martedì, Settembre 28

PNRR: resilienza, una parola non ‘rivelata’ È necessario che si concretizzi in riforme e politiche mirate a sviluppare produttività con scelte conseguenti ed incidenti sui livelli di performance

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Il PNRRPiano Nazionale di Ripresa e Resilienza – si collega al ‘The Recovery and Resilience Facility (the Facility)’ che metterà a disposizione 672 miliardi di euro, indispensabili per supportare le riforme e gli investimenti al fine di mitigare gli impatti negativi che il COVID-19 ha generato.

Nella turbolenza del contesto in cui è stato elaborato, il piano presentato a Bruxelles è il massimo che si potesse fare e, quindi, non appartengo al partito di quelli che devono criticare per criticare. Ricordo i termini quantitativi del PNRR: 235, 12 miliardi di di euro di investimento, di cui 30,6 miliardi di euro di fondo complementare (Fondo integrativo nazionale cioè euro degli Italiani), 13.00 miliardi di euro di React EU (Fondi aggiuntivi per la politica di Coesione) e 191,50 miliardi di euro di finanziamenti per il PNRR di base (fonte EU).

Quindi no alla critica precostituita, però sì a considerazioni costruttive e magari esplicative con l’obbiettivo di cercare di spiegare. Nel filone della tesi sulla comunicazione pubblica e di interesse generale come capacità di spiegare ‘un Paese spiegabile’ che è il titolo di un libro dell’amico Stefano Rolando.

Inoltre, la Commissione Europea afferma che per implementare le riforme è necessario che l’opinione pubblica abbia il senso di proprietà delle riforme e cioè l’’ownership’. Penso che  il  PNRR, almeno in questa fase, abbia un punto interrogativo di comprensione nel titolo ove appare la parola-concetto ‘Resilienza’ che proprio non è di dominio pubblico e di facile definizione. Oggi si usa-spende spesso: quasi come forma di interiezione retorica. Nel PNRR, essa appare (senza essere spiegata) solo a pagina 29, collocata nel titolo ‘Potenziale di crescita, resilienza e inclusione’ di un capoverso che in seguito fa cenno al concetto di resilienza economica, lasciando sospesa una interpretazione soggettiva.

Oggi la parola resilienza è un passepartout per qualsiasi concetto che vuole indicare qualche cosa che si flette, ma non si spezza e che ti permette di sopravvivere. E’ un modo di dire: ci si adatta in modo positivo anche se una condizione è negativa e traumatica. Resilienza è una capacità di resistere e di reagire e si declina in termini ambientali, psicologici, economici e comunque utili a sopportare o sostenere positivamente una situazione.

Cerco di intuire che la resilienza, nel PNRR, è un modo di avere flessibilità al rialzo attuando un tipo di processo da interpretarsi positivamente solo sopra un certo livello di efficienza e di efficacia, perché se invece fosse interpretato come un modo per sviluppare andamenti negativi con somma inferiore a zero si avrebbe una resilienza quasi distruttiva. Per esempio, se consideriamo nel 2017 le 31 aree italiane, che hanno superato i valori limite giornalieri di particolato PM10, non si può pensare che azioni riparative del PNRR si basino su una resilienza che permette, in nome della flessibilità, valori limite superiori allo standard prefissato. Si comprende che il concetto di resiliente e flessibile ci obbliga ad essere rigidi sulle condizioni che creano inquinamento e le scelte di intervento non possono essere flessibili.

Si nota come la flessibilità e l’adattività della resilienza ha bisogno di necessarie rigidità di contesto. Altrimenti si sviluppa una negatività di sistema ed un disvalore.

Assumendo l’analisi della Commissione europea riguardo al livello di squilibrio macroeconomico, in cui si sottolinea che il basso tasso di crescita dell’economia italiana negli ultimi due decenni viene ascritta ad un andamento insoddisfacente della produttività totale dei fattori, è necessario che la resilienza del PNRR si concretizzi in riforme e politiche mirate a sviluppare produttività con scelte aziendali conseguenti ed incidenti sui livelli di performance dei dipendenti. Non ci sono vie d’uscita alternative: il risultato deve essere un incremento di produttività.

Applicando la resilienza alle ‘riforme orizzontali’ della pubblica amministrazione e della giustizia del PNRR, non sarà possibile interpretare la resilienza come un modo attendista ed un lento processo decisionale di cambiamento, ma piuttosto come un acceleratore che sviluppa un processo composto da risultati positivi senza soluzione di continuità.

La resilienza del PNRR cambia alcune prospettive temporali nelle politiche d’investimento dettate da esigenze di processo e non allunga il tempo di ‘redde rationem’ sui risultati degli investimenti strutturati con il Recovery Fund; anzi, li rende cadenzati con intervalli più brevi considerando che l’arco temporale 2021-2025 ha esigenze di risultati intermedi positivi. In nome della resilienza, sarà difficile accogliere risultati negativi considerandoli come  condizioni per future positività attese anche perché, se così fosse, avremmo il blocco dell’erogazione del finanziamento.

Se leggiamo la struttura di attuazione delle riforme orizzontali (PA e giustizia), si nota che lo schema con cui si sviluppano i progetti di riforma è composto da ‘obiettivi’, ‘modalità di attuazione’ e ‘tempi di attuazione’ che offrono, paradossalmente, pochi margini di flessibilità considerando la loro analiticità definitoria e l’agenda puntuale di attuazione adottata.

Se una persona, ‘googlerando’ sul pc, incrocia resilienza e PNRR, trova molte evidenze che si limitano al titolo, ma pochissimi riferimenti esplicativi nel corpo del piano presentato. Forse è necessario far assurgere ‘resilienza’ a ‘parola rivelata’.

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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