sabato, Maggio 15

Piccola tregua presidenziale

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La moratoria dei chiacchiericci politici si conclude oggi. Intanto, siatemi solidali, la capitale sarà blindata perché da un lato c’è il giuramento del Presidente; dall’altro, ciliegina sulla torta, è il giorno italiano del tour del Governo greco che, in classe economica, si reca nei Paesi europei per far valere le sue ragioni e riscuotere simpatie.
La velata minaccia che agita come una muleta  -in particolare davanti agli occhi dei Troikisti- è un’alleanza con Vladimir Putin che, per quanto anche lui economicamente non stia messo bene, unisce la sua revanche a quella di Tsipras e lo usa come un amplificatore.
Insomma, mi troverò ad affrontare una città in stato d’assedio  -un po’ più del solito- e con i meteorologi che profetizzano piogge torrenziali. Non so come farà a cavarsela il neo-Presidente della Repubblica, a cui il cerimoniale d’insediamento prescrive di spostarsi con la Flaminia 335, realizzata ad hoc nel 1960 … certo, ha la sua bella cappottina da tirar su in caso di precipitazioni temporalesche e, poi, da questo momento in poi, si potrà pure proverbializzare l’evento in ‘Presidente bagnato, Presidente fortunato’…
Già me li vedo, i miei Colleghi appassionati di statistiche a scartabellare negli archivi dei precedenti undici giuramenti, per indagare in quale di questi piovve e in quali ci fu il sole. Io, per motivi anagrafici, i primi tre me li son persi, perché Giovanni Gronchi, in costanza della cui Presidenza nacqui, era stato eletto oltre un anno prima che io planassi (con grande strepito, non faccio mai le cose low profile) su questa Terra.
Antonio Segni, il successivo, che durò poco, a me personalmente, bimba ingenua, pareva un benevolo nonnino.
Mi dispiacqui tantissimo quando gli prese un invalidante coccolone, appena due anni e sette mesi dopo la sua elezione… anche perché all’epoca ero ancora alle elementari e quella mi parve una ‘notizia’: già allora accarezzavo l’idea di fare la giornalista  -ogni tanto incrocio compagne di scuola delle elementari che rievocano che pittima veneziana io fossi, con le mie fisse di volerle coinvolgere nella redazione di un giornalino scolastico quando, per loro, anche l’ora di dettato, con la maestra cipigliosa che ci ritrovavamo (e che detestava i miei exploit intellettualoidi), era un tormento interminabile. Dunque, riprendiamo il filo, m’impicciai in tv di tutta la votazione in diretta che elesse Giuseppe Saragat.
Non so se avete notato che, uno di seguito all’altro, questi Presidenti della Repubblica portavano i nomi più diffusi nel Paese: escludendo De Nicola, fumino e di carattere zitellesco, che fu Capo provvisorio dello Stato, mica elessero, ad esempio, Zoli (che di nome faceva Adone), bensì un Luigi (Einaudi), un Giovanni (Gronchi), un Antonio (Segni), un Giuseppe (Saragat) e un altro Giovanni (Leone).
La discontinuità fu segnata da Pertini col suo Sandro. Ma Pertini, nel suo modo di essere Presidente della Repubblica, fu davvero di rottura  -bisbetico com’era, anche di rottura in altro senso-; tant’è che, dopo di lui, si riprese la sequenza dei nomi da ‘italiano doc’, con Francesco (Cossiga); mentre (Oscar) Luigi (Scalfaro) quasi fu presago che i nomi da Presidente, essendo ormai scattata la generazione, erano sì diffusi, ma c’era un quid pluris a differenziarli… e, infatti, ecco un Carlo Azeglio (Ciampi), del tutto inusuale e un Giorgio (Napolitano), che è nome più reale o da Patriarca Metropolita.
Ora abbiamo un Sergio (Mattarella), nome aristocratico, figlio della seconda guerra mondiale (è nato il 23 luglio 1941), dunque, con un’infanzia giusto sfiorata dal fascismo  -non dimentichiamo che Palermo fu liberata assai prima di Roma. Certamente la sua famiglia, come tante altre palermitane, era sfollata quando la città, il 9 maggio 1943 fu semidiroccata da un terribile bombardamento aereo degli Americani, ancora nemici.
Ne ho trovato una vivida descrizione in uno splendido libro di Giuseppina Torregrossa, ‘La miscela segreta di casa Olivares’.
Fu particolarmente in auge quel nome, Sergio, a cavallo fra gli anni ’30 e ’40, fra le famiglie ‘bene’; ce n’era anche uno a casa mia, un caro zio scomparso tragicamente.
Forse si diffuse una fiammata di interesse per i romanzi russi, giacché i Sergej erano ivi ricorrenti. L’origine romana è innegabile (Lucio Sergio Catilina e la gens Sergia, discendente del troiano Sergesto, che fu compagno di Enea nella fuga) e qualcun altro, invece, spiega l’introduzione di un nome di origine etrusca come una corruzione di Servius, (colui che serve: il che, per un futuro Presidente della Repubblica, è forse beneaugurante).
Se a ciò aggiungiamo che, nella Chiesa, dal VII all’XI secolo, quattro Papi ne presero il nome e il soldato martire San Sergio fu sepolto in un santuario in una città in Siria, poi denominata Sergiopoli (oggi Rasafa, fra Palmira e Aleppo), pare che abbiamo esplorato ben bene origini e spigolature sul nome del Presidente.

Un modo ozioso per scrivere dell’evento del giorno? Forse. Ma è la mia maniera per sacralizzare un momento che sospende le polemiche politiche ed in cui il Paese dovrebbe presentarsi unito.
Lo stesso neo Presidente ha steso la mano al capo dell’opposizione, Silvio Berlusconi (opposizione? O alleanza? Chi lo sa?) invitandolo personalmente, cosa che un po’ mi basisce, visto che uno con una fedina penale così, il Quirinale dovrebbe vederlo giusto col binocolo.
Dall’altra opposizione, invece, si mette su il solito teatrino grillesco, per il quale, da un lato, si annuncia, lippis et tonsoribus, che il capopopolo Beppe Grillo non interverrà alla cerimonia d’insediamento  -neanche la sua fedina penale, in realtà, è del candore d’un giglio-, pur se sarà presente una delegazione del Movimento 5S; dall’altra, con l’amplificatore del web, lo stesso Ciceruacchio genovese fa sapere che intende vedere il neo Capo dello Stato. Lo fa con supponenza, come se le parti fossero invertite.
Ma oggi, ancora per qualche ora, vige la tregua presidenziale.

Se sentirete rumori sinistri, saranno quelli dei tuoni, della campana di Montecitorio, che si sfogherà per la cerimonia, e del cannone del Gianicolo. Nonché il tonfo del Ministro Pier Carlo Padoan, che cadrà svenuto secco dinanzi alle proposte indecenti dell’omologo greco, Yanis Varoufakis, in visita a via XX settembre; oppure, se passate a Torino, dalle parti dell’appartamento condiviso da Gianluigi Buffon e Ilaria D’Amico, le scosse sismiche saranno frutto della loro incontenibile passione.
Che io inizi un pezzo con un uomo probo e timorato di Dio come il Presidente Mattarella e lo termini con le acrobazie sessuali di una coppia da gossip è un itinerario mentale di cui dovrei chiedere il copyright. Diffidate dalle imitazioni e dai plagi …

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