giovedì, Gennaio 27

PNRR e spazio: tanto tuonò che piovve! Sarà l’Agenzia Spaziale Europea a gestire i denari per lo spazio nazionale prestati da Bruxelles. Se ha vinto il buon senso, ha perso l’Italia

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Sarà l’Agenzia Spaziale Europea a gestire i denari per lo spazio nazionale prestati da Bruxelles all’Italia. Tutti coloro che avevano bene o male anticipato la decisione governativa alla fine hanno avuto ragione.

Parte del PNRR destinato allo spazio –circa 1,4 miliardi di euro per i programmi di osservazione della Terra e per il trasporto– sarano affidati a Esrin, il direttorato che ha sede appena fuori i perimetri di Roma e che dal 1° gennaio prossimo sarà guidato da Simonetta Cheli.

Il prezzo che lo Stato italiano pagherà è il 6% sul totale delle risorse. Circa 84 milioni che dopo essere entrati nelle casse dello Stato escono dalle tasche degli italiani per pagare il servizio.

È la soluzione che avrebbe trovato Vittorio Colao, il responsabile del governo per lo spazio italiano e nella riunione del Comint (il comitato interministeriale per lo spazio) svoltasi in settimana, tutti i delegati dei ministeri competenti hanno votato favorevolmente. Un aspetto molto positivo positivo: vedere d’accordo i ministri di estrazioni politiche e diciamo anche culturali ed ideologiche così diverse è già un successo quasi senza precedenti!  

Raccontata così; però, la grande operazione interministeriale lascia un po’ perplessi: sembrerebbe quasi che le agenzie governative nazionali non sappiano amministrare in casa propria i propri conti. Ma poi non siamo nemmeno i soli. Anche i greci (partecipazione in ESA dello 0,4%) fananno così.

In effetti le cose vanno spiegate bene, per evitare equivici e sollevare obiezioni: l’Italia è il terzo contribuente in ESA, partecipa con il 13% al budget annuale dell’ente e certo che sì, ha tante competenze nello spazio e ha anche una sua agenzia con un budget di oltre un miliardo di euro all’anno!

Sono saggi, tuttavia, i nostri governanti, ne siamo certi e conoscono bene gli attori che avrebbero dovuto svolgere i compiti istituzionali. La somma è importante, è pari all’intero portafogli per l’osservazione della Terra dei 22 Stati membri di ESA: meglio usare tutta la cautela necesaria affidando la grana a chi se ne intende “dello sviluppo delle capacità spaziali e sia garante che gli investimenti effettuati per la conquista dello spazio continuino a produrre vantaggi e ricadute positive”. E poi, diciamocela tutta, i panni lavati altrove usciranno più puliti.

Prima di entrare in qualche altro dettaglio, rubiamo proprio all’Agenzia italiana una definizione di se stessa: «Sostenere e promuovere per scopi esclusivamente pacifici la cooperazione tra gli stati europei nella ricerca e tecnologia spaziale e nelle loro applicazioni, con l’intento di usarle per scopi scientifici e sistemi operativi». Pertanto, chi abbia da temere che gli interessi del nostro Paese possano essere gestiti oltre confine può dormire tranquillo. La cosa resta a Frascati e la sua futura direttora, molto vicina al direttore generale dell’ESA, l’austriaco Joseph Ashbaker, ha una solida formazione in materie giuridiche, per cui la funzione dei suoi tecnici sarà solo quella della composizione dei bandi di gara: i soldi dovranno restare in Italia, ad imprese italiane. Non è ancora stato chiarito se saranno italiane anche le imprese con una maggioranza di capitale straniero, o se di questi fondi saranno beneficiarie le italianissime medie piccole e piccolissime imprese, non molte delle quali, ci risulta, hanno però le competenze per sviluppare i grandi programmi chiesti dal mondo. Tutto è da capire quando i contenuti dell’impianto approvato dal Comint saranno esaminati più in alto. Si tratta di attendere un paio di settimane, che il Council a Parigi ne valuterà la bontà. Ma non abbiamo dubbi che ESA accetterà di buon cuore questo onere.

Si tratterà, quindi, di un semplice passaggio di consegne. Non sarà l’Agenzia Spaziale Italiana a maneggiare il carteggio per migliorare e far lavorare le imprese italiane, ma saranno le rigide regole di un’agenzia internazionale a far funzionare il sistema come un orologio tedesco. O forse francese.

A chi parla a questo punto di un commissariamento dell’ASI, diciamo che fondamentalmente si sbaglia. Sarebbe un errore compiere un’operazione del genere –ci dicono- perché una destabilizzazione finirebbe per paralizzare per almeno sei mesi la promozione, lo sviluppo e e la diffusione della ricerca scientifica e tecnologica applicata al nostro campo spaziale e aerospaziale. Evidentemente a qualche politico che si sta opponendo ad applicare un rinnovamento sta bene così, che l’ASI risulti un organismo utilizzato molto parzialmente.

Poiché l’Agenzia, nel rispetto dell’art. 33 della Costituzione, è dotata di autonomia statutaria, scientifica, organizzativa, amministrativa, finanziaria, patrimoniale e contabile, pertanto non per questo sarà necessariamente innocua.

Non sappiamo poi cosa ne pensa il ragioniere generale dello Stato, che deve continuare a sborsare 100 o 180mila euro al Presidente dell’Agenzia, che alla fine si vede sostanzialmente ridotto dei suoi poteri. E anche delle sue responsabilità.

Forse, ma lontano da noi dare consigli a chicchessia, sarebbe il caso che dagli scannetti più alti del governo prima o poi si metta mano alla riedizione della governance dell’ASI, come suggerì in un intervista a chi scrive il Presidente Silvano Casini. O magari si faccia variare anche un po’ di organico, se dovesse servire a una migliore e più verosimile gestione dell’intero apparato.

Perché, diciamocelo pure tra noi, la perdita di una funzione così importante da parte di un’agenzia governativa italiana ci scoccia molto, anche per l’immagine che si dà all’estero, specie verso quelle nazioni che, come abbiamo più volte scritto, bramano nel volersi arraffare quel che rimane dei nostri possessi da tempo incustoditi.

Da parte istituzionale sembrano tutti concordi nel dire che passare all’ESA la gestione dei fondi PNRR è il male minore. Da parte nostra però diciamo che il guaio peggiore è sopportare degli amministratori così incapaci e pagarli con i soldi di tutti noi contribuenti!

In ogni caso, se ha vinto il buon senso, ha perso l’Italia.

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