domenica, Maggio 16

Perù: no alla coca una strada in salita

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Nel settembre del 2013 un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) ha dichiarato che a partire dall’anno precedente al rapporto il Perù si è attestato al primo posto tra i coltivatori di coca in America Latina, superando il primato appartenuto precedentemente alla Colombia. Più precisamente il rapporto evidenziava come, nel 2012, in Perù fossero stati dedicati ben 156mila 250 ettari di terreno per la coltivazione di piante di coca, contro i 120mila ettari coltivati in Colombia. Un dato che ha senza dubbio rappresentato uno smacco per l’allora Presidente (sostituito solo quest’anno con le nuove elezioni) Ollanta Humala, che ha dovuto affrontare la realtà dei fatti notando come nel Paese da lui democraticamente governato venivano coltivate più piante di coca rispetto ad uno Stato, la Colombia, che non poteva avere controllo totale sui propri territori a causa della guerra civile (terminata soltanto poche settimane fa) e delle sue conseguenze in tema di economia basata su traffici illeciti.

In seguito alla pubblicazione di questo rapporto, inoltre, Ollanta Humala ha dovuto affrontare gli Stati Uniti d’America che negli anni precedenti avevano versato decine di milioni di euro nelle casse peruviane proprio per supportare il Paese nella sua lotta al narcotraffico. Nonostante ciò, comunque, gli americani in seguito alle promesse di impegno del Presidente peruviano hanno acconsentito di raddoppiare gli aiuti concessi al Perù per diminuire la produzione di coca, arrivando a versare nello stesso anno circa 73 milioni di euro.

Oggi Ollanta Humala è giunto al termine del proprio mandato, dovendo lasciare il posto al neoeletto Pedro Pablo Kuczynski; a distanza di 3 anni da quel rapporto dell’UNODC, quindi. È il caso di tirare le somme e di capire se l’ormai ex Presidente ha mantenuto le promesse fatte.

Proprio una decina di giorni fa l’UNODC, nel suo resoconto annuale, ha annunciato che in Perù lo spazio dedicato alla coltivazione di piante di coca si è ridotto per il quarto anno consecutivo, riducendo così gli ettari coltivati a coca del 35,5% rispetto ai dati del 2011. Nell’ultimo anno, in particolare, gli ettari dedicati alle coltivazioni illecite sono stati ridotti del 6,1% per un totale attuale di 96mila 304 tonnellate prodotte nel 2015 (il 4,6% in meno rispetto all’anno precedente).

Con questa riduzione delle coltivazioni, il Perù è riuscito a tornare alle quantità di coca prodotta nel 1999, facendo così un grande passo avanti per la lotta al narcotraffico. Solo nel 2015 sono stati eliminati 35mila 868 ettari, la quantità più alta nella storia del Paese. Un risultato confortante che, però a ben guardare, presenta anche i suoi lati negativi. In effetti gli interventi di bonifica dalle coltivazioni di coca non hanno quasi per nulla interessato le due regioni più importanti per la produzione di queste piante: il Bacino della Valle dei fiumi Apurimac, Ene e Mantaro, situata nella giungla montuosa nel centro sud del Paese, e la provincia de La Convención ed il vicino distretto di Lares, facenti parte della regione andina di Cuzco. Queste due aree da sole rappresentano il 71,4% della superficie coltivata a coca di tutto il Perù e l’85% della produzione nazionale totale di coca. I programmi antidroga post in atto dal Governo di Ollanta Humala non hanno avuto grande successo in queste due regioni, in effetti nell’area centro-meridionale la superficie coltivata è diminuita solo del 2,7% rispetto al 2014, mentre nella regione di Cuzco si è assistito addirittura ad un aumento dell’1,1% degli ettari dedicati alle piante di coca.

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