mercoledì, Agosto 4

Pianeta Terra grida: «Basta al cemento selvaggio»

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Cosa succede quando il territorio e il paesaggio vengono quotidianamente invasi da nuovi quartieri, ville, seconde case, alberghi, capannoni industriali, magazzini, centri direzionali e commerciali, strade, autostrade, parcheggi, serre, cave e discariche? Si va incontro ad un elevato consumo di suolo, cioè ad un processo di trasformazione del territorio che comporta un’alterazione delle funzioni naturali. L’urbanizzazione del territorio pregiudica, irrimediabilmente e irreversibilmente, tutte le altre azioni di conversione e di salvaguardia e l’impermeabilizzazione, intesa come la costante copertura di un’area di terreno e del suo suolo con materiali impermeabili artificiali, quali asfalto e cemento, rappresenta il peggior nemico del suolo naturale. Per dare un’ idea di quanto possa incidere sulla nostra qualità di vita è bene sapere che, una volta distrutto o gravemente degradato, le generazioni future non vedranno ripristinato un suolo sano nel corso della loro vita.

E’ un grave rischio che deve essere evitato o quanto meno arginato perché come si evince dal Rapporto 2015 dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale): «Insieme con aria e acqua, il suolo è essenziale per l’esistenza delle specie presenti sul nostro pianeta; svolge la funzione di buffer, filtro e reagente consentendo la trasformazione dei soluti che vi passano, e regolando i cicli nutrizionali indispensabili per la vegetazione; è coinvolto nel ciclo dell’acqua; funge da piattaforma e da supporto per i processi e gli elementi naturali e artificiali; fornisce importanti materie prime e ha, inoltre, una funzione culturale e storica. Nonostante ciò è troppo spesso percepito solo come supporto alla produzione agricola e come base fisica sulla quale sviluppare le attività umane».

A delineare il quadro (che presenta molte ombre e pochissime luci) del consumo di suolo nel nostro Paese è Michele Munafò, responsabile del Rapporto Ispra. “L’Italia, in questo ultimo anno, perde ancora terreno, anche se più lentamente: le stime portano al 7% la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato (il 158% in più rispetto agli anni ’50) e oltre il 50% il territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Rallenta la velocità di consumo, tra il 2008 e il 2013, e viaggia ad una media di 6 – 7 m2 al secondo”. Le nuove stime, prosegue Munafò, “confermano la perdita prevalente di aree agricole coltivate (60%), urbane (22%) e di terre naturali vegetali e non (19%). Stiamo cementificando anche alcuni tra i terreni più produttivi al mondo, come la Pianura Padana, dove il consumo è salito al 12%. Ancora, in un solo anno, oltre 100 mila persone hanno perso la possibilità di alimentarsi con prodotti di qualità italiani. Le strade rimangono una delle principali causa di degrado del suolo, rappresentando nel 2013 circa il 40% del totale del territorio consumato (strade in aree agricole il 22,9%, urbane 10,6%, il 6,5% in aree ad alta valenza ambientale)”.

L’Ispra ha anche effettuato una stima della variazione dello stock di carbonio, dovuta al consumo di suolo. In 5 anni (2008-2013), sono state emesse 5 milioni di tonnellate di carbonio, un rilascio pari allo 0,22% dell’intero stock immagazzinato nel suolo e nella biomassa vegetale nel 2008. Senza considerare gli effetti della dispersione insediativa, che provoca un ulteriore aumento delle emissioni di carbonio (sotto forma di CO2), dovuto all’inevitabile dipendenza dai mezzi di trasporto, in particolare dalle autovetture.

Come si può smettere di consumare suolo in Italia, considerando che l’Unione europea ci ha assegnato un obiettivo di contenimento con l’azzeramento a partire dal 2050?
Non è semplice”, sostiene Michele Munafò, “ci possiamo provare attraverso due strumenti: la compensazione e la mitigazione. Le misure di compensazione non riducono gli impatti residui attribuibili al progetto, ma provvedono a sostituire una risorsa ambientale che è stata depauperata con una risorsa considerata equivalente. Tra gli interventi di compensazione si possono annoverare: il ripristino ambientale tramite la risistemazione ambientale di aree utilizzate per cantieri (o altre opere temporanee), il riassetto urbanistico con la realizzazione di aree a verde, zone a parco, rinaturalizzazione degli argini di un fiume, la costruzione di viabilità alternativa. Le misure di mitigazione, invece, intendono ridurre al minimo o addirittura a sopprimere l’impatto negativo di un piano o progetto durante o dopo la sua realizzazione.

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