lunedì, Luglio 26

Petrolio raffinato: nuovo business che minaccia la sicurezza nazionale

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Downstream Oil Theft: Global Modalities, Trends, and Remedies’ è titolo di uno studio realizzato da Ian M. Ralby per l’Atlantic Council su di un tema ben poco conosciuto, il furto di petrolio raffinato. Il fenomeno comprende diverse attività, come il furto stesso, la frode, il contrabbando, il ‘riciclaggio’ e la corruzione. Siamo di fronte ad una minaccia multidimensionale, che influenza diversi livelli della sicurezza, da quello economico a quello ambientale, da quello politico a quello sociale. Il furto del petrolio non solo è una minaccia alla sicurezza nazionale, ma è anche un pericolo per la stabilità regionale ed internazionale.

Lo studio di Ralby non solo analizza le varie metodologie del fenomeno, ma cerca di individuare dei rimedi in grado di contrastarlo ed eliminarlo. Vengono analizzate diverse realtà internazionali, attraverso dei veri e propri casi studio. I Paesi analizzati sono Messico, Nigeria, Ghana, Uganda, Mozambico, Thailandia, l’Arzebaigian, la Turchia e l’Unione Europea (inclusa l’Inghilterra). Dai dati emersi si possono individuare diverse metodologie riguardo il furto del petrolio lavorato, da quelle più semplici, come la sottrazione o la contraffazione, a metodi più complessi, come l’organizzazione di operazioni marittime sofisticate, che coinvolgono un network alquanto complesso. Il furto del petrolio comporta un’importante perdita economica per le organizzazioni statali, in termini di entrate, tasse o sussidi, basti pensare che l’Europa solo nel 2012  ha registrato una perdita pari a 4 miliardi di euro. Dall’altra parte però comporta un ottimo guadagno per tutte quelle entità (individui, compagnie, associazioni, industrie etc..) coinvolte nel traffico illegale.

Le cause principali alla base del fenomeno analizzato sono la discrepanza dei prezzi del prodotto tra i diversi Paesi di una stessa regione, la distribuzione geografica del grezzo e dei distributori, l’assenza di equilibri interni e gli scarsi controlli alle frontiere. Questi fattori determinano lo sviluppo del traffico illecito di idrocarburi. In alcune aree remote di un Paese, come ad esempio avviene in Marocco, i distributori legali di petrolio raffinato sono totalmente assenti, e l’offerta proposta dai trafficanti illegali finisce per soddisfare la domanda locale. Secondo Ralby, il Governo marocchino è a conoscenza di questo ‘traffico illegale di carburante’, ma non intende contrastarlo. I trafficanti con le loro attività provvedono a fornire petrolio laddove mancano le forniture statali, e allo stesso tempo riducono la quantità di petrolio che il Marocco dovrebbe importare dall’Algeria per soddisfare la domanda nazionale.  Questa sfumatura dimostra come il traffico illegale di petrolio raffinato sia un fenomeno altamente complesso, con più interessi in gioco e difficile quindi da contrastare.

Le diverse metodologie del traffico illegale sono alquanto variabili e fanno parte di un fenomeno estremamente esteso. Ci sono, però, tre tendenze generali che si possono individuare. La prima è la ‘tend no-dualism‘, ovvero quando la linea che divide il legale dall’illegale, il bene dal male, il buono dal cattivo, le autorità dai criminali, in vari contesti diventa offuscata progressivamente. Risulta così  che, a volte, chi ha l’incarico di far rispettare la legge, e chi invece la viola, risultano essere la stessa persona. Basta pensare che in Nigeria una delle Istituzioni più coinvolte nel traffico illecito di idrocarburi è proprio la Marina, da un lato incaricata di contrastare il mercato illegale, dall’altro beneficiaria dello stesso, lo protegge e lo facilita, grazie all’autorità riconosciutagli. Anche se il dissolversi della linea che divide lecito-illecito si verifica in Paesi come la Nigeria, il Ghana o l’Uganda, è un aspetto che però non appartiene solo al continente africano. In Thailandia, per esempio, nel 2014 l’arresto eseguito dalla polizia Generale di Pongpat Chayaphan ha dimostrato il coinvolgimento top-to-bottom dell’intero sistema di Polizia thailandese, dimostrando che perfino la Corona era coinvolta nel traffico illegale di carburante. Lo stesso vale per il settore privato della Sicurezza. Sono infatti frequenti le testimonianze in Nigeria, Mozambico, Ghana, secondo le quali le guardie di sicurezza di determinate compagnie private, sfruttando la loro vicinanza ‘legittima’ al carburante e ad altri beni di valore, rubano  per esempio il prodotto dai generatori, sui quali avevano invece il compito di vigilare.

Gli individui incaricati di regolare il mercato legale e controllarne l’integrità, finiscono così per ‘sdoppiarsi’, andando a ricoprire due ruoli completamente opposti. In Uganda, per esempio, le autorità incaricate di regolare il traffico legale, hanno sistematicamente rubato 22 litri di petrolio per ogni camion che oltrepassava il confine. Questa prima tendenza identificata comporta due conseguenze importanti: da un lato,  il personale addetto a far rispettare la legge agisce palesemente al di fuori di essa, mentre i trafficanti illegali soddisfano la domanda locale; dall’altro, i criminali, soddisfacendo la domanda nazionale che le istituzioni non riescono ad accontentare, svolgono un ‘servizio pubblico’. Questo aspetto stravolge totalmente l’assetto sociale, in quanto la popolazione tende a mitizzare i criminali e ad avere invece sfiducia, o peggio ancora astio, nei confronti del Governo.

La seconda tendenza relativa alle metodologie proprie del traffico illegale di petrolio raffinato consiste nella strumentalizzazione della legge, della politica e delle regolamentazioni ai fini di attività illecite. Partendo dalla scarsa distinzione tra chi sta dalla parte della legge e chi la viola, questa seconda tendenza prevede l’introduzione apposita di nuovi regolamenti, o politiche, facilmente raggirabili e in grado di portare, di conseguenza, vantaggi direttamente ai criminali coinvolti. Per esempio, dei personaggi esperti in legge, ma corrotti, sfruttando la loro esperienza e autorevolezza, possono trovare dei meccanismi per raggirare la legge e fornire una via d’uscita per garantire il traffico illegale di carburante. Allo stesso tempo possono intenzionalmente introdurre delle nuove leggi, o bloccarle, per garantire o fornire delle opportunità vantaggiose per le organizzazioni criminali, come ad esempio una nuova legge che elimina i diretti concorrenti, o un nuovo decreto che permette di continuare le attività illegali finora svolte.

La terza ed ultima tendenza consiste nel contrasto alle contro-misure concrete previste dalle autorità. Gli Stati hanno introdotto delle contromisure da adottare, per contrastare e mitigare il traffico illecito di petrolio raffinato, ma allo stesso tempo le organizzazioni criminali hanno trovato delle nuove modalità per raggirarle. Questa terza tendenza non si riferisce ad un aspetto concettuale, come la precedente, ma comprende tutti quegli escamotage a livello pragmatico. I casi riportati nel lavoro di Ralby sono molteplici. Ad esempio i criminali possono manomettere , o raggirare, gli ordigni tecnologici introdotti dal Governo per prevenire il furto di petrolio lavorato. In Uganda, nel 2013 il Governo utilizzava dei dispositivi di localizzazione per monitorare il tragitto dei camion adibiti al trasporto di carburante. Il dispositivo però, una volta che il camion arrivava in prossimità del confine con l’Uganda, veniva rimosso e dato a un ‘boda boda man’, ovvero un individuo dotato di moto che proseguiva il tragitto previsto verso il Sud de Sudan, mentre il camion oltrepassava illegalmente la frontiera.

Un’ulteriore misura adottata dai gruppi criminali è il ‘riciclaggio’ di carburante. Gli Stati hanno adottato la contro-misura del ‘marchio del prodotto’, per prevenire il furto. Marchiare il prodotto, in questo caso, consiste nel contraddistinguere il carburante da trasportare con una tinta particolare o con un determinato marchio molecolare. Per decenni l’Unione Europea ha marchiato con tinture rosse l”agricultural diesel’, un carburante dal tasso molto basso. L’Europa però non è riuscita a prevenire il furto del prodotto, in quanto dei gruppi criminali, in azione sul confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, effettuavano il ‘riciclaggio’ del carburante, ovvero un processo particolare per togliere il colore rosso dall’agricultural diesel, renderlo bianco e rivenderlo a un costo molto più alto.

Oltre a raggirare le contromisure previste, i gruppi criminali sono arrivati ad avere il loro prodotto e le proprie infrastrutture per eludere le barriere fisiche e legali. In Thailandia, per esempio, i contrabbandieri di petrolio raffinato utilizzano delle false navi da pesca per trasportare gli idrocarburi. Un escamotage decisamente astuto, in quanto permette loro di navigare liberamente le acque della Thailandia e della vicina Malesia.

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