martedì, Maggio 18

PKK-Turchia: processo di pace quasi morto Intervista con il vice-capo del PKK, Cemil Bayık, che accusa la Turchia di collaborare con IS contro i curdi di Kobani

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 Bayik

 

Erbil – Quando Recep Tayyip Erdoğan è stato eletto Presidente, il 10 di agosto scorso, al balcone della sede del suo partito, il Akp (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), ad Ankara, ha detto: «Oggi non solo la Turchia, oggi anche Damasco, Aleppo, Hama, Humus, Ramallah, Nablus, Gaza e Gerusalemme hanno vinto». L’11 ottobre, nella città di Rize, sul Mar Nero, non è rimasto molto di quella solidarietà internazionale: «Kobani? Che c’entra Kobani con Istanbul, Ankara e Diyarbakır?».

Più o meno a 1000 km a sud, nelle montagne Kandil del Iraq del Nord,  il vice-capo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistam), Cemil Bayık (il capo del PKK è il fondatore Abdullah Ocalan, in carcere sull’isola di Imrali), la vede diversamente. In una casa colonica di un piccolo villaggio nel territorio controllato dal Pkk, dove lo incontriamo, Bayık, dice che «gli eventi di Kobani e la Turchia non si possono guardare separati. La responsabilità di quanto sta accadendo a Kobani è dell’Akp. Per noi Kobani è da per tutto».

Gli ‘eventi’ ai quali fa riferimento Bayık è quanto sta accadendo a Kobani e le proteste violente, condotte in segno di  solidarietà con Kobane,  che si sono svolte in Turchia, durante le quali 40 persone sono morte, anche due poliziotti e due stranieri.

L’atmosfera nelle città turche e curde è molto calda, i curdi accusano l’Akp di sostenere l’IS (lo Stato Islamico) con lo scopo di colpire il Pkk e l’omologo siriano Ypg. Per Bayık la Turchia ha due obiettivi nel dare sostegno all’IS. Il primo obiettivo è eliminare lo status di autonomia dei curdi in Rojava (Kurdistan occidentale), il secondo obiettivo è diventare, insieme a IS, un attore dominante in Siria e in Iraq.
Questa accusa per il momento non è provabile, secondo i curdi, però, il provvedimento che il Parlamento turco ha approvato, con la maggioranza del Akp il 2 di ottobre scorso, che permette al Esercito turco di intervenire in Iraq e Siria ne sarebbe la dimostrazione. “Che si vuole con quest’autorizzazione?“, dice Bayık, il provvedimento approvato di fatto “prevede la guerra. Ma il nome di IS, di fatto, non c’è, c’è quello del Pkk, si è deciso la guerra contro il Pkk. Questo provvedimento del Parlamento segna la fine del processo di pace da parte turca, questo provvedimento è una dichiarazione di guerra“.

Secondo Bayık, non è possibile, mentre ci sonomassacri a Kobani“, proseguire nelle trattive con la Turchia di Erdoğan per un percorso di pace, perchè “lo Stato turco che sta dalla parte dell’IS non può portare pace ai curdi del nord della Turchia“. Nelle scorse ore, è intervenuto lo stesso Ocalan, dichiarando che i colloqui di pace con Ankara sarebbero cessati se la città curda di Kobani, in Siria, fosse caduta nelle mani dello Stato Islamico.

Il processo di pace era iniziato nel 2009, con colloquii segreti ad Oslo tra il servizio segreto turco (Mit) e il Pkk, e si era concretizzato il 21 di marzo 2013, a Diyarbakır, quando, in occasione della festa cruda del Newruz, Ocalan, dal carcere, aveva annunciato la tregua, ovvero la fine dei combattimenti dei guerriglieri del PKK con l’Esercito turco. Questo sarebbe dovuto essere il primo passo perché si potesse avviare, da parte della Turchia, un piano di riforme che tra il resto dovevano culminare con il reintegro del Pkk e dei suoi combattanti nella società civile turca.
Da questi propositi oggi si è molto lontani: “Non ci sono state le riforme promesse in Turchia, e noi abbiamo di nuovo mandato tutti i combattanti al Nord. Adesso tutti sono di nuovo in Turchia“.

Bayık essagera quando dice che non ci siano state riforme politiche utili alla popolazione curda. Si sono visti passi coraggiosi e significativi da parte dal Governo turco, per esempio l’introduzione di canale televisivo in curdo (‘Trt 6‘), facoltà universitarie dove si parla il curdo e viene diffusa la cultura curda. I fatti delle scorse settimane, però, hanno peggiorato la sfiducia dei curdi nella Turchia. Bayık parla di ‘assimilazione della lingua curda’.

La situazione è regredita, si è tornati nuovamente a come prima del 2013, c’é il pericolo che si torni ai sanguinosi anni ’90, anni e tassi di violenza che si riteneva fossero definitivamente archiviati con la candidatura della Turchia per l’ingresso in UE: “Non vogliamo nuovamente la guerriglia. Nonostante i morti e feriti, non abbiamo attivato la guerriglia. Però se la situazione non cambia, i combattenti sicuramente scenderanno nuovo in campo e …. seguirà una guerra di difesa del popolo“, ci dice il vice capo PKK. Una ‘guerra di difesasignificherebbe più morti, attachi, auto bombe, azioni militari, molte vittime innocenti e non contribuirà certo all’approdo a un accordo tra Turchia e Pkk, allontanerà ancora di più le due parti e le due popolazioni, quella turca e quella curda in Turchia.

Nel fine settimana, e fino a martedì, sono previsti incontri tra il PKK e una delegazione del HDP -il partitio legale curdo-;  la delegazione HDP andrà a Kandil e il 21 incontrerà Ocalan. Forse l’ultima possibilità per impedire l’escalation della violenza.

Kobani lascerà ferite profonde nelle relazioni tra i curdi nei diversi Paesi e tra la Turchia e i curdi siriani e iracheni. Tutti i canali televisivi nel Nord-Iraq, Rudaw, Gali Kurdistan, Rohani o Kurdsat da giorni aprono i loro telegiornali con Kobane. L’8 ottobre nel centro di Erbil si è svolta una manifestazione in solidarietà di Kobane sostenuta da 35 partiti politici alla quale hanno partecipato circa 5.000 persone. Sotto le bandiere del Pkk e le gigantografie di Ocalan i curdi iracheni hanno marciato verso la sede dell’Onu a Erbil al grido di ‘Resistenza Kobani’. Se Erdogan non si sente solidale con Kobani, di certo vedrà crescere la solidarietà tra i curdi.

Salutandoci Bayık ha risposto alla domanda su dove pensa potremmo intervistarlo tra cinque anni: “Probabilmente a Diyarbakır, però cinque anni sono molti, questo sarà possibile già prima“, ci dice; Diyarbakır è considerata la capitale del Kurdistan turco. Al momento non c’è nulla che pare possibile, resta solo lo spiraglio di pace dell’incontro del 21 ottobre tra la delegazione HDP e Ocalan.

 

 

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