mercoledì, Aprile 14

Pescatori nazionalisti La pesca illegale del corallo nel mirino. Un mercato da quasi 60 milioni di dollari

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Non c’è pace tra Cina e Giappone. Stavolta a seminare zizzania tra i due cugini asiatici non è l’annosa rivalità per le famigerate isole Senkaku, rivendicate da Pechino con il nome di Diaoyu. O almeno non direttamente. Nel mese di ottobre, appena pochi giorni prima dell’atteso incontro tra il Presidente cinese, Xi Jinping, e il Premier nipponico, Shinzo Abe, a margine del summit Apec, centinaia di pescherecci battenti bandiera cinese sono stati avvistati in prossimità delle isole Ogasawara, un migliaio di chilometri a sud di Tokyo, nel Pacifico Occidentale. Un’area sin’ora intoccata dalle dispute territoriali tra i due Paesi asiatici. Nel corso di operazioni indipendenti, sei capitani cinesi sono stati fermati per presunte violazioni delle norme sulla pesca in acque territoriali o nella zona economica esclusiva (ZEE) del Giappone. Raccoglievano corallo rosso. In un caso le attività illegali erano state portate avanti a largo di Ishigaki, una delle isole più a sud del Sol Levante, non distante dalle Diaoyu/Senkaku. Tutti i colpevoli, tranne uno, sono stati rilasciati su cauzione dopo l’esecuzione di una pena pecuniaria il cui importo non è stato reso noto.

Operazioni di questo tipo erano già state rilevate all’inizio dell’anno, ma è soltanto a partire da settembre che il numero delle imbarcazioni cinesi nell’area in questione è lievitato. Se in precedenze la pesca del corallo veniva praticata sopratutto nei pressi della prefettura di Okinawa – di cui le Senkaku/Diaoyu fanno parte -, recentemente le incursioni si sono concentrate attorno alle Osagawara che amministrativamente appartengono a Tokyo. Gli esperti non escludono che un’intensificazione dei controlli nel tratto di mare tradizionalmente più colpito, quello tra Okinawa e l’isola Miyakojima, abbia spinto i bracconieri verso nuovi lidi.

All’inizio della primavera, il perdurare delle attività illegali a Okinawa aveva indotto il Governo nipponico a richiedere la collaborazione della controparte cinese per emendare un accordo bilaterale sulla pesca nell’ambito della Japan-China Joint Fisheries Commission. Mentre, secondo le leggi nazionali, la guardia costiera giapponese ha in teoria il diritto di fermare i bracconieri, una clausola dell’accordo sulla pesca datato 1997 ( Japan-China Fishery Agreement) esenta le imbarcazioni cinesi che operano a sud dei 27 gradi di latitudine e a nord dei confini del Mar Cinese Orientale. Un punto che il Giappone vorrebbe sottoporre a revisione una volta ottenuto il consenso di Pechino.

Stando al Japan-China Fishery Agreement, le acque del Mar Cinese Orientale risultano divise in quattro aree: 1) acque territoriali indiscusse; 2) zone di pesca esclusive all’interno delle rispettive ZEE; 3) una zona di pesca intermedia condivisa all’interno delle ZEE che si trova a cavallo di un’ipotetica linea mediana; 4) alto mare. Mentre nelle prime due zone vige la giurisdizione dello Stato costiero, nelle ultime due prevale la giurisdizione dello Stato di bandiera. Tutto questo non vale per le Diaoyu/Senkaku, escluse dall’applicazione dell’accordo sulla pesca del ’97, e ancora soggette al Japan-China Fishery Agreement del 1975 che le rubrica come parte integrante dell’‘high seas‘. Motivo per il quale, secondo Sourabh Gupta, ricercatore del Samuels International Associates, «non soltanto le navi cinesi sono autorizzate a operare lungo le coste delle isole contese -salvo limitazioni normative senza dubbio imposte da una Commissione permanente bilaterale sulla pesca-, ma sono anche coperte dalle normative sull’alto mare e quindi soggette alla giurisdizione dello Stato di bandiera (in questo caso della Cina)».

Bisogna tenere presente che, nel caso degli arresti/incidenti ricorrenti entro la ZEE generata dalle Diaoyu/Senkaku (che si estende fino a 200 miglia nautiche dalle linee di base), Pechino crede di essere dalla parte del giusto“, spiega all”Indro’ Ian Storey, Senior Fellow presso l’ Institute of Southeast Asian Studies di Singapore, “infatti, non riconoscendo la sovranità giapponese sulle isole, ritiene di operare legalmente in acque cinesi.

Nonostante la guardia costiera giapponese non sia stata in grado di quantificare con esattezza le ultime incursioni, stando a quanto riferito da un funzionario, lo scorso mese gli arresti di pescatori stranieri «hanno superato notevolmente la media». Si tenga presente che nel 2013, a livello nazionale, ad essere fermati erano stati in 11, di cui solo tre di nazionalità cinese. Secondo quanto riportato dal quotidiano nipponico ‘Asahi Shimbun’, gran parte delle operazioni illecite parte dalla contea di Xiangshan, nella provincia cinese del Zhejiang.

La risposta della Cina è apparsa alquanto sottotono. Pechino ha invitato Tokyo a «trattare le questioni rilevanti in maniera civile, ragionevole e in accordo con la legge» , mentre ai pescatori cinesi è stato intimato di «portare avanti le operazioni marittime rispettando i regolamenti». Si è parlato dell’implementazione di misure mirate a fermare le attività illegali sottacendo i dettagli. Punto. D’altra parte, la relazione complicata tra il Governo di Pechino e i pescatori non permette l’esercizio di un controllo efficace. Come riporta il ‘Diplomat’, la corruzione dilagante a tutti i livelli del Partito comunista ha fatto registrare un calo della fiducia verso i funzionari governativi, sopratutto in seguito alla dozzina di arresti che hanno colpito l’Ufficio dell’Amministrazione della Pesca responsabile di aver sottratto ai pescatori i sussidi statali per il carburante.

Le multe, troppo clementi, continuano a rivelarsi un deterrente inefficace. Il Governo giapponese se ne è accorto e sta pensando di inasprire le sanzioni portandole rispettivamente a 4 milioni e 10 milioni di yen (circa 27mila e 68mila euro) in caso di accesso illegale in acque nazionali e nella zona economica esclusiva. Secondo la stampa nipponica, all’interno dell’LDP (Partito Liberal Democratico), primo partito del Giappone appartenente alla frangia conservatrice, si sta discutendo la possibilità di rinforzare i pattugliamenti con la spedizione di Forze di autodifesa. La guardia costiera, sopraffatta numericamente dai pescherecci cinesi, si è confermata inadeguata davanti all’escalation degli ultimi mesi.

Il 13 novembre le autorità di Fuan, città del provincia meridionale del Fujian, hanno multato sei persone per commercio di prodotti in via d’estinzione, dopo che a giugno erano state pizzicate con sei chili di corallo rosso sottratto a largo delle coste giapponesi. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, la giustizia cinese preferisce ancora chiudere un occhio quando l’illegalità non intacca i propri territori. Non è da escludere che i pescatori cinesi si siano spinti fino al Giappone per sfuggire ai controlli sempre più serrati in patria, dove ormai (ufficialmente) il corallo gode di una protezione pari a quella riservata ai panda.

Come sottolinea Stephen Harner su ‘Forbes’, il laissez-faire delle autorità cinesi non giova all’immagine del Dragone recentemente macchiata da un rapporto dell’Eia sul coinvolgimento dell’establishment cinese nel traffico d’avorio in Tanzania, in concomitanza con la prima visita di Xi Jinping in Africa del marzo 2013. Nell’ultimo lustro, il prezzo del corallo rosso è quadruplicato raggiungendo i 180mila yen al grammo, circa 1578 dollari, alimentando un giro d’affari da 6 miliardi di yen all’anno che ha come principale interlocutore i tuhao, i nuovi ricchi cinesi amanti del lusso sfrenato. La produzione si divide tra Giappone, Italia e soprattutto Taiwan, dove il prezioso materiale viene lavorato in officine sotterranee per poi essere rivenduto per la maggior parte ad acquirenti della mainland.

Ovviamente, la fragilità delle relazioni sino-giapponesi – puntellate con un nuovo accordo in quattro punti– rende la questione più delicata di un semplice caso di contrabbando. Non per nulla Abe non ha mancato di esternare la propria preoccupazione durante il suo breve incontro con Xi, nonostante la gelida stretta di mano e gli scarsi 25 minuti a disposizione.

Chi regge veramente i fili del business? Si tratta di attori indipendenti o nazionalisti prezzolati? Da qualche tempo, il Dragone sembra aver cambiato approccio nei confronti delle dispute marittime. Nel mese di luglio,The National Interest’ descriveva nel dettaglio la nuova strategia adottata da Pechino nel Mar Cinese Meridionale di cui protagonisti non sono navi da guerra, bensì pescherecci muniti di sistemi di navigazione satellitare direttamente collegati con la guardia costiera cinese. Da settembre 2013 sarebbero oltre 50mila le imbarcazioni equipaggiate con questo nuovo strumento (largamente finanziato dal Governo) che permette di chiamare rinforzi in caso di maltempo o al sopraggiungere di problemi in acque contese. Addirittura testimonianze raccolte dalla ‘Reuters’ parlano della promessa di incentivi economici da parte delle autorità cinesi per incoraggiare la pesca in prossimità delle isole rivendicate da Pechino.

Proprio lunedì scorso, nove pescatori cinesi sono stati condannati dal tribunale della provincia di Palawn a pagare quasi 103mila dollari ciascuno per bracconaggio in acque filippine dopo che nel mese di maggio erano stati sorpresi con un carico di 555 tartarughe giganti e arrestati. Il fatto era accaduto in prossimità dell’Half Moon Shoal, uno scoglio del Mar Cinese Meridionale situato a 100 chilometri della costa di Palawn, e rivendicato tanto da Manila quanto da Pechino.

Negli ultimi anni, le acque attorno a Taiwan, Filippine, Giappone e Corea sono state interessate da un numero crescente di incidenti in cui ad essere coinvolti sono proprio pescatori cinesi. Incidenti che – secondo molti – sono stati pianificati a tavolino dal Governo di Pechino per saggiare la risposta dei rivali regionali. Un esempio: nell’aprile del 2012, l‘occupazione cinese del conteso Scarborough Shoal, nel Mar Cinese Meridionale, era stata preceduta proprio da un confronto diretto tra la marina filippina e alcuni pescherecci cinesi scoperti a raccogliere illegalmente corallo e altre specie marine.

Conferme arrivano anche dal Mar Cinese Orientale, dove ultimamente è stato registrato un calo del numero delle perlustrazioni delle motovedette cinesi a fronte di un aumento della presenza di barche da pesca in prossimità delle Diaoyu/Senkaku. Il Sol Levante mostra il fianco scoperto. Nonostante la dimensione ridotta, l’arcipelago nipponico fatica ad esercitare la propria sovranità e a combattere la pesca illegale a causa della sua conformazione frammentaria. Questo è vero sopratutto per quanto riguarda i territori più a sud come le isole Ogasawara, così come per gli atolli a ovest di Okinawa.

Nel luglio 2012, oltre 100 pescherecci cinesi attraccarono in un porto delle isole Goto, prefettura di Nagasaki, in quelle che l’analista giapponese, Tetsuo Kotani, ha definito ai microfoni dello ‘Yomiuri Shinbun’ ‘prove generali’ di un’occupazione delle Senkaku. Alcune delle imbarcazioni -racconta Kotani- erano state appositamente modificate per contenere milizie e veicoli trasporto truppe. Dati i precedenti, non desta stupore il no secco con il quale, all’inizio del mese, le autorità hanno respinto l’ipotesi di concedere ai pescatori cinesi un attracco presso le Ogasawara alla notizia dell’approssimarsi di un violento tifone. “A dire il vero, non penso che il Governo cinese ordini direttamente ai pescatori di portare avanti attività illegali“, ci spiega un ricercatore del National Institute for Defense Studies di Tokyo, “piuttosto credo si serva di questa situazione come leva diplomatica dal momento che ha mostrato (almeno a parole) la volontà di collaborare con il Giappone per risolvere il problema, dopo il faccia a faccia tra Xi e Abe.

Per Tokyo la questione non ha soltanto ripercussioni politiche: il corallo estratto impiega circa venti anni per rigenerarsi; cento nel caso delle formazioni più grandi. I bracconieri utilizzano reti a strascico e rampini in acciaio; setacciano il fondale danneggiando l’habitat sottomarino e la fauna che lo popola. E dove non arriva l’uomo, ci pensa la natura. Il riscaldamento globale e il relativo innalzamento della temperatura delle acque sta lentamente erodendo la barriera corallina sommersa sulla quale poggiano due atolli disabitati, 1100 miglia a sud di Tokyo. Dopo aver inutilmente tentato di proteggerle con muri di cemento, blocchi di acciaio e reti in titanio, il Governo nipponico sta cercando di salvare le isolette Okinotori promuovendo la sperimentazione della riproduzione sessuale dei coralli, un metodo sul quale gli scienziati lavorano da 20 anni. Attenzione perché qui il Giappone non si gioca soltanto importanti risorse naturali.

Trattandosi dei territori più a sud di tutto il Sol Levante, le Okinotori sono fondamentale per le rivendicazioni giapponesi su una zona economica esclusiva di oltre 1o0mila chilometri quadrati, un’area che supera per ampiezza l’intero arcipelago. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diretto del mare, si parla di ZEE (la zona in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fisse, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino) solo nel caso di isole abitate. Ragione per la quale, da anni, Tokyo sta cercando di assicurare agli atolli lo status di vere e proprie isole scontrandosi con le opposizioni della U.N. Commission on the Limits of the Continental Shelf, della Corea del Sud e, neanche a dirlo, della Cina.

 

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