lunedì, Ottobre 18

Pistoletto: quando l’arte va al Mercato

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Vetrate d’artista. Sono quelle realizzate da Michelangelo Pistoletto per il Mercato Centrale di Firenze, uno dei simboli architettonici della città ottocentesca, tornato a nuova vita dopo gli interventi di restauro al secondo piano che lo hanno reso luogo delle eccellenze enogastronomiche e di grande vivacità cosmopolita. Ebbene, per iniziativa degli imprenditori Umberto e Domenico Montano, artefici dell’opera di recupero del piano alto dell’edificio, il grande artista biellese, uno dei padri dell’Arte Povera, è tornato a Firenze per realizzare (con il concorso dell’artista colombiano Juan E. Sandoval e con la curatela di Nicolas Ballario e Domenico Montano), una installazione artistica luminosa all’interno di quella che lui stesso definisce una ‘Cattedrale moderna’.

Definizione pertinente in quanto l’edificio realizzato a seguito della distruzione del Vecchio mercato operata all’indomani di Firenze Capitale, fra il 1870 e ’74 dall’architetto Giuseppe Mengoni (lo stesso della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano), ha assunto fin da allora un ruolo centrale nella vita economica e civile della città, nonché valore simbolico di un’epoca che in architettura  esaltava la felice integrazione fra pietra serena e moderni materiali come ferro, vetro e ghisa, un edificio inoltre che ricordava le Halles di Parigi (il vecchio mercato ove è sorto il Beaubourg), città alla quale Firenze  ha sempre guardato con simpatia.

Pistoletto 1

Una sfida non scontata quella di Pistoletto, data l’accoglienza riservata dalla città ad una sua precedente opera Dietrofront (due figure femminili, una in verticale con lo sguardo rivolto  verso la via Senese, l’altra in equilibrio sopra la testa rivolta verso la città), giudicata, allora, con superficiale ironia (squibrata, cariatide, donna con il mal di testa e altro ancora) forse per l’incomprensione del suo reale significato che  è quello del contrasto tra passato e futuro, tra modernità e Rinascimento, a cui si deve ritornare. E dato anche il difficile e spesso mal posto rapporto tra arte del passato e arte contemporanea di cui si hanno tuttora significativi esempi.

Ma ormai anche quella sua lontana opera è entrata a par parte del paesaggio urbano e nella memoria della città, una città verso la quale Pistoletto nutre grande ammirazione (tanto che anche sua figlia studia qui), tanto da pensare di dedicare a Firenze questa ultima installazione che ha per lui  un valore simbolico e che definisce Terzo Paradiso (come il manifesto da lui scritto nel 2003). Per i più  si tratterà di ammirare una sapiente illuminazione, sia di giorno che di notte con un incredibile gioco di luci e colori, ma a nessuno potrà sfuggire l’unione di tre cerchi, al centro dei quali si pone una figura  a forma ellissoidale, che si inserisce e unisce il segno matematico dell’infinito. Proprio quella figura simboleggia secondo l’artista il grembo generativo di una nuova umanità.

Infatti, alla domanda che «Cos’è il Terzo Paradiso?», l’artista risponde dicendo che è la fusione tra il primo e il secondo paradiso. Il primo è il paradiso in cui gli esseri umani erano totalmente integrati nella natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. Si è formato un vero e proprio mondo artificiale che, con progressione esponenziale, ingenera, parallelamente agli effetti benefici, processi irreversibili di degrado a dimensione planetaria. Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra, a segnare il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza.

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