sabato, Settembre 18

Petro, il sindaco che scuote la Colombia field_506ffb1d3dbe2

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Gustavo Petro

In Colombia la carica di Sindaco di Bogotà è seconda, per importanza, solo alla Presidenza della Repubblica. Un fatto che non stupisce, dato che nell’enorme Capitale risiedono otto milioni di persone. Ma non è solo la rilevanza dell’incarico il motivo per cui la recente destituzione dell’attuale alcalde, Gustavo Petro, ha creato un caso politico che sta mettendo in subbuglio la vita politica Colombiana, e che ha già ampiamente valicato i confini nazionali.

La vicenda è scattata quando, a inizio dicembre, il Sindaco ha ricevuto la notifica della revoca del suo mandato da parte dell’Ispettore Generale Alejandro Ordoñez, che prevede altresì un’interdizione dai pubblici uffici della durata di quindici anni. La motivazione che ha portato alla destituzione è legata alla gestione, durante lo scorso anno, del nuovo sistema di raccolta dei rifiuti voluta da Petro, che ha, in parole povere, trasformato il sistema da privato a pubblico, causando il licenziamento di tutte le aziende che gestivano il servizio, un provvedimento che andrebbe contro la libertà d’impresa sancita costituzionalmente. Inoltre, una pessima pianificazione della transizione ha causato l’accumularsi di tonnellate di rifiuti ai bordi delle strada per diversi giorni, con conseguenze per la sanità pubblica.

Il caos che è scoppiato è legato non tanto alla rimozione  -un caso non eccezionale nel sistema istituzionale colombiano- quanto ad altri due elementi: il passato di Petro nella lotta armata e l’attuale processo di pace in corso tra lo Stato colombiano e le FARC (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).

Il politico è infatti un ex guerrigliero del Movimento 19 di aprile, abbreviato comunemente in M-19, una formazione di sinistra nata negli anni settanta per contrastare con le armi il Governo conservatore di Misael Pastrana, a cui veniva imputata una frode elettorale che avrebbe causato la sconfitta del fronte socialista durante le tese elezioni del 1970. Sul finire degli anni 80, poco dopo che il giovane Petro facesse il suo ingresso nell’M-19, il movimento decise di lasciare la lotta armata e di competere nell’arena politica democratica, per poi smembrarsi e confluire in vari partiti di sinistra.

Dopo una brillante carriera come ambasciatore e deputato, Petro decise di candidarsi alla Presidenza della Repubblica nel 2010, posizionandosi quarto per numero di voti. Data la popolarità ottenuta come candidato presidenziale, riuscì nell’anno successivo a farsi eleggere Sindaco della Capitale, saldando la sua posizione una delle figure di punta del progressismo colombiano, schiacciato politicamente da decenni dal duopolio conservatori-liberali. Tanto che in molti prevedevano una possibile ricandidatura per la prossima corsa alla Presidenza.

Quando è arrivata notizia della decisione dell’Ispettore Generale, Petro si è immediatamente appellato al popolo, chiamando a raccolta i suoi sostenitori per una manifestazione pacifica in Piazza Bolivar. Davanti alla folla, ha denunciato il complotto delle destre “fasciste” che intendono, a suo parere, utilizzare lo strumento della revoca per delegittimare i propri avversari politici di sinistra. Petro, in altre occasioni, ha anche fatto chiaramente il nome dell’ex Presidente Conservatore Alvaro Uribe, da anni suo acerrimo avversario, e del suo legame con l’Ispettore Generale Ordoñez. Insomma, per il Sindaco si tratterebbe di un vero Colpo di Stato (o di Municipio, in questo caso), orchestrato dall’uribismo.

Ma è con il dialogo attualmente in corso all’Avana tra FARC e Governo che si presenta l’intreccio più drammatico. Petro ha infatti accusato i suoi ‘golpisti’ di stare tentando anche di affossare il processo di pace con i guerriglieri utilizzando l’espediente della rimozione. In effetti, in un comunicato, i contrattatori in carica per le FARC hanno commentato che «con una semplice firma, Ordoñez ha dato a tutti noi ribelli una lezione su cosa significhi realmente la democrazia per l’oligarchia colombiana e sulla mancanza di qualunque garanzia sul diritto di intraprendere un percorso politico indipendente». Proprio Uribe e i suoi, infatti, si oppongono al processo di pace, che viene visto come un cedimento dello Stato nei confronti della guerriglia.

Si sono così parzialmente confermati i timori di chi, a prescindere dal coinvolgimento diretto di Uribe, teme che l’affaire Petro si ripercuota negativamente sulle già fragili e complesse trattative con le FARC. La Colombia si rivelerebbe in ogni caso come l’alter-ego del Venezuela per quanto concerne la convivenza, o l’alternanza politica, tra ideologie differenti. Se nel paese di Chavez, e ora di Maduro, è difficile fare opposizione da destra e i partiti avversari sono fortemente ostacolati dall’establishment al Governo, in quello di Uribe e Santos sono le sinistre a non aver mai avuto vita facile.

L’aspetto inusuale della faccenda è che il Sindaco non è stato, a detta di molti, un buon amministratore. La gestione della nettezza urbana è stata solo l’episodio peggiore di un mandato che, nonostante gli ambiziosi intenti progressisti, non ha incontrato il favore dei cittadini. Ora però, con lo scoppio della polemica, Petro ha visto salire di almeno venti punti percentuali il supporto nei suoi confronti, dal 20% al 50% circa.

Questo, più che dimostrare il supporto popolare per la sua figura, è piuttosto la prova di come gli stessi colombiani percepiscano la sproporzione tra il presunto reato del Sindaco e un provvedimento disciplinare che ne sancirebbe di fatto la morte politica. Per questo si è anche riacceso il dibattito che vede nei poteri dell’Ispettorato Generale, nominato dal Parlamento, una minaccia per l’equilibrio della vita democratica. Il fatto che Ordoñez sia un conservatore che si oppone al dialogo con le FARC sembra a molti un elemento determinante nella vicenda. Anche perché, nonostante l’Ispettore abbia già punito diversi esponenti politici appartenenti a tutto lo spettro politico, non lo ha mai fatto con tanta durezza. Non è un caso che anche in Venezuela vi sia una preoccupante commistione tra organo esecutivi e giudiziarii.

Ora Petro, che per il momento mantiene il suo incarico, sta tentando in ogni modo di rimanere al suo posto, una possibilità che rafforzerebbe notevolmente la sua figura. Ma, dato che il ricorso che ha affettuato il suo entourage legale sarà valutato sempre dallo stesso organo che ha emesso il provvedimento, è difficile che venga preso in considerazione. Ad aggravare la situazione si è inoltre aggiunta il procedimento di revoca che il deputato Miguel Gómez, un uribista, ha avviato contro di lui. Si tratta di una sorta di referendum popolare che si avvia in parlamento dopo una raccolta di firme e, se vinto dai proponenti, causa l’immediata rimozione dall’incarico.

Ora dunque Petro deve combattere su due fronti, quello legale e quello delle urne. Dal secondo può uscire vincitore, dato che coloro che molti di coloro che prima non lo appoggiavano ora si sono schierati al suo fianco. La votazione gli ridarrebbe un mandato popolare rafforzato difficile da scardinare ancora. Per quanto riguarda la destituzione voluta dall’Ispettore, l’unica strada rimasta è rappresentata dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani di Washington, a cui Petro ha fatto appello e con cui sta intrattenendo fitti contatti durante un viaggio negli USA.

Se sarà la Corte a salvarlo (il presidente Santos ha già dichiarato che ne rispetterà il verdetto), oppure il voto popolare, si vedrà nei prossimi mesi, così come si testerà la resistenza dei negoziati a questi scossoni esterni.

 

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