venerdì, Luglio 23

Petrolio: la ritirata delle ‘oil company’

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Un’ondata di ‘dietrofront’ sta colpendo gli investimenti nel settore petrolifero, in varie parti del mondo. Una ritirata diffusa che coinvolge alcune tra le principali imprese del settore e lascia dietro di sé uno strascico di perdita di investimenti e posti di lavoro. Il motivo? Il calo dei prezzi del petrolio.

Sebbene sia di fine gennaio l’intervento del Ministro iracheno del petrolio, Adel Abdel Mehdi, il quale avrebbe annunciato come i prezzi dell’oro nero abbiano ormai toccato il fondo e non possano scendere ulteriormente, i contraccolpi sull’economia reale sono già iniziati.

E stanno colpendo, per cominciare, alcune aree marginali di attività petrolifera: le più costose, quelle più complesse, come i giacimenti sotto i fondali marini, i cosiddetti ‘offshore’, o quelli che presentano particolari difficoltà tecniche di sviluppo.

D’altra parte, un dimezzamento della quotazione del barile, che ha raggiunto i 50 dollari contro i 100 di un anno fa, non può che sortire effetti negativi sulle aspettative degli operatori di settore. Con conseguenze deleterie per gli investimenti.

Il tutto si sta traducendo in una moria di progetti che tocca i teatri energetici dal Nord al Sud del mondo, senza distinguere tra Paesi emergenti, in via di sviluppo, o dalle economie sviluppate, e che coinvolge anche alcune ‘superpotenze’.

A partire dall’Africa Occidentale, dove l’impresa britannica Tullow Oil ha cancellato un contratto del valore di 2,7 miliardi di dollari e sta riducendo significativamente i suoi piani di perforazione ed esplorazione. Per un totale di investimento, in quest’ultima attività, che attualmente ammonta a 200 milioni di dollari: circa un quinto di quanto investiva un anno fa.

Tuttavia, anche imprese maggiori stanno soffrendo, in ambito britannico. Secondo diversi analisti, l’industria del petrolio nel Regno Unito, sostenuta dai giacimenti ‘offshore’ nel Mare del Nord, sarebbe in piena crisi. A metà gennaio il gigante British Petroluem (BP) avrebbe rivelato un piano di licenziamento di circa 300 operai. Un annuncio che ha scosso lo stesso Governo inglese, tanto che il locale segretario per l’Energia, Ed Davey, avrebbe assicurato l’impegno, da parte di Londra, di fare il possibile per evitare i licenziamenti.

La difficoltà è tuttavia evidente: molti dei giacimenti nel Mare del Nord, colonna portante dell’economia britannica negli ultimi 40 anni, sono attualmente maturi e molto dispendiosi. Il basso prezzo del petrolio non può che risicare gli utili delle imprese petrolifere impegnate nei mari inglesi, tanto da rendere le attività estrattive non economicamente vantaggiose.

Una crisi, questa, che colpisce anche altre aree cruciali per il settore, fino a raggiungere anche il ‘sancta sanctorum’ dell’attività petrolifera mondiale: il Golfo Persico. È infatti di metà gennaio un altro ritiro illustre: quello dell’olandese Royal Dutch Shell dal progetto di costruzione di un impianto petrolchimico con la Qatar Petroleum, per un valore di 5,6 miliardi di dollari. Una sorta di ‘dejà vu’ per il Qatar, dopo che lo scorso settembre un’impresa locale si era ritirata da un piano di costruzione di un altro impianto petrolchimico, per un valore, questa volta, di 6 miliardi di dollari.

Il colosso petrolifero olandese, tuttavia, starebbe valutando anche ulteriori ritirate, come, ad esempio, quella dal teatro dell’Artico statunitense. Sebbene la Shell abbia già chiesto a Washington l’estensione delle licenze di esplorazione oltre la scadenza, prevista per quest’anno, è possibile, secondo esperti del settore, che tali progetti possano essere congelati qualora i prezzi del petrolio non si riprendano.

D’altra parte, le operazioni petrolifere nell’Artico sono ritenute le più difficili, rischiose, e quindi costose, al mondo.

Ad analoghe conclusioni sembra essere giunta anche l’impresa norvegese Statoil, che da poco ha messo fine ai negoziati con la Lundin Petroleum per la costruzione di un terminal petrolifero nell’impervio Nord norvegese. Un progetto che avrebbe favorito lo sviluppo delle attività estrattive nel Mare di Barents. Un’area chiave, che fino a qualche mese fa, in seguito a importanti scoperte di giacimenti ‘offshore’ di petrolio e gas, era considerata come la frontiera estrattiva dei prossimi anni.

Nel frattempo, la Statoil sembra voler abbandonare anche un altro grande teatro nordico, la Groenlandia. L’impresa norvegese, infatti, ha fatto recentemente scadere tre delle sue licenze di esplorazione nel grande territorio danese, prevedendo, in seguito alle attuali quotazioni del petrolio, scarsi o nulli ricavi da un eventuale sviluppo. Eppure, fino a un anno fa, anche la Groenlandia era considerata una nuova promettente Regione petrolifera, tanto da sollevare un barlume di rivendicazione indipendentistica rispetto alla Danimarca presso alcuni movimenti locali. Anche nel caso della Groenlandia, le operazioni di perforazione ed estrazione risultano tecnicamente molto costose e presentano rischi geologici e ambientali.

Una crisi che, se colpisce i teatri di estrazione più consolidati, a maggior ragione sembra infierire anche sulle realtà emergenti del settore petrolifero.

Come quella della Messico, Paese che, sulla scorta del vicino statunitense, sta attuando piani di produzione di petrolio di scisto. E’ di metà gennaio la dichiarazione del Segretario delle Finanze messicano secondo cui le gare d’appalto per progetti di sviluppo del cosiddetto ‘shale oil’ potrebbero essere per il momento bloccate, a causa dell’abbassamento del prezzo del petrolio. Nel caso messicano, si tratta di un’altra area di potenziale sviluppo per l’industria petrolifera, sebbene le sue riserve di ‘shale’ e quelle situate nei mari profondi siano ancora in gran parte inesplorate.

Un’ultima vittima illustre di questa epidemia di ritiri sono infine gli Stati Uniti. L’impresa texana ConocoPhillips, sulla scorta della BP, ha recentemente dichiarato di voler licenziare 230 operai, mentre in tutto lo Stato sta iniziando un’ondata di licenziamenti nel settore petrolifero, tanto che alcuni prevedono 140.000 posti in meno nel 2015. E anche nel Nord Dakota, Stato di sviluppo del settore ‘shale’, il numero di trivelle attive sembra essere sceso al livello più basso dal 2010.

Come spiega Nick Cunningham, nel sito di settore ‘oilprice.com’, le imprese statunitensi stanno soffrendo una forte imposizione fiscale e hanno portato la produzione a livelli tali da superare la domanda. Così, il conseguente abbassamento del prezzo del petrolio associato a costi di produzione e fiscali alti stanno rendendo l’attività poco vantaggiosa.

Recentemente, la International Energy Agency (IEA) ha pubblicato in un rapporto le previsioni della produzione di petrolio dei Paesi non-OPEC per il 2015: secondo i dati riportati, i Paesi non OPEC produrranno 350.000 barili al giorno in meno rispetto alle previsioni precedenti.

Malgrado gli allarmismi, alcuni analisti vedono in questa situazione una sorta di meccanismo di ribilanciamento del mercato: secondo tale teoria, i bassi prezzi del petrolio faranno uscire dal mercato alcuni produttori, con conseguente diminuzione del flusso di produzione e successivo riallineamento dei prezzi su quote più alte. Una visione ‘teorica’ che, forse, non considera alcune variabili importanti; come la capacità di pochi Paesi, ad esempio Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, di influenzare con le proprie ingenti riserve i livelli di produzione e di prezzo del petrolio a livello mondiale. Inoltre, lo stato di disordine in cui versano potenziali attori in grado di scardinare questo oligopolio del Golfo, come Venezuela, Iraq e Iran, non sembra poter permettere, per il momento, un cambio di direzione.

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