mercoledì, Ottobre 20

Pina Bausch ci può salvare! Intervista a Massimiliano Finazzer Flory sull’evento romano dedicato alla coreografa

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pina bausch

L’evento del 30 giugno prossimo dedicato a Philippine Bausch, detta Pina, ballerina e coreografa tra le più importanti dell’età moderna, si svolge alle ore 18,30 nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Esso fa parte della rassegna ‘Il gioco serio dell’arte’, arrivata ormai alla VIII edizione, curata e ideata da Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore teatrale (che abbiamo intervistato), sostenuta da Il gioco del Lotto- Lottomatica. Quest’anno ‘Il gioco serio dell’arte’ ha annoverato già tra i suoi ospiti i registi del cinema Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores e Carlo Verdone.

Questo nuovo incontro riguarderà la figura di Pina Bausch, direttrice dal 1973 del Tanztheater Wuppertal con sede nella omonima città della Germania. Il suo nome è legato al termine ‘Tanztheater’ (teatro-danza) adottato negli anni Settanta da alcuni coreografi tedeschi, tra cui Pina Bausch stessa, per indicare un preciso progetto artistico che tende a differenziarsi dal balletto e dalla danza moderna per l’introduzione di elementi recitativi, come l’uso del gesto teatrale e della parola con precise finalità drammaturgiche.

Fino all’inizio degli anni Sessanta Pina Bausch fu impegnata come ballerina sia presso il New American Ballet, sia alla Metropolitan Opera di New York (città dove si era trasferita grazie ad una borsa di studio), mentre più tardi anche in Germania, dove aveva fatto ritorno. Nel 1968 iniziò a comporre le prime coreografie per il corpo di ballo della Folkwang Hochschule di Essen, fondata da Kurt Joos, e di cui sarà direttrice a partire dall’anno successivo. Nel 1973 fondò il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, cambiando nome al corpo di ballo della città. I suoi spettacoli riscossero un meritato e inaspettato successo, accumulando nel corso degli anni riconoscimenti in tutto il mondo. I primi lavori furono ispirati a capolavori artistici, letterari e teatrali, con una dura critica alla società consumistica e ai suoi valori, mentre con ‘Cafè Müller (1978), uno dei suoi lavori più celebri, si assiste alla svolta decisiva nel contrasto tra uomo e società, nella visione intima della coreografia e dei suoi danzatori, chiamati ad esprimere in maniera del tutto personale i sentimenti dei protagonisti della vicenda. Tale interpretazione personale si vuole rappresentare con un rapporto di fragilità e forza, espresso attraverso i gesti del danzatore. Esso crea delle piéces (chiamate ‘Stück’ da Pina Bausch) attraverso l’improvvisazione generata dalle domande che la coreografa pone loro. Per questo motivo gli interpreti della compagnia di Pina Bausch vennero denominati ‘danzattori’ perché ricoprirono il ruolo di danzatori insieme a quello di attori e autori dell’opera. Un altro elemento di novità è costituito dall’interazione tra i danzattori e i molteplici materiali scenici di derivazione teatrale (come le sedie in Cafè Müller) che la coreografa inseriva nelle sue composizioni. Ella seppe intrecciare con i suoi allievi un legame basato sul reciproco rispetto e su un affetto, profondissimo eppure mai gridato.

L’incontro del 30 giugno prossimo a Palazzo Barberini in Roma, a cinque anni esatti dalla morte di Pina Bausch, offrirà uno spaccato sul rapporto tra teatro, danza e cinemadialogando con Mario Martone, il regista a lei vicino artisticamente, Andres Neumann, storico produttore della danzatrice e coreografa che insieme a Massimiliano Finazzer Flory la sostenne, realizzando per il Piccolo Teatro di Milano l’opera ‘Vollmond’. In l’Italia sono stati realizzati anche altri due spettacoli: ‘Roma’ e ‘Palermo’. Dopo le due testimonianze di queste persone così vicine artisticamente a Pina Bausch, sarà possibile per il pubblico assistere, grazie alla generosa disponibilità di Wim Wenders, alla proiezione del film ‘Pina da lui diretto, che per vent’anni lavorò su questo progetto, poi presentato al 61° Festival di Berlino, e lo realizzò solo dopo la morte della Bausch. Il film verrà introdotto da un’intervista in video dello stesso Wenders.

Massimiliano Finazzer Flory, come mai avete scelto questa coreografa e ballerina tedesca per questo evento del 30 giugno?
In primo luogo perché questa coreografa ha messo in scena il corpo di ognuno di noi. Ella è sicuramente l’artista più importante del Novecento che ha raccontato, attraverso la nostra carne, dolori, sogni, speranze e sofferenze della vita fisica. L’omaggio a Pina Bausch è un omaggio alla danza contemporanea, a questa arte dimenticata, disprezzata, che riesce ancora oggi a rappresentare un testo per capire chi siamo. Molte delle malattie della nostra società, psicologiche, psicofisiche e quelle della nostra carne, sono derivate dal non conoscere il nostro corpo. Pina Bausch e la sua danza ci può trarre in salvo, restituendoci erotismo, energia interiore e gioia di vivere.

In che modo la danza cambia con le coreografie di Pina Bausch?
Perché ci fa ripensare, forse per la prima volta, il rapporto tra lo spazio e il tempo. La danza è tempo e spazio insieme e noi siamo fatti di tempo attraverso la memoria e di spazio attraverso l’immaginazione. Con Pina viviamo quella duplice esperienza degli elementi, che raramente ci capita di vivere insieme. In questa società noi spesso viviamo o sotto la dittatura del tempo, oppure vogliamo dominare lo spazio. Con Pina tutto ciò viene messo in discussione.

Qual è l’importanza di questa rivoluzione nel campo della danza?
Il danzatore o la danzatrice diventano finalmente teatro. Pina Bausch ha fatto quello che io nel mio piccolo, come regista e attore, tento di fare in maniera esattamente speculare nel campo di mia competenza: ella ha inventato il teatro-danza, mentre a me piace molto la danza-teatro. Pina aveva capito che la danzatrice o il danzatore, mentre si muove lentamente evitando gravi dubbi e anche follie, sta facendo teatro. Le danzatrici o i danzatori di Pina Bausch sono, non vi è dubbio, molto più attori di tanti artisti del teatro del Novecento. Il teatro non è solo parola, è anche silenzio. Pina Bausch ci ha offerto una lettura del silenzio, che è quella in cui noi sentiamo qualcosa di inaudito, di molto forte e profondo.

Durante questo evento vi servirete delle testimonianze del regista Mario Martone e del produttore Andres Neumann, vicini artisticamente alla Bausch. Quale immagine della grande ballerina e coreografa crede verrà fuori dalle loro testimonianze?
Quella secondo cui Pina è riuscita ad influenzare le migliori menti artistiche del secondo Novecento. Non a caso Wenders, di cui proietteremo un’intervista e alcune foto sequenze del film ‘Pina’, ha dichiarato di non aver visto mai qualcosa del genere, ossia non aver mai visto un’arte simile. Pina ha influenzato, e continua a farlo ancora oggi, le menti contemporanee più sensibili dell’arte. Nessuno lo dice: e questo è grave! Io penso di essere l’unico che la ricorda a cinque anni dalla morte, esattamente il 30 giugno, perché le sono debitore di molte lezioni da cui ho imparato, ma molti sono ingrati nei suoi confronti, anche se hanno rubato e copiato male da Pina. Noi vogliamo invece restituirle la nostra gratitudine.

Nelle prime opere di Pina Bausch c’è una critica dura alla società consumistica e ai suoi valori. Attraverso quali mezzi scenici si esplica?
In parte con il fatto che lei mette in scena non il bello, o la bella danzatrice. Non c’è la dimensione del patinato che viene utilizzata da Pina, ma direi che da questo punto di vista ancora oggi appare molto scandalosa. Se guardiamo i manifesti e la comunicazione dei teatri che si occupano di danza, sembrano tutti Vanity Fair. Il problema è che questo settimanale è di grandissima qualità, ma non è un teatro di danza. A volte tutti ambiscono ad avere il patinato e tutti sono obbligati e incollati alla moda. Pina Bausch rimette in discussione la categoria della moda, facendoci ripensare a cosa essa significhi; ci mostra che esiste qualcosa che non può essere definito bello, né brutto, ma che può essere chiamato strano, straniante, e che lavora dentro di noi, ci inquieta e diventa la nostra estetica.

Le opere più mature di Pina Bausch approfondiscono il contrasto tra l’uomo e la società. I danzatori sono chiamati ad esprimere le proprie personali interpretazioni di questi sentimenti. Ce ne parla meglio.
Un’altra grandissima novità di Pina sta nel tenere insieme due decisioni spesso opposte: il rigore inteso come significato di prova, altra caratteristica di Pina di cui vogliamo parlare, e la libertà coreografica. La parola prova in tedesco dà valore alla parola italiana con lo stesso significato: prova è provare. Bisogna provare, ancora provare, provare molto, per trovare qualcosa. Pina ci insegna quanto sia necessaria la prova per arrivare ad essere sicuri verso il pubblico. Di fronte al rigore della prova c’è la libertà dell’artista di interpretare il testo coreografico, c’è il rigore accompagnato ad una fase di libertà relativa e residuale, ma non banale anarchia, dell’artista che deve fare comunque qualcosa di personale, qualcosa di suo, come mettere una firma, che deve pronunciare la parola impegno alla fine della sua azione. Il tutto avviene con il piacere della fatica e del lavoro fisico. Pina insegnava che quando siamo molto stanchi, succedono cose che non sappiamo controllare emotivamente: il nostro atteggiamento muta, ci sorprendiamo e addirittura non ci riconosciamo più da affaticati. In quel momento ci sta succedendo qualcosa: c’è un’eccedenza tra quello che noi sappiamo fare e quello che può succedere mentre siamo in scena.

Pina Bausch ha diretto il Tanztheater Wuppertal dal 1973: i suoi spettacoli hanno riscosso indiscusso successo accumulando riconoscimenti in tutto il mondo. Questo ente ancora esiste, cosa è rimasto dell’insegnamento della danzatrice e coreografa oggi?
Questa è una domanda che ci permette di dire che la Germania non è diventata solo la terra della Merkel. Essa è anche un Paese che ha offerto  i mezzi economici e finanziari a Pina per Wuppertal perché tali istituzioni ampliavano la formazione e erano sostenuti da un impegno pubblico importante, significativo in nome del quale quella esperienza si è in parte realizzata. Pina è stata molto brava anche a restare sul mercato e a trovare un suo pubblico e una sua comunicazione. Anni fa ha avuto anche la possibilità di avere un luogo dove stabilire il suo sito primario, dato dalla Germania. Tutto questo ci deve far pensare che proprio la danza, che spesso è un’arte così effimera che scompare appena il gesto del danzatore abbandona il palcoscenico, quest’arte ai nostri occhi effimera dietro le quinte. ha bisogno di determinate strutture che rimangono fisicamente, per poter formare una scuola durissima di vita e poi fare con essa arte.

Nel 2011 Wim Wenders ha dedicato un film documentario a Pina Bausch che sarà proiettato anche il 30 giugno. Quanto è conosciuta la storia di questa coreografa e ballerina in Italia e ci sono esempi del suo Tanztheater (teatro-danza) in Italia?
Pina Bausch ha avuto una sorte comune alle grandi artiste: è diventata famosa da morta. In Italia diamo un peso necrofilo (questo risente del mio atteggiamento da futurista in un Paese di passatisti) aspettando di celebrare i grandi artisti quando sono morti, in modo da poter utilizzare il corpo senza la loro volontà. Ecco perché io sono molto rispettoso dell’incontro del 30 giugno, dove faremo parlare chi ha conosciuto Pina Bausch e chi ha fatto le cose con lei. Quando ho potuto, io ho prodotto il ‘Vollmond’, con Pina ancora viva, per portare lo spettacolo al Teatro Piccolo di Milano:  l’ho sostenuta e ho fortemente voluto che venisse a Milano un’artista che mancava da più di 20 anni: una cifra imbarazzante per una città come questa, ma l’Italia in generale dà tributi molto postumi, perché il nostro Paese è molto conformista.

‘Cafè Müller’ è uno dei suoi spettacoli più celebri, con una svolta nello stile e nel contenuto. Ce ne parla meglio?
Su questo spettacolo vorrei soltanto dire che richiede un’integrazione profonda tra quello che vediamo e quello che sentiamo. Soprattutto non dimentichiamo quel che Pina, da grande professionista, ci offriva con le luci e con la musica, nel caso di questo spettacolo, dove i disegni erano connessi alle esperienze di esseri umani. Integrare più arti che si compenetrano vicendevolmente è lo scopo di questo spettacolo, che ci restituisce un’emozione antropologicamente profonda.

Pina Bausch ha lavorato anche a due spettacoli in Italia: ‘Roma’ e ‘Palermo’. Cosa c’era di innovativo in essi?
Intanto sono innovativi per la città e per la memoria storica di essa. Non si può parlare degli spettacoli di Pina, se non si parla del rapporto tra città e territorio, ma anche della memoria che un popolo ha di sé e che diventa comunità, con una sua psicologia e una sua psicanalisi. In ‘Palermo’ questo è chiaramente esplicito.

La morte di Pina Bausch cosa ha rappresentato per la danza moderna?
Uno shock, perché con la morte di Pina c’è il rischio che finisca il teatro-danza. Tutti gli artisti della compagnia sono stati degli eroi a continuare a ripetere coreograficamente le opere di Pina. Siamo arrivati però alla fine di un ciclo, che sta per chiudersi, anche per l’età che hanno i danzatori e per l’impegno fisico che richiedono queste opere. Stiamo arrivando ad una conclusione, che era scritta nel destino di Pina stessa. Saremo nuovamente a breve di fronte ad un nuovo cortocircuito.

 

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