lunedì, Agosto 2

Petrolio troppo economico per l'Africa field_506ffbaa4a8d4

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Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un crollo del prezzo del petrolio come non si vedeva da molti anni, che ha quasi dimezzato il prezzo del greggio portandolo a poco più di 60$ a barile. Il crollo è legato sia a cause strutturali (dinamiche di domanda-offerta) che a una decisione precisa dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) di mantenere inalterata la produzione per i prossimi anni. Alcuni Paesi dell’OPEC, in particolare quelli più forti come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait, hanno infatti deciso di sacrificare una parte dei profitti a favore del mantenimento di quote di mercato, forti delle loro riserve di valuta estera e del fatto che questa decisione renderà ben presto insostenibile la costosa tecnica di estrazione -il fracking, la fratturazione idraulica (hydraulic fracturing) inventata già agli inizi del Novecento per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto- con cui gli USA, quest’anno, hanno raggiunto l’autosufficienza energetica.

Molti altri Paesi produttori, anche all’interno della stessa OPEC, non si trovano in condizioni altrettanto favorevoli. Non soltanto, come spiega un articolo di Frontier Services Group, per molti Paesi la produzione al di sotto di un certo prezzo a barile non è più remunerativa; il settore petrolifero costituisce per molti dei Paesi produttori il settore economico principale, che permette al sistema Paese di funzionare.

In particolare, questa variazione di prezzo avrà conseguenze piuttosto allarmanti per molti Paesi africani: secondo ‘Reuters’, il crollo del prezzo del petrolio rappresenta un colpo peggiore dell’ebola per l’economia di alcuni Paesi africani, influendo non soltanto sulla produzione già in corso ma anche su progetti di esplorazioni petrolifere e programmi di industrializzazione.

I primi due produttori africani, la Nigeria e l’Angola (rispettivamente 2.2 e 1.9 milioni di barili al giorno, a 4° e 7° posto nella classifica internazionale di paesi esportatori di greggio) hanno entrambi fondato sul petrolio la propria crescita economica, ma le loro economie rischiano ora di trovarsi ben presto sotto pressione.

In Nigeria, l’instabilità politica interna (le elezioni alle porte, l’insorgenza Boko Haram nelle aree nord-orientali del Paese) insieme al calo del prezzo del petrolio hanno rapidamente prosciugato le riserve di valuta estera nelle casse dello Stato nigeriano, il cui budget si regge per tre quarti sui proventi petroliferi, costringendo ad una svalutazione del Naira, la moneta locale. La svalutazione dell’8% ha provocato un deficit di bilancio di 40 miliardi di dollari, che costringerà il Governo nigeriano ad aumentare il debito estero per far fronte alle necessità di gestione del Paese.

Anche l’Angola, il secondo Paese produttore del continente, ha subito pesanti ripercussioni sul tasso di cambio della sua valuta: da dicembre il Kwanza ha perso più del 3%, e il Governo si aspetta una perdita di 3.5 punti percentuali di PIL dovuta alla diminuzione dei proventi petroliferi. Il 70% del budget del Governo angolano si regge sui proventi del petrolio, da cui deriva inoltre il 90% delle riserve di valuta straniera del paese. Benché l’Angola possa contare su riserve di valuta straniera superiori di quelle della Nigeria e di altri Paesi africani (ad esempio il Sudan e il Sud Sudan), le conseguenze sul deficit di bilancio sarebbero comunque disastrose se il prezzo del petrolio dovesse restare a lungo sotto gli 80$ al barile.

Maria Cristina Ercolessi, docente di Relazioni Internazionali dell’ Africa presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, spiega che molti dei Paesi africani produttori di petrolio o di altre risorse naturali hanno puntato sull’esportazione di materie prime come traino alla loro crescita economica. Risorsa fondamentale al funzionamento dell’economia mondiale, l’oro nero in particolare ha rappresentato per molti anni un modo relativamente facile di attrarre investimenti stranieri, di ottenere valuta estera e di riequilibrare bilance di pagamento spesso sotto stress a causa di operazioni militari, fenomeni di corruzione o semplice necessità di ricostruzione post-bellica. “Il petrolio ha permesso a questi Stati di guadagnare una relativa autonomia sulle proprie scelte macroeconomiche, senza subire completamente le condizionalità imposte dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali”. Allo stesso tempo però, continua Ercolessi, la crescita economica trainata dall’esportazione di greggio ha favorito uncapitalismo selvaggio che, ad esempio in Angola, ha gonfiato l’economia senza portare alla creazione di attività produttive”. La maggior parte dei Paesi esportatori di petrolio, infatti, è costretta ad importare cibo e beni di consumo. La Nigeria, per esempio, resta un importatore netto di generi alimentari nonostante gli sforzi del Governo di sviluppare il settore agricolo negli ultimi anni. Una svalutazione delle valute locali causata dall’erosione delle riserve di valuta straniera rappresenta quindi pericolo molto concreto per le popolazioni locali, che rischiano di trovarsi davanti a un’impennata dei prezzi di generi alimentari e beni di consumo.

Non sono solo i Paesi che già producono petolio a fare le spese della decisione dell’OPEC. Negli ultimi anni, infatti, esplorazioni petrolifere hanno portato alla luce ricchi giacimenti in Uganda e Kenya, con un potenziale stimato di 3,5 miliardi e 600 milioni di barili. Entrambi i Paesi ripongono aspettative altissime nell’avvio della produzione commerciale, sperando di raggiungere l’autosufficienza energetica e di creare posti di lavoro. La produzione in questi Paesi dovrebbe cominciare nel 2017; tuttavia, il crollo del prezzo del greggio rischia di rendere meno allettanti investimenti a lungo termine e meno probabili le rosee prospettive di ricavo su cui questi Paesi contavano. Non si tratta unicamente delle entrate dall’esportazione del greggio: tra gli investimenti infrastrutturali per rendere possibile lo sviluppo del settore petrolifero, infatti, erano anche previsti una serie di interventi al settore dei trasporti, con la costruzione di strade e ferrovie utili anche per il miglioramento dei collegamenti interni.

Il crollo del prezzo del petrolio segna dunque una forte battuta d’arresto per la crescita economica africana. La scommessa sul settore petrolifero, un settore da sempre caratterizzato dalla fluttuazione del prezzo del greggio e di fatto controllato dai potenti Paesi del Golfo Persico, si rivela oggi, ancora una volta, in tutta la sua poca lungimiranza. In questi anni, i Paesi africani produttori hanno sì raggiunto tassi di crescita elevati riuscendo a tutelare almeno parzialmente la propria autonomia su alcune scelte macroeconomiche, ma sono stati ancora una volta inglobati nell’economia mondiale in una posizione subalterna. “L’Angola, ad esempio”, spiega Ercolessi, “è riuscita nel corso degli anni 2000 a rinazionalizzare –non statalizzare- parte della gestione della propria economia, riportandola in Angola, ed è riuscita a ricontrattare autononamente parte del suo debito estero attraverso relazioni bilaterali, senza passare attraverso il Fondo Monetario Internazionale”. L’aumento del deficit di bilancio potrebbe invece costringere anche Paesi che erano riusciti a tenere relativamente sotto controllo il proprio debito estero a ricorrere a prestiti delle istituzioni finanziarie internazionali o di Governi amici per tenere in piedi i propri apparati statali. Questo si tradurrebbe non soltanto in una perdita di punti di crescita del PIL, che provocherà in un peggioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini acuendo le tensioni sociali, ma anche nella perdita di una buona dose di autonomia decisionale sulla propria politica economica.

 

 

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