venerdì, Maggio 14

Pericolo isola dei Lotofagi Al MIT di Boston si sta studiando un metodo per trasformare in positivi i brutti ricordi

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Potrebbe sembrare una buona notizia, ma, sinceramente, io vi ravviso un che di inquietante.

L’autorevole rivista scientifica Nature’ ha riportato i risultati di alcuni studi in corso al MIT  -Massachusetts Institute of Technology-  attraverso i quali «un team di neuroscienziati americani è riuscito a invertire le associazioni emotive legate ai ricordi. In pratica, quelli brutti sono stati trasformati in piacevoli».

Al momento, è tutta una questione di cavie animali (le tracce mnemoniche su topolini trattati con microscosse elettriche – il ricordo negativo – e la sensazione positiva della compagnia di una ‘Minnie’), ma la questione, a mio avviso, apre le porte ad un dibattito che non è proprio liscio come l’olio e che ha anche risvolti etici (e bioetici).

Nell’articolo, riportato sul ‘Corriere della Sera’ di ieri, con fonte ‘ADN Kronos Salute‘, si sottolineano i risvolti vantaggiosi della scoperta: «I risultati dimostrano che il circuito che collega l’ippocampo e l’amigdala gioca un ruolo cruciale nell’associazione di emozioni e memoria. E, al di là del destino degli amanti infelici, proprio questo «interruttore» potrebbe offrire un bersaglio per nuovi farmaci mirati a trattare il disturbo post-traumatico da stress e a superare violenti traumi, dicono i ricercatori. «In futuro, potremo essere in grado di sviluppare metodi che aiutino le persone a ricordare le memorie positive più di quelle negative», dice Susumu Tonegawa, direttore del Riken-Mit Center for Neural Circuit Genetics»

Certo, immagino i sopravvissuti da un campo di concentramento  -o dall’essere naufraghi in un barcone in balie delle onde del Mediterraneo-  soffrano di ferite, allo stato attuale delle neuroscienze, incancellabili; così come chi patisce gravi perdite o inanella cocenti delusioni (quelle serie, intendo…).

Il poter provocare un’amnesia controllata ammortizzerebbe tali shock consentendo che le ferite della mente si rimarginino fino a non lasciare traccia. In fondo, si tratterebbe di una chirurgia estetica dei ricordi.

Cambiamo i nostri lineamenti, stiriamo le rughe fino a ridurci a inespressivi soprammobili di porcellana, perché non rimodellare anche le profonde cicatrici della memoria?

Tutto ciò mi lascia scettica e al riguardo vorrei aprire un dibattito: siamo quel che siamo proprio grazie alla sequenza di ricordi e di esperienze che ci plasmano e ci fanno crescere (si presume).

Belli o brutti che siano… essi rappresentano il reagente della nostra interiorità per formarci   -e magari renderci più forti.

Mi aveva affascinato una frase di Friedrich Nietzsche (che assolutamente non è nella mia hit parade dei filosofi preferiti) che ha sostenuto che: «Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte».

In questo caso, le esperienze negative sono un catalizzatore di forza interiore, in chi le regge (naturalmente…).

Dunque, rivendico il diritto ai miei brutti ricordi: se io edulcoro le offese, il dolore, le delusioni procuratimi da qualcuno resto indifesa nei suoi confronti; può replicare all’infinito il suo agire devastante contro di me perché c’è sempre, metaforicamente, una gomma artificiale e misericordiosa  a sbianchettare il tutto.

La religione m’insegna a dimenticare le offese: ma una cosa è se le ammortizzo per una scelta spirituale, in nome di una fede; un’altra se mi arriva, tomo tomo, cacchio cacchio Mr Susumu Tonegawa a fare tabula rasa dei miei ricordi, addirittura edulcorandomeli.

Eppure, questa pare una sorta di aspirazione atavica dell’umanità: nel IX libro dell’Odissea, nel suo peregrinare mediterraneo, l’eroe Ulisse approda coi suoi compagni nell’isola dei Lotofagi.
Chi ha voluto ricostruire la mappa di viaggio del re di Itaca ha identificato il luogo nell’isola tunisina di Djerba, nel Golfo di Gabés, ovvero la più grande isola nordafricana.
Oggi sede di villaggi vacanzieri, all’epoca (suppergiù, 30 secoli fa) ospitava una popolazione, detta dei Lotofagi, in quanto si cibavano unicamente di un frutto, detto Loto (ma non è quello che conosciamo noi, bensì, pare, il giuggiolo di Barberia, che dà una bevanda inebriante). L’effetto di questa dieta monotona era che tutti coloro che l’adottavano perdevano completamente la memoria.
Odisseo, resosi conto di tale ‘effetto nutritivo collaterale’, si affrettò a sottrarre sé e i suoi compagni dal pericolo di abbandonarsi alla smemoratezza, altrimenti avrebbero perso di vista l’obiettivo di tornare in Patria.

Il pericolo che io ravviso in questa pratica neuroscientifica è proprio quello di incidere a tal punto sulla memoria da invertirne il polo, da negativo in positivo.

Volando alto verso la fantascienza, potrebbe esserci una oligarchia che, tramite queste sostanze che, per ora, dovrebbero servire per il disturbo post traumatico da stress, si riescano a cancellare le tracce persino di una presa di potere, tramutando la popolazione in un gregge belante di festosa umanità ipnotizzata dai ricordi col trucco.

Naturalmente, vado a toccare situazioni estremizzate e fantasiose. Anche se la storia c’insegna che la realtà ha nei secoli superato anche le più spericolate ipotesi.

E questo esperimento di manipolazione mnemonica mi appare gravido di pericoli. Una sorta di ennesima sostituzione al Massimo Fattore che potrebbe innescare la rincorsa all’Onnipotenza, costante che è stata il fil rouge della storia del mondo, dalla Genesi in poi.

Ho sempre pensato che, se Adamo ed Eva fossero stati carnivori e non vegetariani, avrebbero mangiato quel noioso di serpente  -ed Eva ci avrebbe ricavato anche una graziosa borsetta-  e non l’apparentemente innocua mela.

Questa boutade sta a significare che l’ansia di conoscenza (che, ve lo scordate Icaro?) è sempre stata la molla positiva e il pungolo negativo del genere umano, eternamente pronto a lanciarsi in un’esplorazione oltre le colonne d’Ercole, ignorando tutte le targhe dell’ ‘Hic sunt leones’.

O a diventare preda di leoni che potrebbero persino manipolarne la memoria per assicurarsi il potere.

D’altronde, la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici c’insegna che non serve questa stratosferica scoperta del MIT perché gli esseri umani, alleviata la prima sofferenza o la prima impressione negativa, mettano in piedi situazioni-fotocopia.

La più lampante dimostrazione di ciò è il replay infinito delle guerre, fin dai tempi in cui ‘infiniti lutti addusse agli Achei’ (with courtesy Mr Omero…). Le ricordiamo, sentiamo la risonanza emotiva di tali sofferenze ma ciò non ci sottrae dalla replica acritica di situazioni dolorose.

Ho manifestato le mie perplessità sull’Ice Bucket Challenge, specie in merito alla sua trasformazione di appello alla donazione (seguito da una ‘vera’ donazione) ad un fenomeno di semplice esibizionismo senza un fund raising equivalente al beneficio di immagine ricavato ed una sensibilizzazione reale sulla patologia della SLA.

Mi ha colpito profondamente, invece, come questo gesto sia stato replicato per coinvolgere l’opinione pubblica sulla tragedia della popolazione civile di Gaza e del suo quotidiano che, quando non è stato intessuto di morte e di ferimenti, comunque ha incrociato lunghi periodi in cui… piovevano pietre.

Leggo su ‘AGI‘ di qualche giorno fa (nel frattempo è ‘scoppiata’ la tregua): «L’acqua a Gaza scarseggia ma le macerie non mancano, dopo 50 giorni di raid israeliani. Così, ispirandosi al ‘tormentone’ del momento per raccogliere fondi a favore della ricerca sulla Sla, un giornalista palestinese ha deciso di lanciare la ‘Rubble Bucket Challenge’: secchiate di detriti sulla testa per richiamare l’attenzione mondiale sul dramma che sta vivendo la popolazione dell’enclave palestinese, da quasi due mesi sotto i bombardamenti israeliani. Il meccanismo e’ lo stesso, una secchiata di macerie sulla testa e un nominato da indicare per perpetuare la catena. A lanciare la campagna(…) e’ stato sabato scorso il giornalista Ayman al-Aloul, riferisce il Telegraph, dopo aver visto un video realizzato dal comico giordano Mahmoud Darwazeh il giorno precedente. “Mi piaceva l’idea dell’ice bucket challenge cosi’ ho deciso di inventare la versione palestinese”, ha spiegato Aloul in un video su YouTube in cui appare tra le rovine di edifici di Gaza».

Una maniera di ricordare… sempre che, in un futuro prossimo o lontano, la popolazione di Gaza non costituisca la cavia umana della seconda fase della ricerca del MIT

       

 

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