domenica, Settembre 19

Più liberi: più produttivi, più felici La libertà come fattore propulsivo per la ricerca e la qualità. Parla Annalisa Marini

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La libertà personale percepita dagli europei, il sentirsi più o meno liberi, è minore rispetto a quella percepita dagli americani nel Paese del self-made man in cui la libertà individuale sta alla base non solo del lavoro ma di ogni azione quotidiana.  Ma non solo. Nella stessa Europa gli individui che vivono nei paesi nordici hanno un maggiore controllo delle loro vite e una maggiore libertà percepita di quelli che vivono in Paesi mediterranei. Un fattore importante anche dal punto di vista economico che determina – nel contesto in cui opera – anche la maggiore produttività dell’individuo stesso.  

E’ quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo multidisciplinare di studiosi (filosofi, economisti e politologi ) della facoltà di Economia di Upenn (University of Pennsylvania), Filadelfia,  composto da ricercatori provenienti da nazionalità e background diversi. Le analisi sono finanziate dalla John Templeton Foundation, fondazione che promuove temi di ricerca che permettono una maggiore comprensione della realtà umana  e cercando di rispondere a vari quesiti inerenti la libertà dell’individuo a livello micro e macro economico applicato. L’analisi prende in considerazione la libertà soggettiva  tenendo in considerazione  molti altri indicatori che catturano le varie libertà oggettive dei Paesi e degli individui: la libertà di stampa, il godimento di diritti civili e politici, la libertà di investimento e la libertà dalla corruzione.

“La presenza di studiosi di background e nazionalità diverse crea un’eterogeneità che stimola il confronto tra Paesi e culture che risulta molto importante ai fini della ricerca stessa” spiega Annalisa Marini, ricercatrice dal 2003, anno in cui  ha iniziato un dottorato di ricerca all’Università Statale di Milano. Dopo dieci anni in Gran Bretagna,  da un anno si trova a Filadelfia,  Usa.

“Il vantaggio di vivere in Italia  è che ci rendiamo conto delle differenze culturali che possono esistere non solo all’interno del nostro Paese, ma anche in una prospettiva comparata tra Paesi e delle conseguenze che queste differenze possono avere sulla società stessa. Per questo possiamo avere l’idea che permette di studiare attraverso quali politiche sia possibile migliorare la situazione. Inoltre, l’Italia è un paese con una cultura più collettivista che individualista e indubbiamente questo permette di assaporare quei valori di coinvolgimento sociale e familiare che mancano nelle società in cui prevale la tutela della libertà individuale, che se eccessiva può avere effetti collaterali ben noti. Come sempre per ottenere un buon prodotto bisogna saper dosare bene gli ingredienti!”

Insieme ai professori Steven Durlauf e Pietro Navarra, Marini si sta occupando dell’analisi della libertà individuale. Dal paragone tra gli Stati Uniti e l’Europa emerge che la libertà personale percepita dagli europei è minore rispetto a quella percepita dagli americani e anche tra gli europei ci sono differenze: gli individui che vivono nei paesi nordici risultano avere un controllo maggiore delle loro vite e una maggiore libertà percepita di quelli che vivono in paesi mediterranei. Questi risultati sono dovuti in parte alle differenze economico-politico-istituzionali di regioni e Paesi e in parte alla percezione che l’individuo ha del godimento della libertà degli altri individui nella società in cui vive. Uno dei risultati più significativi della ricerca è che la mancanza di libertà percepita dall’individuo può influenzare in modo non indifferente la produttività dell’individuo stesso (inibendone le azioni effettive) e dell’economia intera.

“Molte volte le persone limitano le proprie azioni perché percepiscono una mancanza di libertà generalizzata nelle persone che le circondano e non perché esista una mancanza di libertà effettiva e questo crea sconforto e scoraggiamento”.

Se la lente di ingrandimento viene posta sul Belpaese, quelli che sono stati individuati come limiti e ritardi strutturali emergono come evidente contrasto alla crescita economica generale.

“In Italia la libertà individuale è limitata da un contesto socio-economico complesso in cui un basso livello di capitale sociale (si pensi al familismo amorale) rispetto ad altri Paesi come ad esempio gli Stati Uniti e un livello troppo alto di burocrazia hanno un’influenza negativa sulla libertà di azione dell’individuo e sulla produttività dell’individuo stesso e di riflesso della società. Le lungaggini burocratiche e giudiziarie ritardano il raggiungimento di decisioni definitive e quindi hanno un impatto negativo sulla società. In altri paesi, prendiamo per esempio gli Stati Uniti, invece si ha la concezione che tutto è realizzabile e questo crea un senso di ottimismo generalizzato e spinta all’efficienza che, insieme a un tasso alto di capitale sociale e a meno ostacoli burocratici, creano un terreno fertile per la libertà di azione dell’individuo, una maggior motivazione e una maggiore produttività”.

C’è un rapporto diretto tra formazione, ricerca e crescita economica e nei contesti con una tradizione liberale più radicata e fondata sul principio di differenza (a ciascuno secondo le proprie abilità riconosciute in un contesto scientifico per migliorare e promuovere la crescita e lo sviluppo generale) che pone la ricerca come fattore propulsivo di miglioramento soggettivo e collettivo. 

“A mio avviso il problema principale dell’Italia” puntualizza Marini  “è che ci sono pochi fondi dedicati alla ricerca rispetto ad altri Paesi (come il Regno Unito e gli Stati Uniti) e questo crea dinamiche che possono rallentare e/o limitare le assunzioni dei ricercatori e costringerli almeno nel breve periodo ad espatriare. Ci sono ricercatori ottimi anche in Italia, ma spesso devono impiegare buona parte del loro tempo a trovare fondi per i loro progetti o a risolvere questioni burocratiche. Maggiori fondi a disposizione aumentano la possibilità di condurre analisi dettagliate per le quali si ha bisogno di dati o materiali magari non accessibili gratuitamente o di pagare personale dipendente”. Anche la concorrenza e i ranking universitari in altri Paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti rendono il mercato accademico molto più dinamico di quello italiano. Qualche passo avanti è stato fatto recentemente in Italia, ma il sistema va ancora migliorato. Gli Stati Uniti sono un paese molto attento alla libertà dell’individuo che sta alla base non solo della vita lavorativa, ma di ogni decisione e azione quotidiana.

“A titolo esemplificativo, quando vai a fare la spesa ti trovi spesso una vastissima gamma di prodotti di marche diverse sugli scaffali e la scelta tra prodotti sostituti ti imbarazza non poco, quando ordini qualcosa ti chiedono sempre “questo lo vuoi con o senza..?” o magari propongono un’ampia lista di condimenti alternativi tra cui scegliere, se compri una scheda telefonica ti chiedono di scegliere il numero che preferisci fra una decina di numeri. E gli esempi potrebbero continuare. Inoltre negli Stati Uniti è molto più facile ottenere finanziamenti non solo pubblici ma anche da centri di ricerca,  fondazioni o privati e se c’è qualcuno che crede che i tuoi temi di ricerca siano validi è disposto a finanziarti. Non è solo l’importanza della quantità di denaro che si ha a disposizione (che è comunque un aspetto rilevante, ma anche il modo di intendere la ricerca accademica che può avere un effetto diretto sulla qualità”.

 

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