sabato, Aprile 10

PMI: la rivincita del vino di Canelli false

0

armangia_vino

L’armangia in dialetto piemontese significa rivincita. La scelta di questo nome, insieme alla foto di famiglia che apre il sito internet, lascia intuire la connotazione di un’azienda fortemente radicata al territorio e alla tradizione. Il reportage tra le Piccole e medie imprese  (PMI)che resistono alla crisi continua spostandosi in Piemonte, precisamente a Canelli. È qui, tra le Langhe e il Monferrato, che si estendono gli oltre 10 ettari di vigneti che Ignazio Giovine cura personalmente insieme alla moglie Giuliana e altri pochi dipendenti storici.

Una famiglia giovane, con due figli piccoli, che ha alle spalle una secolare tradizione di viticoltori. I primi vigneti sono stati piantati oltre 200 anni fa sulle colline di Sant’Antonio a Canelli, da sempre considerate come il miglior areale per la produzione del Moscato d’Asti. Nel 1850 la famiglia Giovine ha iniziato a vinificare le proprie uve, vendendo il vino non solo in Italia ma anche in Brasile e Argentina, grazie all’aiuto degli emigranti piemontesi. Negli anni l’azienda ha assunto una struttura sempre più commerciale perdendo l’iniziale natura agricola. Questo fino al 1988 quando Ignazio, dopo gli studi in enologia, ha deciso di riappropriarsi dei vigneti di famiglia e riportare l’azienda alle origini.

“Il termine armangia era legato al gioco e alle scommesse”, racconta Ignazio: “I grigi piemontesi erano dediti a scommettere sugli sport locali, come il tamburello e il pallone elastico, con un sistema di puntate pseudo agricolo: se due persone scommettevano su due squadre diverse, chi perdeva poteva chiedere l’armangia, appunto la rivincita. Chi avesse perso anche la rivincita avrebbe dovuto pagare il doppio del debito”. Ignazio Giovine ha fatto proprio questo termine dandogli un nuovo significato: “Per me la rivincita è riportare la fama di Canelli al livello di altre grandi città del vino. Finora era una località conosciuta per la produzione industriale di vini come il Gancia, il Riccadonna, il Tosca, mentre a 30 km da noi erano le aziende agricole a far da padroni sul mercato. Ho scelto questa parola proprio per un sentimento di rivalsa”.

Nel 1988 quando Ignazio e Giuliana hanno deciso di ricominciare tutto d’accapo avevano tre ettari di vigneti, a 26 anni di distanza hanno quasi 11 ettari e ben 13 etichette tra cui Chardonnay, Barbera d’Asti Superiore Nizza, Moscato d’Asti e due spumanti. Curano la terra, le viti, la cantina senza trascurare l’immagine dell’azienda. Hanno creato un sito internet, un blog e diversi profili sui social network. Hanno intuito l’importanza della digitalizzazione come vetrina mondiale per la loro produzione, senza però rinunciare al contatto diretto con i clienti.

 

Con due secoli di storia alle spalle e un mestiere trasmesso di padre in figlio, il rispetto della tradizione è il punto di partenza, ma c’è sicuramente anche l’esigenza di innovare.

In viticoltura e in enologia l’innovazione è sempre molto soggettiva. Si ripetono cicli di innovazione che in fondo riprendono sempre le stesse idee, perché il vino è sempre lo stesso prodotto. Prendiamo come esempio l’uso dei materiali: una volta si utilizzava il legno perché era l’unico materiale comodo per creare i contenitori in cui viene conservato il vino e si è sviluppata un’enologia idonea a questo tipo di produzione. Oggi è tornato moderno l’utilizzo del cemento armato. In questo settore le innovazioni maggiori non sono quelle tecniche, sperimentate nelle cantine, ma sono quelle legate alla commercializzazione e al marketing. A mio parere sono anche le più difficili da affrontare, ma i risultati sono visibili: se qualche anno fa vendevo l’80% del mio vino prevalentemente in Piemonte, ora esporto il 70% all’estero. Un’evoluzione che si è realizzata negli ultimi sette anni.

La sua è un’impresa familiare. Insieme a sua moglie e a pochi dipendenti storici coltiva oltre 10 ettari di terreno. Ma come fa a competere con i grandi marchi del mercato?

Lavoriamo tanto. Siamo all’auto-sfruttamento dei cinesi, ma questo vale per tutte le piccole aziende del settore. Le cantine che hanno saputo cogliere l’importanza del marketing, riuscendo a imporre il loro nome sul mercato, possono puntare a prezzi più alti e avere anche più personale. Noi siamo pochi, abbiamo dei dipendenti stagionali che ci aiutano durante la vendemmia e sono sempre gli stessi da oltre 20 anni. La soluzione è lavorare senza un orario, dalla mattina alla sera e spesso anche dopo cena, non ne vado fiero ma è l’unico modo per garantire la qualità del nostro prodotto.

Quali sono i suoi principali clienti?

Non produco vini facili da wine bar, quindi sia in Italia sia all’estero i miei clienti sono i ristoranti e i distributori specializzati in ristorazione. Poi ovviamente ci sono i privati, clienti storici che vengono direttamente in azienda e sono soprattutto stranieri. La grande differenza rispetto a qualche anno fa è che non esistono più aree specifiche di esportazione. Stati Uniti, Canada e Norvegia sono i tre mercati principali, poi c’è la Polonia, uno Stato fino a qualche tempo fa insospettabile, che oggi compra vini di qualità e sta diventando uno dei nostri migliori clienti. Lo stesso vale per la Cina che prima era il mercato dei vini a prezzo bassissimo e ora, invece, si sta avvicinando a vini di qualità con un prezzo migliore.

Quali segni ha lasciato la crisi sulla sua attività, sono diminuite le vendite?

Sono solo aumentati i costi e abbiamo avuto difficoltà nell’adeguare i prezzi del nostro vino. Quello che da sempre ci riconoscono i clienti e le guide specializzate è proprio l’ottimo rapporto qualità-prezzo. Già prima della crisi, avevamo costi molto alti e prezzi contenuti, ma nonostante le difficoltà siamo riusciti ad aumentare le vendite registrando un 30% in più proprio negli ultimi quattro anni.

In controtendenza rispetto alla maggior parte delle imprese. E il segreto qual è?

Eh non lo so, in realtà è un segreto anche per me. Forse l’asso nella manica è il nostro modo di accontentarci. Miriamo a proporre in modo chiaro e trasparente un prodotto di qualità ad un prezzo giusto e questa cosa ci viene riconosciuta. Conosco alcuni produttori che hanno dismesso i propri vigneti perché, per colpa della crisi, pensavano di non riuscire più a vendere vini costosi e quando è ripartita l’esportazione le riserve delle loro cantine non erano all’altezza del mercato. Noi vendiamo tutto quello che produciamo. La grande distribuzione non mi interessa, perché mi distoglierebbe dalla cura del prodotto e dei clienti abituali. Sono tornato alla dimensione agricola perché è lì che voglio restare, non voglio diventare un commerciante.

L’Armangia è molto presente su Internet: c’è un sito web, una pagina su Facebook, rientra nella piattaforma digitale di Google “Made in Italy”. Quando ha capito l’importanza di Internet per il suo lavoro?

Io sono un piemontese scettico e antiquato. Da anni si parla di marketing e vendite online, ma per noi piemontesi sembrava una cosa lontanissima. Quando mia moglie ha iniziato ad approcciarsi a questo mondo, rendendo l’azienda più presente sul web, abbiamo cominciato a raccogliere i frutti. È stata più che altro un’esigenza, non un’illuminazione. Attraverso il sito, siamo riusciti a raccontare in modo chiaro la nostra storia e la nostra filosofia; questo ha cambiato molte cose. Usiamo di meno il telefono e la visita di un cliente in azienda non è più un aspetto fondamentale per l’acquisto del prodotto. I clienti con il sito possono farsi una prima idea e richiedere la spedizione dei campioni di vino per la degustazione, l’incontro con il produttore rappresenta ormai la fase finale, è il modo per consolidare il rapporto di fiducia.

Internet però può essere un’arma a doppio taglio.

Assolutamente sì, perché non è semplicemente comunicazione ma soprattutto trasparenza. Se un produttore esagera, scrivendo della propria azienda cose non vere, in poco tempo viene smascherato. I clienti hanno la possibilità di vedere dove sono vendute le etichette e il prezzo indicativo delle bottiglie e questo obbliga alla trasparenza. Non esiste più la singola bottiglia che esce dalla cantina, ma la cantina è diventata una vetrina. Poi ci sono i blog, le guide specializzate online che rilanciano le nostre etichette, pubblicizzano i nostri vini. I commenti dei clienti regalano grandi soddisfazioni, ma possono creare anche grandi problemi se si lavora male.

C’è stato un cambiamento anche nei canali di vendita?

Anni fa il produttore ogni giorno andava dai ristoratori a presentare il proprio vino, oggi questo non avrebbe senso. Ora la trattativa è più veloce. Se ci volevano anche sette mesi prima che il cliente decidesse di acquistare il tuo vino, adesso nel giro di un mese chiudiamo la trattativa e spediamo le bottiglie. Sono cambiati anche i ritmi del lavoro, non esistono più le stagioni tranquille da trascorrere in cantina. La parte che riguarda la cura dei vigneti è sempre la stessa perché è legata ai ritmi naturali e stagionali, ma i periodi di relax, in cui si aveva poco vino da spedire, non esistono più. Non si imbottiglia ed etichetta tutto in un unico momento perché, spedendo vino all’estero, sono necessarie etichette che rispettino lo standard di ogni Stato. Per adeguarci ai tempi, abbiamo dovuto incrociare le esigenze di un’azienda dalla natura agricola, legata alla coltivazione dell’uva, con le esigenze di una vendita che ormai è a ciclo continuo.

Nel sito dell’Armangia non è presente un negozio di vendita online. Pensa di realizzarlo prima o poi?

Noi non facciamo vendita online e almeno per il momento non credo che la faremo. Non siamo maturi noi e non sono maturi i tempi. Il vino è un prodotto un po’ particolare, nel senso che difficilmente un cliente compra online tante bottiglie da un’unica azienda, più che altro l’intenzione è quella di acquistare vini diversi e forse la vendita online ha più senso per i produttori che possono offrire una gamma più ampia. L’esigenza di avere un negozio online per me è superata dal rapporto diretto con i clienti, in questo modo li aiuto a vendere nel miglior modo il mio vino.

Se il web è un’ottima vetrina, le fiere sono ancora importanti per far conoscere il marchio?

Le fiere come il Vinitaly sono ancora molto importanti e hanno sempre un certo fascino. A me però piace presentare il vino direttamente al cliente che magari mi contatta dopo aver visto il sito dell’azienda. Alcuni clienti, soprattutto quelli esteri, spesso mi chiedono di raggiungerli per passare dei giorni con loro, vedere come e dove verrà utilizzato il mio vino. Così, almeno tre volte l’anno, dopo essere stato chiuso mesi interi in cantina, mi capita di dover partire e andare dall’altra parte del mondo per cinque o sei giorni.

Guardando al futuro, cosa sogna per la sua impresa?

Io sono l’antieconomia fatta azienda: ho 10 ettari e 13 etichette, quando solitamente si dice che entro i 30 ettari si dovrebbero avere massimo due vini. Ho ancora mezzo ettaro da piantare e poi mi fermerò perché è impossibile sostenere ritmi lavorativi maggiori di questi. Il mio obiettivo principale sicuramente è migliorare la qualità del vino che produco. Poi dare all’azienda un brend ancora più forte, consolidare il mercato e riuscire a sfruttare dei prezzi che siano remunerativi.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->