giovedì, Ottobre 21

Perdere la bussola dei valori field_506ffb1d3dbe2

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La valanga di fattacci e malversazioni che si riversa su di noi quotidianamente ha provocato un curioso fenomeno: la nostra memoria si sta sempre di più indebolendo, rafforzandosi quelle artificiali, da richiamare solo in caso di bisogno, tenendosi la testa più sgombra. Per cui, ruminiamo ogni giorno nefandezze, per essere sopraffatti l’indomani da altrettante brutture, in un ciclo incessante di rospi inghiottiti a viva forza e ammassiamo nel virtuale  on demand il resto.

Il perenne rinnovarsi dell’indignazione, causato dalla spirale di corruttele in cui ci troviamo immersi, ci fa perdere le dimensioni di un passato (prossimo e remoto) che è altrettanto deprecabile. Anzi, sul passato prossimo c’è chi, obnubilato dai sismi nei valori avvenuti in epoche a noi più vicine, resta assolutamente ignaro di quanto avvenne settant’anni fa o giù di lì, quando l’Italia sia incatenò mani e piedi ad una dittatura e si autosomministrò l’olio di ricino.

Un’occasione per rinverdire quell’atmosfera… nera l’ho avuta leggendo un libro che appicca il fuoco della discussione, ‘Diario Proibito – L’Aquila anni Quaranta’ di Mario Fratti. Apparentemente, potrebbe sembrare autobiografico e, dunque, l’Autore mostrarsi come una sentina di nefandezze, gregario di un gerarca in prima linea per soverchierie. Ma il mite, dolce Mario Fratti, commediografo di fama mondiale ed ormai da 50 anni sugli allori a Broadway, non saprebbe macchiarsi di quelle colpe che il ‘protagonista – io narrante’ porta impresse nella coscienza (non ne avrebbe avuto neanche l’età, visto che, all’epoca degli eventi narrati, era un’adolescente). Da bravo uomo di scrittura, però, sa immaginare il male, anche se non lo pratica: la banalità del male. In realtà si tratta della sua prima ed unica opera narrativa, venuta davvero alla luce da una vecchia valigia, dopo vari decenni ed un viaggio trans oceanico rispetto al ‘luogo di concepimento’ ovvero Venezia, città dove Fratti si laureò alla fine degli anni ‘40.  

Il libro contiene il racconto del volto crudo della dittatura… il narratore, infatti, all’epoca dell’estensione del testo si era documentato sulla pubblicistica al riguardo, ma, per unità dell’azione, concentrò fatti avvenuti in molte parti d’Italia a L’Aquila, la sua città natale. In realtà, L’Aquila fu meno che altrove colpita dalle nefandezze del regime, ma questa L’Aquila iperuranea che lui ci presenta magnetizza il male d’Italia (come quella contemporanea fa vedere le piaghe della corruzione post sismica… è di ieri la notizia delle indagini su presunte mazzette ai politici ed ai burocrati). Il coming out che l’ex tenentino protagonista del romanzo, al servizio di un maggiore violento e spietato, particolarmente misogino, fa al suo quaderno è una specie di terapia che egli adotta, una volta finita la guerra, per occupare il tempo di una noiosa malattia, quando, a Venezia, preda di una coazione a ripetere, è di nuovo un gregario, un misero travet d’ufficio.

E, dunque, il ricordo crudo e senza anestesia sembra quasi una sorta di vitaminizzante della sua identità, altrimenti assolutamente insignificante. Pregevole anche l’introduzione di Mario Avagliano, fra i più fervidi e documentati studiosi di quelle epoche buie, che ha valorizzato il fine pedagogico dell’opera, perché, quasi in una metaforica staffetta, la parola ‘proibito’ non è solo riferito ai contenuti scottanti del quaderno polveroso, bensì anche al ‘verboten‘ di ricadere negli stessi errori, quelli di generare una dittatura – garrota per il popolo.

I valori della libertà – è il messaggio del libro di Fratti – sono non contrattabili, inalienabili. Quegli stessi valori che, nell’appendice del volume, sono propugnati dall’eroico gesto dei ‘Nove martiri’ de’ L’Aquila, di cui narra l’atto unico di Mario Fratti, da lui scritto di getto subito dopo il sisma del 2009.

Un testo che completa il romanzo, come il positivo lo fa col negativo, in un appello sentito e sincero a preservare, soprattutto, i valori che, dal sangue dei martiri (e non solo quelli de’ L’Aquila), hanno generato la nascita dell’Italia repubblicana.

 

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