domenica, Novembre 28

PMI: il velluto sardo e il ritorno al passato image

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laboratorio-Rinaldo Bagella

La più grande innovazione, per questa piccola impresa di Sassari, è stata recuperare la tradizione e ripartire da lì. Bagella, negozio di abbigliamento tradizionale sardo, è l’ultima tappa del viaggio nell’Italia delle Piccole e medie imprese che resistono alla crisi. Nel 2000, Rinaldo Bagella, che oggi insieme alla moglie Michelina è il proprietario, ha rilevato la bottega (così ama chiamarla n.d.r.) dal padre che l’aveva fondata nel 1932, imprimendo un cambio di rotta che si è rivelato un successo.

“Inizialmente era il classico emporio dove si trovava un po’ di tutto, perché a Sassari c’erano pochissimi negozi al dettaglio. Negli anni mio padre si è concentrato sulla vendita dell’abbigliamento e la mia famiglia ha gestito il negozio in modo commerciale, senza una particolare attenzione alla tradizione sarda”. Racconta Rinaldo Bagella spiegando la vera novità impressa dalla sua gestione: “Il tipo di abbigliamento che promuovo insieme a mia moglie è fortemente legato alla tradizione. Una tradizione che è stata rivalutata recentemente. Il tipico abbigliamento sardo non è sempre stato socialmente accettato da tutte le classi, perché era appannaggio dell’ambiente agropastorale. In questi anni, pian piano, c’è stata una riscoperta delle radici da parte dell’intera comunità sarda e anche questo stile è tornato d’interesse”. Oggi sono capi abbastanza trasversali, li indossano un po’ tutti dai ragazzi ai professionisti e ovviamente i pastori che non l’hanno mai abbandonato.

Il merito di Rinaldo e Michelina è stato inserire la tradizione in un contesto attuale, farne qualcosa che fosse appetibile anche per i mercati più esigenti. Un’intuizione vincente maturata lontano da casa. La coppia, dopo due anni vissuti negli Stati Uniti, ha deciso di riportare in Sardegna le competenze acquisite. L’attenzione all’immagine e alla promozione del prodotto, oltre che all’alta qualità artigianale, sono frutto dell’esperienza americana, così come le ricerche di mercato per la creazione di un piccolo brand e la realizzazione di un sito internet come vetrina mondiale. “Nel mondo globalizzato impera la spersonalizzazione dell’abbigliamento: indossiamo cose che non sappiamo nemmeno da dove provengono”, dice Rinaldo: “Noi abbiamo avuto successo proprio perché il rilancio della nostra attività ha coinciso con la riscoperta di valori antichi. Questo abbigliamento ha una forza particolare perché rappresenta un territorio, ha una storia e una connotazione ben precisa, oltre a essere completamente sartoriale e realizzato con tessuti certificati. Inoltre offriamo la possibilità ai clienti di progettare e personalizzare il capo e questo piace molto”.

La crisi economica li ha solo sfiorati. Anziché rallentare produzione e vendite, Rinaldo e Michelina hanno intrapreso nuove collaborazioni anche con artisti e artigiani al di là del Tirreno, trasformando la bottega di famiglia in un piccolo museo.

 

Da attività commerciale a bottega diffusache vive grazie alla collaborazione di una rete di artigiani. Quali sono stati i passi da affrontare per arrivare a questo risultato?

Prima di tutto abbiamo fatto una ricerca dei tessuti e dei modelli storici. In Sardegna esiste una tradizione molto ricca da questo punto di vista, addirittura ogni paese ha il proprio costume. È un microcosmo con influenze di etnie precedenti, come quella spagnola, che hanno inciso anche sull’abbigliamento tradizionale. Per dare una nuova rotta all’azienda, abbiamo studiato cercando l’origine di ogni singolo costume e poi ci siamo messi in viaggio per l’isola alla ricerca di artigiani disposti a collaborare con noi, persone competenti, affidabili e in grado di garantirci una certa produzione. Oggi sono circa una trentina: c’è chi cuce e confeziona gli abiti, chi si occupa degli accessori, chi delle scarpe, chi degli zaini e delle borse.

Lavorate solo con sarti e artigiani sardi?

Finora abbiamo collaborato prevalentemente con lavoratori locali, ma siamo sempre aperti alle nuove proposte e ai miscugli di stili differenti. Da poco abbiamo intrapreso un percorso simpatico con un’artista di origini napoletane che vive a Firenze. È una pittrice e illustratrice, per noi ha realizzato una gamma di scarpe, ballerine per la precisione, dipinte a mano. Ogni sei mesi proponiamo piccole collezioni, ognuna dedicata ad un artista sardo che viene reinterpretato da artisti non sardi nella realizzazione di calzature e capi d’abbigliamento. Non siamo degli stilisti, siamo dei commerciati e quindi per natura siamo attenti a quelle che sono le tendenze e le regole del mercato. Capiamo cosa può funzionare e cosa no. In questo senso lavoriamo fianco a fianco degli artigiani e diamo loro l’input per realizzare capi che poi possano avere successo sul mercato.

Entrare nella vostra bottega è come entrare in un piccolo museo. C’è un mix di cultura, arte e storia.

Diamo la giusta cornice ai prodotti è questo il vero punto di forza del nostro lavoro. Per far rivivere il patrimonio culturale sardo, abbiamo cercato e recuperato vecchi arredi. Chi viene da noi non solo trova tutti i capi e gli accessori della tradizione, che non troverebbe andando a visitare ogni singolo artigiano che li produce, ma li vede contestualizzati storicamente. È un progetto che sosteniamo fortemente e cerchiamo di portare avanti ospitando nella bottega eventi e mostre. Non vogliamo essere troppo legati all’aspetto semplicemente commerciale, perché crediamo che una bottega riesce ad avere un certo fascino proprio perché non è il solito negozio di franchising.

Per avere successo nel suo settore basta solo questo: distinguersi dai grandi distributori?

Nel commercio siamo a un giro di boa. Oggi ci sono tanti negozi, purtroppo obsoleti, che non hanno più ragione di esistere. Con il franchising, gli outlet e i centri commerciali, chi sceglie di aprire un negozio deve necessariamente proporre un prodotto che evochi un passato lontano ma in modo nuovo e originale.

È per questo che avete creato anche un sito internet con una sezione per l’e-commerce?

Abbiamo realizzato il sito in tempi non sospetti, era il 2004. Abbiamo capito subito che il web poteva essere di grande aiuto per il nostro lavoro, forse proprio grazie all’esperienza americana che ci ha dato uno scossone. Lì abbiamo imparato che oltre alla qualità di un prodotto è fondamentale anche l’immagine e la grafica del marchio, soprattutto se il prodotto non ha alle spalle un grande marchio e uno studio aziendale. Il negozio di vendita online, invece, c’è da poco ma già diversi anni fa, quando ancora non avevamo uno spazio dedicato all’e-commerce, vendevamo usando internet. I clienti ci inviavano le e-mail per la personalizzazione del capo e poi si concludeva la vendita.

La presenza in rete vi ha aiutato ad aumentare il fatturato?

Internet ha dato una grande mano. Se non ha aumentato il fatturato direttamente con la vendita online, ha contribuito a far conoscere il negozio anche al di fuori della Sardegna. I clienti con il sito si fanno una prima idea e poi vengono nella nostra bottega per acquistare i prodotti. Lavoriamo molto anche con i turisti e alcuni, nel pianificare il viaggio, inseriscono la nostra bottega tra i luoghi di interesse. Abbiamo molti clienti esteri che apprezzano il richiamo alla tradizione, il nostro abbigliamento e la manualità che c’è dietro. Poi c’è da dire che sul sito non mettiamo tutti i prodotti, ma solo quelli di cui disponiamo di una produzione continuativa che conserviamo in magazzino; il resto si scopre visitando il nostro negozio. Ci sono collezioni stagionali e pezzi unici: borse o abiti che non vengono riprodotti se non per quel singolo cliente che ne fa richiesta e questo è un valore aggiunto.

La crisi che effetto ha avuto sulla produzione e sulle vendite?

Ci ha toccato poco perché siamo andati per una strada completamente diversa da quello che è il classico commercio. La nostra produzione è un mondo a parte. Chi acquista da noi lo fa perché se lo può permettere oppure perché ha deciso di fare un sacrificio, mettere dei soldi da parte per comprare qualcosa di unico, di particolare e fuori dagli schemi.

Quindi il segreto per resistere alla crisi sta nell’unicità del prodotto e nel Made in Italy?

Credo proprio di sì. I velluti che utilizziamo appartengono a storici marchi leader del mercato tessile italiano come “Duca Visconti di Modrone” e “Zegna”. Poi utilizziamo il lino e l’orbace, un tessuto rustico ottenuto dalla lana sarda che meriterebbe una rivalutazione più adeguata, ma purtroppo non tutti lo capiscono. In questo senso sarebbe bello se la Sardegna prendesse esempio dal Sud Tirolo, dove la rivalutazione dell’abbigliamento e delle tradizioni è andato di pari passo con lo sviluppo di un turismo legato alla storia del territorio. Da noi questo purtroppo non è stato ancora recepito.

Cosa sogna per il futuro della sua impresa?

Mi piacerebbe aprire un punto vendita in un’altra città. Siamo sollecitati dall’input dei nostri clienti, sono loro i primi a dirci che questo tipo di abbigliamento meriterebbe maggiore visibilità anche fuori dalla Sardegna, ma abbiamo paura di fare il passo più lungo della gamba. È impegnativo ma è questo il nostro sogno nel cassetto.

 

 

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