domenica, Giugno 13

Perù e Cile: tensioni per un caso di spionaggio

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Qualche settimana fa si è diffusa una notizia che, progressivamente, ha iniziato a minare la stabilità delle relazioni tra Perù e Cile. Dopo la divulgazione della notizia da parte dei mass-media, i portavoce del Governo peruviano si sono fatti avanti per denunciare quella che considerano un’ingerenza negli affari interni del Paese: tre sottoufficiali della ‘Marina de Guerra’ peruviana hanno fornito dati sulla pesca e sull’ubicazione d’imbarcazioni a presunti militari cileni. La spiegazione ufficiale dei fatti è stata accompagnata, senza esitazione, dalla parola spionaggio.

Secondo i portavoce del Governo peruviano, gli accusati – sotto inchiesta per i reati d’infedeltà, tradimento della patria e disobbedienza – hanno filtrato documenti riservati tra il 2005 e il 2012, durante alcuni viaggi in Bolivia, Brasile, Argentina e Cile, ricevendo compensi extra, come dimostrano le prove raccolte. Gli accusati, tuttavia, assicurano di non aver filtrato le informazioni a militari cileni, ma a imprenditori italiani e il Governo cileno, da parte sua, si è difeso emettendo un comunicato in cui prende le distanze da tali accuse e nega qualunque attività di spionaggio.

Il Governo peruviano ha inviato una nota diplomatica ed è in attesa di una risposta cilena. La questione, però, si è complicata dopo che il cancelliere peruviano, Gonzalo Gutiérrez, ha affermato che questo incidente potrebbe procrastinare l’approvazione, da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, dei limiti marittimi fissati nel gennaio 2014 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Anche se lo stesso Gutierréz ha cercato di mitigare i toni, ribadendo l’impegno per giungere ad una sentenza e affermando che la questione dello spionaggio non doveva essere amplificata, quella dichiarazione ormai era stata rilasciata.

L’avvertimento peruviano, ad ogni modo, ha colto nel segno, visto che la sentenza della Corte dell’Aia è stata relativamente favorevole per questo Paese: anche se non gli è stato concesso tutto ciò che reclamava, ha ottenuto 50.000 km² di uno spazio marittimo che in precedenza apparteneva al Cile –un triangolo esterno che si comincia a contare a partire da 80 miglia nautiche –.

L’avvocato peruviano Luis García Corrochano, ex consulente legale del Ministero degli Affari Esteri e membro delle commissioni ad hoc sulle questioni che riguardano la frontiera con il Cile, ha dichiarato che, nella pratica, le accuse di spionaggio non dovrebbero influenzare l’esecuzione della sentenza: «E anzi, entrambi gli Stati hanno già realizzato la delimitazione cartografica, per cui potremmo dire che la sentenza è stata eseguita in pieno». Il passo successivo è trasmettere le coordinate all’ONU per ufficializzare l’accettazione, passo che entrambi i Paesi si sono impegnati ad eseguire in maniera congiunta.

Iván Obando, avvocato cileno e direttore del dipartimento di Diritto Pubblico della Universidad de Talca, afferma che, sia il Cile, sia il Perù, hanno manifestato l’intenzione di eseguire la sentenza; non farlo – aggiunge – significherebbe macchiare l’onore della nazione e rendersi passibili di denuncia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. «Pertanto, l’inadempimento o la minaccia d’inadempimento della totalità o di una parte di una sentenza internazionale costituisce una violazione del principio di soluzione pacifica delle controversie, consacrato nello Statuto delle Nazioni Unite, ed avrebbe solo ripercussioni negative per il suo fautore», spiega.

Perché, allora, il Perù si è lasciato andare a quel tipo di commento? L’avvocato Hugo Llanos, professore della Universidad Central de Chile ed ex membro della Corte Internazionale di Giustizia, ha dichiarato, in un’intervista alla CNN, che il motivo potrebbe rintracciarsi nelle differenze tra istituzioni politiche interne. Ha aggiunto che, forse, il Governo poteva avere un interesse ad individuare un capro espiatorio per unire la popolazione nel bel mezzo di una situazione di crisi– c’erano state proteste per la riforma del lavoro, ed anche per una prospezione di gas naturale nella selva, che causò feriti ed un morto–.

Obando, lecitamente, focalizza l’attenzione sul rapporto tra le accuse di spionaggio e la situazione politica in Perù: «Curiosamente, emergono in un momento in cui il governo attuale del Paese sta perdendo consensi agli occhi dell’opinione pubblica». In effetti, secondo un sondaggio del GFK, la popolarità del Presidente Ollanta Humala è in calo: tra gennaio e febbraio 2015, la percentuale di consenso è scesa dal 26% al 21%.

Ora, al di là delle circostanze interne, l’accusa di spionaggio potrebbe avere delle conseguenze al di fuori dei confini. García Corrochano afferma che accuse del genere minano il clima di fiducia reciproca: «Probabilmente si produrrà un raffreddamento delle relazioni bilaterali, almeno a livello politico, e si rallenterà la ripresa di meccanismi come il 2+2, che è il vertice dei Ministri delle Relazioni Estere e della Difesa di entrambi i Paesi».

Per lo specialista peruviano, la questione potrebbe complicarsi se il Cile insiste nel prendere le distanze dalle accuse. Secondo García Corrochano potrebbe accadere, per esempio, che si decida di coinvolgere degli organismi internazionali, in primo luogo quelli regionali, e questo significherebbe passare da una controversia bilaterale a una multilaterale. «Altra possibilità sarebbe giungere a un accordo affinché una commissione internazionale d’inchiesta determini la veridicità dei fatti, e gli Stati decidano le misure da prendere una volta che siano state raggiunte delle conclusioni», spiega.

Ad ogni modo, continua, è normale che i Governi non accettino immediatamente accuse di questo genere. E se le accuse sono irrefutabili, di solito si presentano scuse formali. «L’opzione più corretta sarebbe l’ammissione di responsabilità da parte del Cile con conseguente presentazione delle scuse, e successivo processo e imposizione di sanzioni da parte del Perù nei confronti dei funzionari coinvolti».

Obando ritiene, inoltre, che la via diplomatica eviterà ogni possibile conflitto. A suo parere, al di là del momento di tensione generato dalla pubblicità che ha avuto l’incidente, tali accuse non influenzeranno in maniera profonda le relazioni bilaterali, né a medio, né a lungo termine e questo perché, afferma, esistono altri interessi da salvaguardare. Llanos, sulla stessa linea, precisa: «Gli interessi nazionali di entrambi i Paesi travalicano questo episodio, e in questo caso si deve tenere in particolare considerazione l’importanza del proprio vicino».

Il commercio internazionale ne è la prova: secondo le statistiche ufficiali peruviane, il Cile è il quinto Paese al mondo recettore di esportazioni peruviane, per un totale di 642 milioni di dollari ed è anche il quinto importatore di materie prime e prodotti intermedi appartenenti al Paese vicino.

Altra argomentazione a sostegno della tesi secondo cui questo episodio non nuocerà alle relazioni tra le due nazioni è che, in altri momenti storici, quando sono state mosse delle accuse di spionaggio, è stato possibile superare le tensioni. Llanos ricorda un caso che potrebbe definirsi anche più grave rispetto a quello attuale: nel 1979, il Perù dichiarò personanon grata” l’ambasciatore cileno Francisco Bulnes, per un caso di presunto spionaggio. Pertanto, considerando lo scenario da questa prospettiva, le previsioni diplomatiche non sono per niente allarmanti, purché la questione sia trattata con l’opportuna cautela.

 

Traduzione di Claudia Donelli

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