mercoledì, Maggio 12

Pinocchio in emoji: un esperimento linguistico

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Pensiamo alle emoji: fedeli e affezionate compagne dei giorni nostri, ‘faccine‘ con cui comunichiamo on line pensieri, stati d’animo, emozioni e sentimenti, senza troppi scrupoli, figuriamoci convenevoli. Semplificano ogni giorno, ormai con grande naturalezza, ciò che è difficile esprimere a parole. Pensiamo alla nostra vita oggi: possiamo comunicare rabbia senza dirlo, possiamo comunicare allegria senza dirlo. Possiamo dire tutto, senza dirlo, insomma. E, diciamolo, la vita è più semplice. Non solo non siamo costretti a superare l’imbarazzo di doverci parlare faccia a faccia. Non siamo nemmeno costretti a superare l’imbarazzo di scrivere che siamo arrabbiati, tristi o felici. La società del disimpegno, la chiamano. Non ci prendiamo nemmeno l’impegno di dire quello che (non) diciamo. (Beh, se questo non è disimpegno…!) Di buono c’è, però, che lefaccineparlano una sola lingua, quella dell’immagine. Una lingua che capiscono tutti.

Protagonisti dei giudizi più severi, siamo già abituati alle critiche cruente di chi ci ritiene responsabili, e vittime, della mortificazione della lingua e delle sfumature più profonde che questa porta con sé. Scorgere un barlume di luce, nel tunnel vuoto e freddo del degrado linguistico, è difficile. E, forse, è il caso di dire che spesso si tratta di pregiudizi: il pregiudizio per cui ogni abbreviazione sia, in ogni caso, sempre mortificante; il pregiudizio per cui la novità è un peggioramento del vecchio, sempre e comunque. Un pregiudizio che cela anche una certa paura: la paura che la tradizione venga ‘masticata’ e poi ‘vomitata’, priva di tutte le sue componenti originarie, brutta, maleodorante. Ma, la novità, alle volte, sorprende anche il più scettico dei tradizionalisti; perché la novità è un po’ l’adolescente, intraprendente e sbarazzino, che non si ferma se qualcuno gli dice che il gioco non vale la candela. La novità è come quell’uomo non ancora adulto, che conserva tutta l’eterna precarietà della giovinezza: la prepotenza di proseguire, il coraggio di andare, il potere di far cambiare idea.
Dal porto delle novità, la nave delle emoji è già salpata. Per alcuni, verso la deriva; per altri, verso una direzione precisa. Per Francesca Chiusaroli, Johanna Monti (insegnante di traduttologia generale presso l’Università Orientale di Napoli) e Federico Sangati (ricercatore indipendente) la ‘nave’ delle emoji è salpata per sperimentarsi, conoscersi, per dar vita a qualcosa di unico. Grazie a questo gruppo affiatato e creativo, nasce il progetto EmojitalianoBot, da cui prenderà vita la traduzione di uno dei testi più letti e apprezzati in tutto il mondo: ‘Pinocchio‘. Parliamo di un progetto fuori dal comune, ambizioso e originale; una ventata fresca di novità, che rispolvera ambizioni antiche e tradizionali, come quella di gettare le basi sulla riflessione e sulla costruzione di una Grammatica Universale, il sogno reale di Noam Chomsky, a cavallo tra il vecchio e il nuovo, tra il possibile e l’impossibile.

Andiamo per gradi: questo progetto, ben lungi dall’appiattire le sfumature di significato, traduce accuratamente e meticolosamente la lingua dei testi (Pinocchio, in questo caso) in emoji, associando ad una parola-concetto una emoji e facendo del linguaggio emoji il punto di partenza per costruire un glossario di logogrammi, ampio, crescente, dinamico: la base per ridisegnare una lingua comprensibile a tutti.
Si tratta di una piattaforma che getta le basi per una riflessione su una grammatica in grado di avvicinare le diverse lingue, sotto un minimo comune multiplo: un fascio di regole, categorie, concetti, che accomunino tutte le lingue, al di là di ogni particolare differenza. Ma proviamo a spiegarlo con parole semplici ed esempi concreti: se l’emoji ‘casa’ significa concettualmente ‘casa’ sia per un inglese, che per un francese e per un italiano, anche altre emoji, articolate e messe insieme, potrebbero essere in grado di strutturare concetti sempre più ampi, comprensibili a tutte le lingue. Parliamo di concetti da cui prende vita una piattaforma che non vuole distruggere la lingua, ma sperimentarne una nuova, comune, in grado di superare le barriere linguistiche e psicologiche che dividono gli uomini. Un esperimento linguistico a tutti gli effetti, con vantaggi potenzialmente enormi, ma solo se si vuole superare il pregiudizio. È così che ce parla una delle ideatrici del progetto Emojiitaliano: Francesca Chiusaroli, insegnante di glottologia e linguistica presso l’Università di Macerata, che nel 2010 ha avviato (insieme a Fabio Massimo Zanzotto) il progetto di ricerca interdisciplinare sull’argomento ‘Scritture brevi‘, concretizzato nella realizzazione, nell’anno 2011, di una serie di workshop sull’argomento in chiave teorica e applicata, nella sincronia e nella diacronia linguistica. Ecco cosa accade quando da una ‘faccina’ si crea un ‘mondo’ creativo, ricco di opportunità.
Può spiegarci le caratteristiche del progetto ‘EmojitalianoBot’ e come nasce?
Il progetto nasce da EmojiItaliano, un progetto su Twitter che fa capo all’hashtag ‘scritture brevi’. Dopo averci lavorato anche dal punto di vista scientifico, con una serie di pubblicazioni, ho lanciato la traduzione di Pinocchio, su Twitter. Si tratta di un processo collaborativo che chiede e valuta il contributo della gente. Abbiamo creato un contenitore digitale per organizzare un dizionario digitale dove poter riversare ogni giorno le associazioni parola-emoji e avere a disposizione un dizionario consultabile. È un bot nel senso che automaticamente fornisce la traduzione. Per esempio, il ragazzo che corre, nel nostro dizionario, è Pinocchio. Il pubblico può leggere l’opera e contribuire di giorno in giorno alla traduzione, avendo a disposizione un glossario convenzionale che abbiamo costruito insieme sulla base delle associazioni stabilizzate. Il testo in ordine progressivo viene proposto su twitter: ogni giorno pubblichiamo due o tre tweet corrispondenti a una frase del testo originale di Pinocchio. Durante la giornata ci si può cimentare nella traduzione, consultando il bot per vedere se ci sono già associazioni oppure per trovarne di nuove. A fine giornata io provvedo a pubblicare i tweet ufficiali e queste voci vengono riversate nel bot, che cresce col pubblico. È un’operazione che raccoglie contributi. La novità, rispetto ad altri testi tradotti in emoji (Alice nel Paese delle Meraviglie, Moby Dick, la Bibbia) sta nel fatto che abbiamo cercato di articolare una vera e propria grammatica, per stabilizzare l’ordine soggetto, predicato, complemento e l’associazione concetto-emoji. Questo è un tentativo che vuole far riflettere sul multilinguismo. L’emoji può essere un segno che traduce molte lingue. È una sperimentazione sul campo.

 

Una sorta di Grammatica Universale?
Parliamo di progetti fallimentari che cercano nell’unità linguistica elementi comuni. La traduzione in emoji può agevolare un tipo di riflessione sulla parola non solo come sequenza fonetica ma come concetto. Noi cerchiamo di tradurre il concetto e di realizzare una lettura in logogrammi. L’emoji di casa è uguale in inglese, in francese, in italiano, ecc… più ci si allarga più ci sono differenze ovviamente, ma comunque l’idea di base è quella di fare un passo in più.

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