sabato, Ottobre 16

Più veloce del suono

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Appena tre anni fa, un paracadutista austriaco di 46 ha compiuto un’operazione straordinaria che ci diverte ricordare. Era il 14 ottobre 2012, quindi nei dintorni di questo mese, che come si vedrà, ha segnato diverse tacche nella storia che stiamo per raccontare. In quello stesso giorno il partito che oggi guida il governo tremava per aver appreso che il sindaco di Roma Walter Veltroni annunciava ai microfoni di ‘Che tempo che fa’ che non si sarebbe candidato alle prossime elezioni politiche, in Alitalia scadeva la cassa integrazione di quattro anni e quindi di lì a poco sarebbe stato presentato un piano industriale costato mille posti di lavoro. Pierluigi Bersani intanto iniziava da Bettola il suo giro elettorale e un altro sindaco, “tal” Matteo Renzi lo bollò senza scampo: «Non è stato di parola». Sembrano storie di un secolo fa!

Ma di questo, Felix Baumgartner non deve averne mai saputo nulla. Specie quel giorno, quel 14 ottobre quando, stretta ad un montante di pallone a 39.060 metri da terra la sua capsula microscopica gli faceva contare gli istanti prima di effettuare quel lancio che lo avrebbe certificato come il primo uomo in grado di effettuare un volo libero toccando oltre 1.200 km/h: un palmo al di sopra della velocità del suono. Quella barriera che Charles Yeager superò il 14 ottobre 1947 volando ad una altezza di 45.000 piedi (un po’ meno di 14 km.) in volo livellato a bordo di un XS-1 costruito in California da Bell Aircraft Corporation, generando due boom sonici. Termine un po’ troppo onomatopeico lo ammettiamo, ma che dà realmente la sensazione del gran botto che ne seguì.

Prima di addentrarci nel racconto, ci fermiamo un istante sul volo supersonico. Il 31 dicembre 1968 decollò per la prima volta il Tupolev Tu-144 e l’Aérospatiale-BAC Concorde lo seguì nei collaudi il 2 marzo 1969. Due gioielli della tecnologia aeronautica nati da menti diverse – il primo sovietico, il secondo anglofrancese – e con concezioni differenti per raggiungere ambedue lo stesso scopo. Volare ad una velocità superiore di circa due volte quella del suono per abbattere di due terzi il tempo di percorrenza di lunghe distanze, ad un costo, purtroppo, di due terzi dei normali aerei di linea. Un grande successo, dal momento che fino ad allora il volo supersonico era destinato solo alla fascia dei più aggressivi aerei da combattimento.

Ma cos’è la velocità del suono? Con questo termine si intende la velocità con cui un suono si propaga in un ambiente, che sia acqua, aria o qualsiasi materiale e si misura in “numeri di Mach”. “Mach uno” è proprio la velocità del suono. Ci soffermiamo per semplicità all’aria, che è il mezzo in cui volano gli aerei. A seconda della temperatura dell’aria il valore cambia ma per non tediarci nella scrittura e nella lettura di questo testo, ci fissiamo un semplice dato: a zero gradi centigradi la velocità del suono (Mach uno, dicevamo) è di 331 metri al secondo, ovvero 1.191 km/h. Detta così, l’informazione potrebbe essere esaustiva. Il problema però è che la velocità del suono segna il confine tra due regimi di moto completamente diversi e questa grandezza è molto importante, perché è la velocità con cui si propagano l’energia cinetica e le sollecitazioni meccaniche. Il che spiega la differenza dei disegni delle ali (profili alari) tra gli aerei che volano in subsonico e quelli in supersonico. La conoscenza di questi comportamenti del mezzo (l’aereo) ha rappresentato un grosso salto di qualità per la sicurezza dei passeggeri perché gli effetti aerodinamici sulle superfici di un aeroplano variano notevolmente e non tenerne conto potrebbe avere degli effetti disastrosi. Lo sapevano molto bene i tecnici della SAI Ambrosini, che sotto la guida di Sergio Stefanutti progettarono il Sagittario, un aereo realizzato nelle officine dell’Aerfer di Pomigliano d’Arco. Si trattava di un piccolo aereo con ali a freccia. Il 4 dicembre 1956 l’aereo pilotato dal collaudatore Giovanni Franchini, dopo il decollo dal Reparto Sperimentale di Pratica di Mare, vicino Torvaianica, si portò a quota 13.500 metri, per poi iniziare un’aspra picchiata a tutto motore sulla verticale della pista. Bastarono 60.000 metri per dargli l’accelerata sufficiente a superare il Mach uno, ovvero la barriera che separa le due tipologie di volo. Un primato, quello italiano di tutto rispetto.

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