domenica, Settembre 26

Più donne per il Giappone Per la ripresa del paese è fondamentale un ruolo più attivo delle donne nel mercato del lavoro

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 Abe Shinzo

 Dopo anni di silenzio sembra finalmente essere giunto il momento della ribalta per le donne. Il paese che si trova in un momento economico cruciale, sospeso tra delicati equilibri, punta a ritornare a crescere attraverso una partecipazione più attiva della donna nella società giapponese.

La svolta femminista di Shinzo Abe ha un nome preciso Womenomics, un termine che sembra scimmiottare la più famosa Abenomics, l’aggressiva politica economica del governo, e della quale è un tassello fondamentale se lo stesso premier ha dichiarato che senza, l’intera Abenomics è destinata a fallire.

E proprio un fallimento, le dimissioni del simbolo di questa riforma rosa, il ministro dell’Economia, Industria e Commercio Yuko Obuchi, ha messo a rischio in questi giorni l’intero progetto del governo. Ambiziosa quarantenne, figlia di un ex primo ministro, la Obuchi era l’incarnazione perfetta della donna di successo a cui si sarebbero dovute ispirare milioni di lavoratrici femminili. La sua figura doveva essere uno stimolo per le imprese a dare maggiore spazio alle donne. L’obiettivo del governo è infatti raggiungere il 30% di posti apicali occupati da donne in quattro anni e questo, insieme alla riforma di un sistema di tassazione fortemente penalizzante per le famiglie con doppio reddito, sono solo alcune tra le più importanti misure messe in cantiere dalla attuale amministrazione.

Nonostante questo rallentamento il premier è intenzionato ad andare avanti su questa strada. La cosa può sembrare sorprendente se pensiamo che Abe è notoriamente uno dei leader più conservatori degli ultimi anni e le sue posizioni riguardo il recupero dei vecchi valori e la tradizione familiare paiono molto distanti dalla visione di una donna libera ed emancipata. Ma se ci soffermiamo ad analizzare più approfonditamente gli indicatori economici del paese possiamo scoprire facilmente perché questa scelta in fondo risulti essere quasi obbligata, oltre che fondamentale per mantenere l’attuale livello di benessere.

Il Giappone è il paese più vecchio del mondo e nel 2040 oltre il 36% della sua popolazione sarà composta di ultra sessantacinquenni. La conseguenza più diretta di questo crollo demografico è l’enorme diminuzione delle persone in età lavorativa (15-64). Si stima che questi passeranno dal picco del 1995 di 87 milioni di persone a 55 milioni nel 2050. Questo si tradurrà facilmente in un crollo per il Pil del paese. Il Giappone è già stato superato dalla Cina e l’India è ormai dietro le spalle ma procedendo con questo trend presto anche l’Indonesia potrebbe superare il paese.

Per combattere questo declino, prima demografico e poi economico, la strada più veloce è quella di aprire le porte all’immigrazione straniera. Ma questo argomento continua ad essere un tabù insuperabile per qualsiasi governo e cambiare sentimento e politica nazionale a riguardo potrebbe richiedere più tempo di quello di cui il paese ha a disposizione. In questo contesto rendere più attiva la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro potrebbe rivelarsi l’unica soluzione. Stiamo parlando di una forza lavoro che, al contrario di quella immigrata, è già presente ed integrata nel mercato del lavoro giapponese oltre ad essere molto spesso già altamente qualificata. Se il Giappone riuscisse ad aumentare la partecipazione femminile ai livelli dei paesi nord europei questo porterebbe ad un aumento del Pil di 8 punti percentuali.

Ma ci sono molti problemi che il paese deve risolvere per raggiungere questa crescita. Il Giappone infatti, pur avendo una discreta presenza femminile nel mondo del lavoro, è il paese con la più bassa percentuale di donne manager (11%) tra i paesi industrializzati. Inoltre il tasso di partecipazione al lavoro delle donne è del 25% inferiore a quello degli uomini e il tasso di abbandono del lavoro dopo la nascita di un figlio è uno dei più alti tra i paesi OCSE. L’unico dato in aumento riguarda le donne che non si sono sposate e non hanno avuto figli, quasi raddoppiato rispetto al 1980. La classica famiglia giapponese composta da un uomo che porta a casa lo stipendio e una casalinga che accudisce a casa i bambini non sembra più essere il perno della società giapponese ma questo non si è trasformato automaticamente in un miglioramento della situazione della donna, costretta per lo più a lavori part-time e con poche opportunità di carriera.

Proprio la carriera rimane uno dei maggiori ostacoli. Il sistema aziendale giapponese basato sul Nenkō Joretsu premia infatti l’anzianità piuttosto che il merito nelle carriere dei propri dipendenti. Il laureando appena uscito dall’università trova di solito un lavoro che manterrà per tutta la vita, in Giappone il lavoro a tempo indeterminato è ancora la norma, il che comporta una bassissima mobilità lavorativa. L’idea di fare carriera solo dopo moltissimo tempo e con orari massacranti mal si concilia con le esigenze di una donna che sceglie di mettere al mondo dei bambini.

Questo spiega perché sia così alto il tasso di abbandono del lavoro dopo la maternità o perché, con una simile prospettiva, molte donne prediligano lavori meno impegnativi e con meno possibilità di carriera. Le donne incinte che restano a lavoro non hanno infatti vita facile e spesso preferiscono abbandonare il lavoro piuttosto che difendersi per via legale da un ambiente lavorativo spesso ostile . Esempi come quello della terapista di un ospedale di Hiroshima che, a seguito di una gravidanza, aveva chiesto un trasferimento per una posizione meno gravosa e che di conseguenza era stata rilevata dal suo ruolo di manager sono molto frequenti. Fortunatamente in questo caso la Corte Suprema le ha dato ragione sconfessando la decisione del tribunale di primo grado e questo può considerarsi un segnale importante nei confronti di tutte quelle violenze a cui sono sottoposte le donne incinte nei luoghi di lavoro, che spesso preferiscono licenziarsi volontariamente su richiesta del proprio capo per non creare problemi mentre chi resta è spesso soggetta a molestie psicologiche.

Una società che porta a lavorare anche fino a 18 ore a giorno con straordinari non pagati (qui sono nate la tristemente famosi ”morti per troppo lavoro”), che non vede di buon occhio una donna che non resta a casa almeno tre anni con il proprio bambino dopo la nascita e in cui i congedi per paternità sono stabilmente sotto il 3%, è difficile da cambiare in poco tempo. Ma molto si potrebbe fare sul piano logistico per riportare nel mondo del lavoro quei tre milioni di madri che secondo gli ultimi sondaggi vorrebbero tornare a lavorare se ne avessero la possibilità. Uno dei problemi più sentiti è trovare un posto dove lasciare il proprio figlio durante il lavoro. La mancanza di asili è infatti talmente cronica che alcuni madri arrivano a divorziare in modo fittizio dai mariti pur di salire di qualche gradino nelle graduatorie per un posto in un asilo pubblico.

In questo l’amministrazione Abe sta provando a fare qualcosa e la promessa di quattrocento mila nuovi posti in asili comunali non sembra essere rimasto un semplice slogan elettorale. In linea con la sua politica di dare messaggi di successo per iniettare fiducia nella popolazione il caso di Yokohama è l’emblema di questa trasformazione, una città che è passata in pochi anni dall’avere le liste di attese più lunghe dalla nazione per un posto in un asilo nido a nessun bambino in lista.

Ma estendere questo esempio a tutto il paese rimane difficile a causa, tra l’altro, della cronica assenza di insegnanti. Nonostante una paga di duemilacinquecento dollari e un ulteriore aumento del governo di settanta dollari infatti sembra essere un lavoro poco apprezzato dai giapponesi, attratti da lavori meno impegnativi o più redditizi, tanto che si è arrivati ad ipotizzare persino un maggior utilizzo dei pensionati per risolvere questa mancanza cronica di insegnanti. Qualsiasi sia il risultato alla fine la soluzione per uscire dalla crisi e rimanere competitivi sembra essere sempre la stessa: lavorare tutti, lavorare di più. Donne e pensionati compresi.

 

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