mercoledì, Dicembre 1

Peter Hammill: 'Vado dove la musica mi guida'

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L’assessore alla cultura di Piacenza, Tiziana Albasi, ha detto che la tua musica risponde al nostro bisogno di profondità. Oggi che la musica è così onnipresente e scontata, è più difficile trasmettere profondità all’ascoltatore?

Sì, oggi è più difficile, perché l’arco di attenzione dell’ascoltatore è diminuito, e questo significa che il pubblico non si impegna molto nel cercare qualcosa. Qualunque genere, di per sé, può essere profondo. Ma è il pubblico che deve andare verso questa profondità. In questo momento viviamo in un mondo in cui il pubblico non è preparato, non ha l’attenzione necessaria. E, come dicevo prima, c’è troppo rumore.

Peter Hammill riceve la laurea ad honorem del Conservatorio di Piacenza, 17/1/2016

Quali sono stati i tuoi rapporti con la musica classica?

Da principio me ne sono tenuto lontano, ma arrivato ai vent’anni ho cominciato invece a interessarmene molto, in ogni direzione. Mi piace a partire da quella molto, molto antica, Purcell e affini, arrivando fino a epoche moderne, forse non la musica più recente ma piuttosto quella dell’inizio del Ventesimo secolo, per esempio Ligeti e Messiaen sono tra i miei preferiti. Ma non disdegno nemmeno la musica romantica, sebbene mi piaccia andare indietro nel tempo alla ricerca della musica più austera.

In Italia gran parte dei fondi per la musica sono destinati alla rappresentazione di opere del passato. Non sarebbe il caso di portare su un palco, per esempio, la tua opera ‘The Fall of House Usher’?

Credo che mi ci vorrebbe troppo denaro e troppe energie. Nel mio futuro c’è ancora tanta musica nuova. È un peccato, ma credo di dover dire che il momento di ‘Usher’ ormai è passato.

In ogni caso, pensi che il mondo del rock e quello della musica accademica siano più vicini oggi di quanto fossero ai tuoi esordi?

Quando abbiamo fondato i Van der Graaf Generator, sia il rock sia il jazz erano visti con orrore dall’establishment della musica classica. Credo che nella maggior parte delle culture oggigiorno ci sia molta più apertura.

In Italia avete avuto un successo particolare. Pensa che ci sia una ragione?

Abbiamo avuto la grande fortuna di arrivare qui in un momento in cui noi eravamo pronti per l’Italia e l’Italia era pronta per noi. Credo che in parte sia dovuto anche al fatto che eravamo, in un certo senso, una band molto melodrammatica, e perciò potevamo connetterci alla natura melodrammatica dell’Italia.

Ci sono band italiane che ti piacciono, o con cui sei in amicizia?

Da molti, molti anni vivo volontariamente isolato dal mondo musicale. Non vado più ad ascoltare molti concerti, e in effetti non ascolto più nemmeno molta musica. Ascolto principalmente classica, ma non cerco più di tenermi al corrente delle novità. Ovviamente ci sono persone che appartengono a band britanniche e americane che ho conosciuto molto tempo fa ma, per quanto riguarda il presente, quando sono lontano dal palco sto anche lontano dalla musica.

Peter Hammill in concerto al Conservatorio di Piacenza, 17/1/2016

La vostra musica era stata etichettata come “progressive”. È un termine che ha ancora un senso oggigiorno?

Le etichette a volte sono utili, in particolare quando c’è Internet che cerca di tirarti in ogni direzione. Servono per indirizzare le persone verso le cose. Ma non ho mai pensato che un’etichetta possa definire che cosa sia la musica.

Tre anni fa ho visto i Van der Graaf Generator a Pistoia sullo stesso palco di Steven Wilson. Hai un’opinione su questo tipo di progressive moderno?

E molto bello che questo tipo di musica abbia un pubblico, e trovo fantastico l’atteggiamento molto serio e sensato di Steven verso la musica. Ed è molto bello che abbia pensato a coinvolgere altri musicisti nel suo tour. È stata una sorta di rigenerazione musicale.

Un artista che era sicuramente “progressivo” è David Bowie, scomparso di recente. Avete mai fatto musica insieme?

No, non abbiamo mai suonato insieme. Alla fine degli anni ’60 ci conoscevamo, anche se non posso dire che fossimo amici. Ora rimpiango che allora non ci sia stata l’occasione di collaborare. La sua morte è sicuramente una perdita.

Pensi di esserne stato influenzato in qualche modo?

Non credo. È vero che proveniamo dalla stessa epoca, e ci sono delle somiglianze. Per esempio, allora erano in pochi a cantare con un accento inglese, a utilizzare un’espressività drammatica, a tentare qualcosa di nuovo, provando continuamente nuove strade. Ovviamente tra di noi c’è un’enorme disparità in termini di successo e di altro. Ma credo si possa dire che ci sono dei parallelismi.

Hai ancora una bellissima voce. Fai qualcosa per preservarla?

No, è pura fortuna. E canto solo quando canto, quindi ormai poche volte l’anno.

Hai qualcosa di nuovo in preparazione?

Stiamo lavorando proprio in questi giorni al nuovo album dei Van der Graaf Generator, che dovrebbe essere pronto entro un paio di mesi, e quindi uscire quest’anno. E poi ci sarà anche un mio album da solista. Andiamo avanti, verso il futuro.

 

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