venerdì, Maggio 7

Perù: ll futuro dei minerali e del Paese Problemi e opportunità nell'estrazione mineraria

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Lima – Il tema di questa settimana è un argomento abbastanza completo che non si può certo esaurire in un articolo giornalistico. Chi appoggia il settore minerario adducendo che lo sviluppo del Paese è legato alla storica attività estrattiva di metalli e idrocarburi, realtà che hanno contribuito a riempire le casse dello stato e allo stesso tempo hanno attratto voraci appetiti sulle risorse che hanno generato. Dall’altro lato della barricata partiti e settori sociali legati ai movimenti ecologisti e a gruppi d’interesse, appoggiano la drastica riduzione dell’attività estrattiva, dato l’alto numero d’incidenti ecologici avvenuti nel passato e al basso impatto economico che le tasse sulle imprese private hanno avuto sui servizi e sullo sviluppo del welfare delle regioni e dei comuni interessati dalle miniere.

L’estrazione di minerali e metalli in America Latina subì un’importante riforma nel ventennio 1980-2000. Oggi il settore estrattivo sta attraversando un momento difficile, che vale per tutti i paesi della regione iberoamericana e in particolare per i paesi andini come il Perù, dove la contrazione a livello mondiale dei mercati asiatici ed europei, tende a creare non pochi problemi ai produttori e alle ormai ‘antiche’ politiche economiche dei governi. In America Latina la ripresa della produzione di minerali e metalli aumentò notevolmente a partire dal 2003, quando l’economia mondiale riprese con un certo dinamismo a crescere e a richiedere materiali per le costruzioni, per i ricambi tecnologici, per il settore automobilistico, per la ricerca spaziale ecc.. La Repubblica Cinese, l’India, gli Stati Uniti d’America, il Giappone e molti Paesi del Sud-est asiatico, cercarono alleati strategici e produttori di materie prime con i quali rifornire i propri mercati interni. Tra le varie regioni al mondo, l’America Latina era considerata – e lo è tutt’oggi – un ‘boccone’ prelibato per i suoi grandi giacimenti di rame, zinco, litio, oro, argento, platino ecc.. e per gli idrocarburi come il petrolio e il gas (in Perù nella zona di Ucayali, Talara e nell’Oceno Pacifico). La conseguenza di quella corsa all’esplorazione e sfruttamento dei giacimenti di metalli e minerali produsse un crescita significativa dei prezzi e una maggiore spesa destinata alla perforazione o all’espansione delle miniere a cielo aperto. Questo mercato emergente e dinamico beneficiò i principali Paesi produttori della regione latinoamericana, dato che la maggioranza dei prezzi dei metalli e dei minerali mostrarono una sostenuta tendenza all’aumento e dettero l’opportunità alla classe media e medio-bassa di aumentare i propri ingressi e migliorare le proprie opportunità di ascesa sociale. Caso emblematico fu l’aumento dei prezzi del rame e dell’oro, la maggiore domanda di ferro e acciaio che fu stimolata dalla gigantesca crescita della Repubblica di Cina.

Nel 2006, quando l’economia globale viveva ancora un periodo di calma e bonaccia, uno studio della Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), appartenente alle Nazioni Unite, ipotizzava, con un certo grado di fiducia, che il settore della produzione dei minerali e dei metalli si sarebbe espanso e sarebbe cresciuto in maniera molto più lunga e profonda – più di un decennio – grazie all’impennata della domanda mondiale. In questo senso, i fatti storici hanno confutato l’ipotesi fatta dalla commissione, dato che oggi il settore minerario della regione andina e iberoamericana soffre una notevole caduta dei prezzi sul mercato mondiale e delle esportazioni, contando, inoltre, una considerevole perdita di consenso in una vasta porzione delle classi più povere e svantaggiate dell’opinione pubblica peruviana e latinoamericana, a causa dell’inquinamento ambientale e sanitario che politiche inefficenti non hanno saputo combattere e risolvere a livello locale. Un caso emblematico è la recente protesta, con tanto di morti e feriti, per il progetto Tio Maria nella provincia di Islay nella regione Arequipa (fonte: La Repubblica).

In merito ai prezzi e all’evoluzione storica del mercato estrattivo di minerali e metalli, lo schema che vigeva negli anni ’80, riguardante la cooperazione internazionale che regolava il commercio internazionale dei prodotti primari, fu soppiantato negli anni ’90 dalla ristrutturazione delle economie nazionali e dalla strategia dei nuovi mercati mondiali, dove la contrattazione dei prezzi iniziò a giocarsi tra domanda e offerta, abbandonando le posizioni unilaterali o di gruppo che affettavano il libero mercato internazionale. Di fatto, si considerarono il patrimonio e le risorse naturali libere e disponibili, inquadrate dentro il libero mercato (in alcuni casi, con in governi Humala e Morales, Perù e Bolivia hanno adottato questa politica anche a scapito di sciupare il proprio patrimonio ambientale, come ha sottolineato in una nostra intervista l’analista politico Ivan Fortun), elementi che portarono alla riduzione del ruolo dello Stato nell’attività estrattiva e alla cancellazione delle politiche nazionaliste e difensive di fronte agli investimenti stranieri con all’abbandono dell’esclusività statale nello sfruttamento delle risorse nazionali. Le imprese transnazionali d’estrazione mineraria acquisirono di nuovo quel protagonismo che abbandonarono negli anni ’70, grazie all’eliminazione di tutte quelle barriere legislative e logistiche (in questo ultimo caso con l’aiuto e l’investimento di capitali privati) e alla costruzione del consenso verso la necessità d’investimenti stranieri (canadesi, statunitensi, olandesi, tedeschi, italiani, spagnoli, francesi ecc..) data la necessità di soldi per l’esplorazione di nuovi giacimenti, per ampliare e modernizzare un settore che aveva sofferto ritardi dovuti alla diffusa nazionalizzazione dei decenni precedenti.

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