sabato, Giugno 19

Pingtan, una Patria comune per le 'due Cine' field_506ffb1d3dbe2

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Pingtan

E’ ciò che più si avvicina all’idea di una Cina unificata. L’isola di Pingtan, sorge lungo la costa della Provincia cinese del Fujian, appena un centinaio di chilometri da Hsinchu, città nel nord di Taiwan. E’ la propaggine della Repubblica popolare più vicina all’ex Formosa. Nel 2009 Pechino decise di renderla una ‘terra comune’ nell’ambito di un progetto sperimentale volto ad incoraggiare la cooperazione economica con i cugini di Taipei. La prima ‘joint venture’ su suolo cinese da quando nel 1949 Taiwan divenne la sede del governo nazionalista in fuga dopo la sconfitta inferta dalle truppe comuniste di Mao Zedong. I simbolismi non mancano. Il piano, non a caso, è stato inaugurato formalmente in occasione del Ventesimo anniversario del celebre ‘viaggio al Sud’ compiuto da Deng Xiaoping nel 1992; viaggio che decretò una svolta nel processo di modernizzazione economica della Cina post-Tian’anmen.

 Lo scopo conclamato è quello di attrarre investimenti e know how da oltre lo Stretto, permettendo ai taiwanesi di servire il governo locale (in cambio di stipendi ben più generosi rispetto agli standard cinesi), guidare automobili con targa taiwanese, e fare acquisti tanto in Renminbi (la valuta cinese) quanto in dollari di Taiwan, fino a rendere Pingtan un’area duty free con un sistema di tassazione agevolata. Pechino non bada a spese: come stabilito nell’ambito del Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015), l’isola beneficerà di un budget di 250 miliardi di yuan (40 miliardi di dollari). Nei primi tre anni il nuovo parco industriale ha attratto oltre 1 miliardo di dollari da parte di investitori cinesi e stranieri. All’inizio di febbraio 2013 Chunghwa Telecom, la principale società di telecomunicazione taiwanese, ha confermato di volervi investire l’equivalente di 4,82 miliardi di dollari. Nei primi sei mesi dello scorso anno l’economia locale è cresciuta del 16% e allo scorso novembre erano già 129 le attività di business finanziate da Taiwan.

Hotel, appartamenti, ospedali, negozi e uffici affollano l’isola, mentre il bagliore dei cantieri illumina la notte. E’ soltanto l’inizio. Il litorale verrà presto ricoperto di nuovi grattacieli, alberghi pluristellati, campi da golf e ogni genere di confort nella speranza di duplicare il successo riscosso da Hainan, l’isola tropicale cinese, meta prediletta dei ricchi turisti della mainland, che galleggia davanti alla costa vietnamita. L’arrivo dei voraci sviluppatori immobiliari è stata agevolata dalla costruzione di un ponte di 4 chilometri che dal 2010 collega l’area sperimentale alla Cina continentale. E, stando a quanto mostra una mappa del progetto, entro il 2030 una strada (un canale o forse un ponte) potrebbe attraversare lo Stretto di Formosa per 100 chilometri, andando ad agganciare l’isoletta a Taiwan. Un’impresa non impossibile se si considera che Pechino si appresta a costruire un tunnel di 123 chilometri nel mare di Bohai, il progetto -nel suo genere- più imponente mai realizzato al mondo. Nel frattempo un servizio di navetta fa la spola tra Pingtan e Taichung, città localizzata nella regione centro-occidentale della Repubblica di Cina. Il Dragone sta facendo di tutto per facilitare l’approdo dei vicini asiatici al parco industriale.

Freddina, invece, la risposta di Taipei che per bocca del Viceministro del MAC (Mainland Affairs Council), agenzia semigovernativa responsabile per i rapporti con la Repubblica popolare, ha smentito un coinvolgimento del Governo taiwanese nel progetto. Letteralmente: «La Cina è libera di fare quello che vuole, ma non può ingannare il popolo di Taiwan facendogli credere che il piano ha il consenso del nostro Governo». O detto in altre parole, quelle del Portavoce del MAC Liu Te-shun: «La Cina ha posto troppe allusioni politiche sul progetto di Pingtan» e gli investitori taiwanesi dovrebbero stare attenti prima di gettarsi a capofitto sull’isola.

Ad impensierire Taipei l’idea che il progetto di quella ‘Patria comune’, come l’ha definita Wang Yi, attuale Ministro degli Esteri cinese ed ex-direttore del Taiwan Affair Office (il corrispettivo cinese del MAC), sia un tentativo di trascinare la Repubblica di Cina sotto il motto “un Paese, due sistemi”. Una politica promossa dal Piccolo Timoniere, oggi in vigore a Hong Kong e Macao, che prevede la graduale riunificazione nazionale, pur assicurando alle regioni amministrative speciali l’indipendenza del proprio sistema economico e politico.

Come suggerisce il quotidiano taiwanese ‘Want China Times’, se Taipei venisse ufficialmente coinvolto nel piano di Pingtan, questo potrebbe essere considerato un progetto cogestito dalla Provincia del Fujian e da Taiwan, ovvero tra due Governi locali di una stessa Nazione, piuttosto che tra due Stati. Negli anni ’90, la ripresa dei contatti tra Pechino e Taipei è culminata nel ‘Consenso del 1992’, in base al quale il Guomindang di Taiwan e il Partito comunista cinese si sono accordati sul vago riconoscimento di ‘una sola Cina’, senza però che si specificasse quale essa fosse, così che tutt’oggi entrambi i Governi avanzano la sovranità sulle due sponde dello Stretto.

Negli ultimi tempi i rapporti tra Repubblica di Cina e Repubblica popolare hanno visto un netto miglioramento, coronato lo scorso febbraio dal vertice bilaterale di più alto livello da 65 anni a questa parte. D’altra parte, le divergenze su Pingtan riflettono in maniera più ampia le difficoltà incontrate nella normalizzazione dei rapporti bilaterali, minata sopratutto da una comunicazione farraginosa e da una reciproca mancanza di fiducia. Pechino, da parte sua, continua ad assicurare la natura win-win e prettamente economica del progetto, rigettando le accuse di quanti individuano nello sviluppo della zona sperimentale un tentativo di coercizione politica. E per essere più convincente un paio di mesi fa ha provveduto a nominare un cittadino taiwanese, Liang Qianlong, Vicecapo del Governo locale.

“Pingtan rientra nella strategia politica di riconciliazione che Pechino porta avanti dal 2008, anno in cui la presidenza di Taiwan è stata assunta dal nazionalista Ma Ying-jeou”, spiega a ‘L’Indro’ Dean Chen, autore di svariate pubblicazioni sulle ‘due Cine’ nonché professore di Scienze Politiche presso il Ramapo College del New Jersey. “Recentemente l’integrazione economica tra le due parti è aumentata grazie al miglioramento degli scambi commerciali e culturali. Tuttavia rimane evidente che Pechino sta tentando di sfruttare la maggiore interdipendenza economica per favorire un più intimo rapporto politico tra la Repubblica popolare e Taiwan, ritenuta alla stregua di una Provincia ribelle da riannettere. Anche se Pingtan conserva indubbi vantaggi per le imprese taiwanesi che intendono lucrare sul progetto, la motivazione politica sottotraccia rimane molto forte. Per il Governo quella ‘terra condivisa’ rappresenta un primo passo verso ‘un Paese, due sistemi’, dove i taiwanesi possono ricoprire cariche amministrative, ma pur sempre rimanendo strettamente nell’ambito di ‘una sola Cina’, dove per Cina Pechino intende chiaramente la Repubblica popolare. E questo è un compromesso che Taipei non può accettare. Nonostante negli ultimi anni la leadership cinese abbia dimostrato una maggiore flessibilità e tolleranza per quanto riguarda l’interpretazione di ‘una sola Cina’, Xi Jinping ha in più occasioni rimarcato che il dialogo politico tra le due parti deve essere implementato in previsione di una riunificazione. Penso che Taipei continuerà a evitare o quantomeno posticipare la questione politica, concentrandosi esclusivamente sull’aspetto commerciale. Ma ciò diventerà sempre più difficile di pari passo con l’avvicinarsi del 2016, data in cui Ma Ying-jeou, già al secondo mandato, dovrà lasciare il suo incarico di Presidente. L’ipotesi che il Governo passi nelle mani del DPP (Democratic Progressive Party), che fa dell’indipendenza il principio cardine della sua agenda politica, impensierisce non poco Pechino. D’altra parte il Guomingdang (il Partito nazionalista, ndr) al momento ha le mani legate, dato lo scarso consenso di cui gode a livello popolare l’ipotesi di una riunificazione, con il 76% dei cittadini ancora a favore dello status quo“.

Se infatti il mondo del business sino-taiwanese sembra ammiccare alla ‘joint venture’, attirato dalla ghiotte prospettive di guadagno, la pancia del Paese si dice dubbiosa quando non del tutto disinteressata. Di fatto Pingtan deve ancora rivelare il suo potenziale economico, smentendo le preoccupazioni di quanti pronosticano diverrà l’ennesimo paradiso dei palazzinari cinesi, tempestato di cattedrali nel deserto. Tutte rigorosamente vuote. Perché oggi Pingtan ha un nuovo porto, sì, ma il servizio costruito per accogliere i traghetti in arrivo da Taiwan non è mai partito. E dopo cinque anni di affari al di sotto delle aspettative, alcuni imprenditori taiwanesi cominciano a perdere la pazienza. «Le potenzialità sono illimitate. Pechino vorrebbe veramente promuovere l’isola, renderla anche migliore di Hong Kong e Shanghai, ma le politiche vengono portate avanti troppo lentamente», riferisce a ‘France Press’ un ristoratore del posto. Alcuni lamentano che i progetti edilizi siano stati accaparrati da compagnie esterne a tutto svantaggio degli sviluppatori locali, mentre il costo della vita è schizzato verso l’alto. I pescatori hanno visto la propria casa venire rasa al suolo per fare spazio ai nuovi giganti di vetro e cemento.

Ma se la stampa della Repubblica di Cina ha bollato senza mezzi termini il parco industriale come ‘un furto’ di soldi e talenti taiwanesi, il grande pubblico -su entrambe le sponde dello Stretto- non sembra dare grande importanza alla nascita di quella ‘Patria condivisa’. Secondo una ricerca condotta da Tea Leaf Nation’, le notizie relative a Pingtan postate su Weibo, il Twitter cinese, hanno avuto uno scarso seguito e pochissimi commenti, mentre alcuni taiwanesi hanno candidamente ammesso di non essere nemmeno a conoscenza del progetto. Alla fine, dicono, «è soltanto roba da businessmen».

 

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