circa due milioni di metri quadrati.

E’ evidente che da soli questi investimenti non possono chiudere la voragine nelle casse dello stato greco, e nemmeno permettere la ripresa del Paese. Certo è però che sono un inizio, e un iniezione di fiducia da parte di investitori esteri e grandi compagnie.

 

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