venerdì, Aprile 16

Più che semestre, bimestre Il ‘bimestre’ italiano tra ambizioni e difficili equilibri. Presidenze UE: servono ancora? Più immagine che sostanza

0

logo_semestreIT-634x396

Il più duro, come sempre, è stato lui, il saggista britannico Bill Emmott. «Le presidenze di turno di solito vengono inaugurate con annunci e dichiarazioni relativi ad ambiziose intenzioni, specialmente davanti ai mezzi di informazione. Proclami che vengono puntualmente dimenticati a causa del pantano di summit noiosi, comunicati sciatti e progressi compiuti a passo di lumaca. Per ora, la presidenza di turno italiana sembra aderire a questo percorso già visto».

Insomma, una questione più di immagine che di sostanza. Più organizzativa che amministrativa, come aveva detto qualche tempo fa Lucio Caracciolo sostenendo che «la presidenza  di turno non ha alcun ruolo politico: solo in Italia, e per ragioni tutte interne, ha  assunto questa eccezionale importanza». E ancor più tranchant è stato il professor Angelo Rinaldi, economista di fama: «non  conta nulla e non può fare nulla, tranne  l`ordine del giorno del Parlamento»

Parole scolpite come pietre, quelle contro il semestre, che gettano sale sulle ferite aperte in Italia, ma anche su uno dei riti più sentiti in Europa.  ‘Verba volant scripta manent’ dicevano i latini. Ed in effetti è scritto proprio lì, sul sito del Consiglio UE: «la presidenza di turno ha il compito di portare avanti i lavori del Consiglio sulla normativa dell’Unione europea, garantendo la continuità dell’agenda dell’UE, il corretto svolgimento dei processi legislativi e la cooperazione tra gli Stati membri. A tal fine, la presidenza deve agire come un mediatore leale e neutrale».

Tutto sommato parliamo di missioni che non sembrano poi così difficili da portare a termine per qualsiasi Paese. Ed è forse anche questo il motivo per cui, soprattutto oltre i confini dell’Europa, sono in molti a restare scettici di fronte allaformuladei sei mesi, ritenuta dalla ‘Georgetown Public Policy Review’ addirittura «una delle tante anomalie strutturali del progetto europeo». 

Ma facciamo un doveroso passo indietro per capire da dove nasce il walzer dei Presidenti. E’ stato il Trattato di Lisbona ad indebolire i poteri del semestre nel momento in cui ha creato un Presidente stabile in grado di assicurare maggiore coerenza all’azione del Consiglio europeo. Fino al 2009, infatti, lo Stato membro che deteneva la presidenza del Consiglio dell’Unione europea deteneva anche la presidenza del Consiglio europeo. Aveva quindi la possibilità di incidere con forza sull’agenda politica.

L’ultimo caso di presidenza che esercitò un’influenza notevole fu quella francese del 2008, che riuscì a lanciare iniziative ambiziose come l’Unione per il Mediterraneo. Successivamente le opportunità offerte dal turno di presidenza sono diminuite. Così che quel che resta del semestre oggi è solo una vetrina periodica offerta ai 28 Stati membri per dare loro l’opportunità di proposta legislativa (non vincolante) su alcune materie, ma soprattutto per offrire una visibilità da esportare successivamente nelle prossime campagne politiche nazionali.  

Prime testimoni della nuova rotazione sono state le presidenze di turno di Belgio ed Ungheria, avvenute, rispettivamente a fine 2010 e inizio 2011, in un clima di sfide interne molto profonde: il Belgio si trovava con un Governo ad interim, mentre l’Ungheria  -in quei mesi salvata dall’UE, FMI e Banca mondiale-  doveva fare i conti con le polemiche verso l’Amministrazione di Viktor Orban, sotto tiro per le controverse modifiche alla legge nazionale sui media. Non ha sorpreso, quindi, il fatto che entrambi i Paesi abbiano assunto un basso profilo sulla scena europea, lasciando che fossero il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il nuovo Alto Rappresentante Lady Catherine Ashton a presidiare sull’agenda del periodo. 

Sei mesi dopo i polacchi hanno deciso di essere più ambiziosi. Il Primo Ministro Donald Tusk e il Ministro degli Esteri Radek Sikorski non avevano mai digerito la bassa visibilità del loro Paese negli affari europei, così che per sei mesi hanno tentato di influenzare l’ordine del giorno dell’agenda europea con una serie di politiche prioritarie per Varsavia. Come ad esempio l’iniziativa del Partenariato Orientale. La presidenza polacca, tuttavia, è stata tenuta in disparte in molti dibattiti: primo tra tutti quello su tutte le questioni economiche (non essendo la Polonia un membro della zona euro). 

Capita anche che molto spesso alcuni Paesi fanno gli interessi della propria ‘parrocchia’,  mettendoci su anche un po’ di folclore. Come gli irlandesi (2013), che da un lato, per assecondare la crisi economica, hanno proposto ingenti tagli alle spese del semestre, ma dall’altro hanno chiesto a politici e diplomatici di viaggiare su linee aeree ‘low coast’. Guarda caso la compagnia di bandiera Ryanair. Così come imbarazzante è stata la prima presidenza ceca (2009), quando il Presidente euroscettico Vaclav Klaus non volle esporre al castello di Praga la bandiera europea a fianco di quella ceca. 

La migliore -anche ricordata da molti funzionari europei come ‘the nordic efficiency’- è sicuramente stata quella svedese (2009) guidata dal Primo Ministro John Fredrik Reinfeldt: ottimi risultati raggiunti sul cambiamento climatico (accordo di Copenhagen), approvazione del nuovo Trattato di Lisbona e regolamentazione dei mercati finanziari. La più ‘timida”, infine,  quella greca, il Paese che è stato più soffocato dalla gestione europea della crisi economica. Scarsi i risultati raggiunti sulle priorità prefisse: promozione di politiche e azioni per la crescita, per combattere la disoccupazione, per promuovere la coesione economica e sociale e le riforme strutturali. 

La domanda sorge quindi spontanea: il semestre è ancora utile? Sicuramente  -per rubare le parole all’ex Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi– «semestre non vuol mica dire costruire dei bei ricevimenti. Semestre vuol dire fare le alleanze su alcune idee che cambino la politica europea».  Eppure, semestre dopo semestre, l’Europa stenta a cambiare.

Intanto la staffetta passa a Roma. Dal 1° luglio al 31 dicembre 2014, per un impiego di 68 milioni di euro. È la quinta volta che accade (1983 Governo Craxi, 1990 Governo Andreotti, 1996 Governo Prodi, 2003 Governo Berlusconi) e già sembra essere la più sofferta di tutte le presidenze guidate finora dall’Italia. Innanzitutto a causa della delicata congiuntura politica nazionale. Ma anche per lo stallo dell’eurozona: la brusca frenata delle tre principali economie, Germania, Francia e Italia.

Il Governo, così, si trova nuovamente al bivio fra rigore e crescita, e viste le numerose divergenze tra gli Stati membri, il rischio di fondo è che, a prescindere dalla volontà dell’Italia, il semestre vada in bianco

Si corre contro il tempo e con un pizzico di sfortuna. Il nostro, infatti, è stato soprannominato il ‘semestre breve’. Ha preso avvio nello stesso giorno in cui si insediava il nuovo Parlamento europeo, nel pieno della pausa estiva e nella più totale assenza di interlocutori istituzionali. Molti Commissari sono ad interim, le nomine ai vertici dell’Unione Europea saranno completate tra qualche settimana: a fine agosto l’Alto Rappresentante, a novembre i nuovi Commissari e dal 1° dicembre il nuovo Presidente del Consiglio. In pratica il lavoro si è ridotto ad un bimestre.

Pochissimo tempo per impressionare e soprattutto rubare lo scettro a quelle che fino ad ora vengono ancora ricordate come ‘presidenze storiche’: quella di Bettino Craxi nel 1985, che – nonostante il voto contrario  di Gran Bretagna, Danimarca  e Grecia- approvò la  riforma dell`Atto Unico che  avrebbe consentito di creare  in 7 anni il grande mercato europeo. E quella del 1990, quando Giulio Andreotti sconfisse Margaret Thatcher sul documento che gettava le basi della moneta unica. 

Oggi il semestre di presidenza italiana dell`Ue rappresenta una vetrina strategica quanto insidiosa. Tanta la carne al fuoco. Crescita, occupazione e immigrazione sono al centro dell’agenda italiana per l’Europa che il Presidente del Consiglio ha voluto chiamare ‘Rinascimento europeo’. La missione sarà quella di sormontare appieno la crisi economica e finanziaria e rilanciare la crescita dell’Unione, rafforzare le capacità dell’Unione di offrire più posti di lavoro e cogliere le opportunità digitali. Ancora, si dovrebbe compiere ogni sforzo per il completamento del mercato unico, di cui la realizzazione dell’Agenda digitale europea ed il mercato unico dell’energia sono di primaria importanza. Così come fondamentali restano la riduzione degli oneri superflui per le imprese, gli investimenti in moderne infrastrutture di trasporto, la politica di allargamento e di vicinato.

Chiaro che con il poco tempo a disposizione sarà difficile che tutti gli obiettivi vadano in porto. Sicuramente, come ha detto tempo fa l’Ambasciatore italiano all’UE Stefano Sannino, «è inutile dire adesso cambiamo tutto, succede il miracolo. Bisogna capire che non ci sarà la possibilità di riscrivere la storia dell’Ue». Un’altra voce scettica è quella di Lorenzo Ferrari dell’IMT Institute for Advanced Studies di Lucca: «l’ampiezza e la vaghezza degli obiettivi perseguiti e i limiti di tempo e delle risorse politiche a disposizione spingono ad aspettarsi dal semestre dei risultati meno spettacolari rispetto alle aspettative riposte nei suoi confronti».

Ad onor del vero la sostanza non va in direzione opposta rispetto alle opinioni. In più, in questi mesi  -vertici europei a bocce ferme- a poco è servito il coordinamento dell’Italia. Al punto che i Paesi più ‘strutturati’ hanno preferito andare per fatti propri. In politica estera, ad esempio, l’Italia non si è seduta ai tavoli che contano: quelli sulle crisi a Gaza e in Ucraina. Anzi, il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ed il Primo Ministro David Cameron hanno preso per primi in mano la situazione irachena, così come la Cancelliera Angela Merkel quella del dialogo con Mosca.

Pessimo umore anche sulle riforme economiche. Certamente non è facile essere un leader nazionale di un Paese dell’Eurozona. Ma se si vuole mantenere prestigio nel proprio incarico una delle regole di sopravvivenza è quella di non attaccare le istituzioni. A maggior ragione se i recenti dati diffusi dall’Istat consegnano al Paese una pagella negativa. Come non detto: «le riforme le decido io», ha attaccato il Premier italiano rivolgendosi contro la Troika.

 L’UE fa a modo suo e risponde picche a Roma anche sulla flessibilità dei conti pubblici: dopo il duro comunicato del commissario Jyrki Katainen anche su questo punto la strada per il nostro Paese è tutta in salita. Così come sull’immigrazione: nessuna negativa anche su Mare Nostrum. Di più, essendo a corto di fondi l’Europa chiede ai Paesi di scordarsi di Frontex. E che ognuno faccia da se. 

Nel 1990 ‘L’Economist’ aveva pubblicato un editoriale attribuito ad un alto diplomatico britannico, dedicato all’allora presidenza italiana, definita con graffiante ironia ‘un autobus guidato dai fratelli Marx’. Insomma, una cosa tutt’altro che seria. Ma all’epoca Roma si potè difendere con i fatti, grazie alle ottime trattative condotte dal Governo sui tavoli di Bruxelles. Non basta che le cose vengano annunciate per credere che siano realizzate: se il semestre serve davvero a qualcosa è il momento di dimostrarlo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->