mercoledì, novembre 14

Piano Marshall per l’Africa: altro che ‘aiutare a casa loro’ Se non vi è la volontà di contribuire a risolvere le problematiche sociali che originano l’immigrazione, a cosa serve?

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I primi effetti di questa guerra segreta non si sono fatti attendere. Per la prima volta nella storia del continente, Paesi emergenti nel settore petrolifero come l’Uganda, hanno legiferato perchè il 60% della produzione venga destinata ai mercati interno e regionale, destinando un misero 40% all’esportazione sui mercati mondiali. Esportazione petrolifera che vede la TOTAL francese competere con la CNOOC cinese. Da questa competizione l’Europa riceverà il 20% della produzione petrolifera ugandese nei migliori dei casi. La politica di gestione autoctona del petrolio, varata dall’Uganda nel 2012 è ora presa a modello da altri Paesi africani che entreranno nel club mondiale dei produttori di idrocarburi.

L’Unione Europea, nonostante tutti gli sforzi fino ad ora compiuti, è riuscita a convincere solo un pugno di Stati africani a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA – Economic Partnership Agreement). La firma degli accordi è bloccata da anni compromettendo la presenza economica europea nel continente e il vitale afflusso di risorse prime dall’Africa all’Europa.

I motivi della resistenza a firmare dimostrati dalla maggioranza dei Paesi Africani risiedono nei forti sospetti che gli accordi commerciali proposti vadano a beneficio delle industrie europee, distruggendo sul nascere l’industria africana. Dubbi convalidati dall’ultimo rapporto presentato al Parlamento EAC, ad Arusha, Tanzania, dall’Agenzia ONU UNESCA (United Nation Economic Commission for Africa). Il rapporto, ‘Analysis of the Impact of EAC EU EPA Agreement‘ dimostra che l’accordo proposto dall’Unione Europea non solo è svantaggioso per i Paesi africani,  ma distruggerebbe l’avviata ma ancora fragile rivoluzione industriale. Anche le Nazioni Unite sconsigliano di firmare questi accordi commerciali.

I 44 miliardi di euro del Piano Marshall non servono a diminuire i flussi migratori e aiutare gli africani a casa loro, un intervento che non agisce sulle cause sociali e politiche che creano l’immigrazione proveniente da questa manciata di Paesi africani. Basta guardare al Sudan, dove la dittatura di Omar El Bashir, (su cui spicca un mandato di arresto internazionale della CPI per crimini contro l’umanità) dal 2016 è stata progressivamente sdoganata da Italia, Stati Uniti e Unione Europea in nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, ironicamente gestita in Sudan dai Generali di Bashir tramite l’infame tragitto della morte, mentre il regime di Khartoum riceve fondi europei per combattere il traffico di esseri umani.

Che dire dei tentativi italiani di riaprire il dialogo e cooperazione in Eritrea soggiogata da uno tra i più feroci e spietati regimi africani? Gli stessi accordi EPA proposti dall’Unione Europea rischiano di creare uno spaventoso deficit fiscale in molti Paesi africani impedendo di rafforzare lo stato sociale, considerato necessario per sostenere le fasce deboli dei cittadini del continente ed evitare flussi migratori di massa.

Il Piano Marshall non è studiato per diminuire i flussi migratori in Europa. Essi verranno contrastati con metodi meno ortodossi e segreti che risponderanno a logiche militari a tutto danno della tutela delle vite e dei diritti umani.  Questi 44 miliardi di euro (semmai verranno veramente erogati -per ora vi sono solo dichiarazioni di intenti) servono per tentare di convincere gli Stati africani a firmare gli accordi commerciali con l’Unione Europea,  impedendo che l’Europa venga esclusa dall’emergente mercato africano a favore della Cina e dei Paesi del BRICS. È evidente che questo Piano Marshall serve piú all’Europa che all’Africa.

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