sabato, Ottobre 23

Periferie italiane, serve più integrazione field_506ffb1d3dbe2

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Periferie italiane: il degrado stravolge il tessuto sociale delle città. Le scelte adottate dalla politica sono le principali responsabili delle urbanizzazioni delle città e delle periferie italiane. C’è bisogno di una nuova frontiera dell’architettura, con una maggiore responsabilità nella progettazione delle case. La distinzione tra periferia e centro storico deve scomparire poiché è un’unica realtà architettonica. Chi vuole creare differenze causa solo gravi scompensi sociali, mettendo in serio pericolo la popolazione che abita in questi luoghi.

Molti architetti sono impegnati a comprendere le esigenze dei cittadini, proprio per evitare questi conflitti sociali. Le scelte architettoniche influenzano quel sano sviluppo di una comunità. Tutto dipende dalla combinazione dei diversi elementi, tenuti in considerazione quando si effettuano scelte radicali sui nuovi insediamenti abitativi. Sono due i protagonisti indiscussi: l’architetto e l’amministrazione comunale.

Paolo Portoghesi, architetto e professore di progettazione all’Università “La Sapienza” di Roma, crede fermamente nella rivalutazione della piazza come luogo dove l’architettura deve aprirsi ed esprimersi al massimo, per migliorare la socialità.

Il difficile compito dell’architetto“, sostiene Paolo Portoghesi, “è quello di intervenire su situazioni già compromesse. Il suo lavoro deve cambiare, migliorando, l’assetto urbano già esistente. La piazza è il luogo dove si incontrano le persone, momento particolare per scambiare le idee. Bisogna lavorare sulla differenza, proprio per costruire ciò che non è stato ancora realizzato. Le piazze assumono un grande significato. E’ possibile contrapporsi al caos urbano, magari con una forte contraddizione. Si può ripartire da decisioni forti con soluzioni alternative, anche se la piazza resta sempre un elemento fondamentale per rivitalizzare luoghi cittadini. Storia dell’architettura italiana e contemporaneità devono contrapporsi, integrarsi, per trovare nuove soluzioni sociali e avveniristiche scelte architettoniche. La città ha bisogno di una partecipazione corale, la gente deve prendere parte attiva alla costruzione dell’area urbana. Ma rimangono solo le piazze i veri luoghi dai quali si dovrà ripartire, al fine di pensare un nuovo modo di fare architettura”.

Il degrado nelle periferie deve essere combattuto con forza per garantire una maggiore sicurezza sociale, specialmente nelle grandi metropoli. Non può essere soltanto una questione legata al degrado ambientale.

Roma non ha saputo far fronte“, commenta Stefano Pediconi, architetto specializzato in progettazione di centri benessere e hotel, “alle difficili situazioni sociali. La politica continua a mostrare quella mancanza di concretezza, di lontananza dalla gente costretta a vivere disagi ormai quotidianamente. Gli esempi di integrazione sociale a livello internazionale, da cui prendere spunto, non mancano. Nella città di Parigi il numero di stranieri, in proporzione alla popolazione, è molto elevato, ma la vita si svolge in piena sintonia, dove ognuno ha i suoi spazi e le sue abitudini. Con molto rispetto. Eppure, malgrado questa sintonia, ogni tanto qualcuno si rivolta e si registrano disordini. Il mio ultimo cantiere realizzato, particolarmente grande, era uno spaccato di questo tipo di società: ognuno con le proprie abitudini, la propria religione (lavoravo fianco a fianco durante il Ramadam), le proprie usanze. Una recente esperienza di lavoro mi ha portato a Dubai dove le classi sociali vivono a stretto contatto, ognuno felice della vita che svolge: tutte le persone hanno il lavoro, la loro vita, la loro zona dove socializzare. Sarebbe necessario ricordare alcuni valori fondamentali, laddove si parlava di res publica, di condivisione dei diritti e di governo come pater familias. Gli interessi del popolo italiano, come viene dimostrato tutti i giorni, purtroppo sembrano non collimare con quelli di chi è chiamato a governare e ad amministrare la Capitale“.

Il degrado delle periferie è stato sempre un problema sociale non opportunamente affrontato dalla politica con interventi ad hoc. E’ bene ricordare che siamo di fronte a una difficile situazione sociale non certamente legata alla stretta attualità o relativa alla presenza di migranti. La sua criticità sociale affonda le radici nel passato del Paese. Nei primi anni Novanta, a Milano, ben 24 anni fa, migliaia di lavoratori stranieri arrivarono nella metropoli. La casa, fra affitti troppo alti, sovraffollamento e discriminazioni, divenne ben presto un’assoluta emergenza. Per questo motivo, alcuni cittadini decisero di creare una valida alternativa costituendo una cooperativa di abitazione dal nome Dar Casa, riservata a tutti i cittadini, dai milanesi ai migranti, nessuno escluso. Fu un progetto che richiese tempo e denaro, pensiero e passione, tenacia e generosità, al fine di dare vita ai desideri di chi scappa dal proprio Paese, senza tralasciare la realizzazione dei sogni di chi lavora a una società più giusta. La cooperativa Dar Casa è attualmente una realtà sociale vincente capace di offrire a decine di famiglie, con i suoi 1.500 soci, gli oltre 200 appartamenti gestiti e le iniziative di accompagnamento per i nuovi inquilini, la possibilità di pagare un affitto equo, di costruire (o riunire) una famiglia, di trovare il proprio posto nella comunità e nel quartiere. A dar vita a questa iniziativa sociale riuscita con successo è stato Piero Basso (classe 1935), infaticabile tessitore di passioni civili e di relazioni umane. Piero Basso ha sempre speso gran parte del suo impegno politico e sociale per la sua città, Milano, senza tralasciare l’ambito della solidarietà internazionale. Nel 1990, con alcuni amici, comprese l’emergenza sociale derivante dall’integrazione culturale con gli stranieri e costituì la cooperativa DAR, di cui resta Presidente sino al 2005.

Per evitare il degrado delle periferie c’è una significativa mobilitazione sociale per trovare soluzioni opportune a livello nazionale. Il degrado delle periferie può essere combattuto soltanto mediante una corretta politica di integrazione, per agevolare un buon inserimento dei migranti nella società italiana.

«Nel territorio nazionale, la distribuzione delle associazioni di migranti ricalca quella degli immigrati nel loro complesso. Con 772 associazioni di migranti localizzate al proprio interno», si legge nel documento realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, tra febbraio e giugno 2014, dove c’è una mappatura delle associazioni di migranti attive sul territorio nazionale, distinte per collettività estera di riferimento, «il Nord Ovest ospita la quota più consistente (36,5%), precedendo nell’ordine il Nord Est (558, pari al 26,4), il Centro (471 e 22,3%), il Sud (199 e 9,4%) e le Isole (67 e 3,2%). La Lombardia, che da sola ne conta addirittura 496 (il 23,5% del totale nazionale), è la regione italiana in cui c’è il numero in assoluto più elevato, precedendo il Lazio (261, pari al 12,3% di tutte quelle presenti in Italia), l’Emilia-Romagna (228 e 10,8%) e il Piemonte (212 e 10,0%), che rappresentano le uniche regioni italiane che conteggiano al proprio interno più di 200 associazioni, coprendo oltre la metà del totale nazionale censito. Seguono il Veneto (177 e 8,4%), il Trentino-Alto Adige (120 e 5,7%, di cui 74 nella Provincia Autonoma di Trento e 46 in quella di Bolzano) e la Campania (105 e 5,0%), le quali completano il novero di regioni che contengono, ognuna, non meno di 100 associazioni di migranti e che, insieme alle prime, si spartiscono complessivamente i tre quarti di tutte quelle nel Paese. Ben 8 su 10 (79,3%) hanno, come finalità, quella di favorire l’integrazione dei migranti e circa i tre quarti (73,9%) di promuovere e favorire le culture d’origine di questi ultimi. Si tratta dei due scopi di gran lunga più diffusi e gli unici che riguardano assai più della metà delle associazioni in questione. Al di là delle specifiche modalità operative la finalità primaria riguarda l’armonizzazione delle differenze specifiche, di cui i migranti sono portatori, all’interno del contesto sociale di accoglimento, così da tutelare e promuovere la coesione sociale, ma senza neutralizzare o rinunciare agli specifici patrimoni culturali e identitari di riferimento, a favore di un “modello” di integrazione chiaramente interculturale. Tutto ciò rappresenta un segnale “dalla base” indubbiamente molto significativo, anche per quanti sono chiamati a elaborare politiche di integrazione a livello locale e nazionale».

 

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