venerdì, Ottobre 15

Perché scrivo poco di Teatro true

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Un mio amico, nei giorni scorsi mi pose un pregevole quesito al quale non fui in grado di dare risposta sul momento. La domanda era “Ma tu, riesci a non pensare niente?”. Non mi avvidi immediatamente della contraddizione in termini che era insita nella domanda, per come era stata posta. Ciò nondimeno, la questione ha continuato a lavorare in me. Tagliando la “testa al toro”, senza avventurarmi in ipotesi che potrebbero risultare, come nient’altro che suggestioni da bar dello Sport, ritengo di poter affermare, almeno per quanto mi riguarda, che si “pensa” sempre e comunque. Nonostante le nostre forze e le nostre volontà, talvolta a dispetto di esse.

Quella del “pensare”, è una coazione a ripetere, forte quanto quella del quotidiano tentativo di sopravvivere. Proprio, partendo dal presupposto, dell’esistenza di questo incessante lavorio, che aziona la nostra mente, mi sono reso conto della enorme quantità di “aereoplanini di carta” o “macigni”, a seconda dei casi, che volteggiano con rapidità ineguagliabile, o con fare ossessivo nelle nostre teste. Mettere ordine in questo stormire, non è molto semplice. Più che a un criterio di “ordine”, il soffermarsi in maniera compiuta, sui singoli elementi di questo permanente fruscio,  rispondono a necessità, dettate da  criteri di urgenze, che diventan priorità cui in qualche modo bisogna fare fronte.

A proposito di questo, da tempo mi frullavano in modo estremamente disordinate in testa, delle frammentarie considerazioni, sulla mia collaborazione con la “testata”, e gli argomenti e  articoli che ad essa proponevo per la pubblicazione. Non so quanti ne avrò scritti finora, una quarantina o giù di lì penso. Di questi, di argomento strettamente teatrale cinque o sei. E il Teatro, è il settore nel quale ho agito, come attore, fondatore di Compagnia, con attività pluridecennale alle spalle svolta in Italia e nelle svariate tournée, e Festival esteri cui ha partecipato. Il mio più che decennale impegno come Amministratore di Teatro pubblico, in organismi di prima grandezza quali il disciolto Ente Teatrale Italiano, e il Teatro di Roma, universalmente noto come Teatro Argentina. L’incrociarsi di queste considerazioni con i fatti, che evidenziano, a una prima lettura,  un disincanto per mancanza di fascinazione, nei miei confronti del Teatro che si fa oggi, è una verità con la quale devo fare i conti. E purtroppo per i teatranti, non sono certo il solo da appassionato e quantomeno coinvolto in fatti scenici da lunga “pezza”, che deve fare questi conti.

Gli stimoli che avverto rispetto a ciò che viene proposto, per non parlare il più delle volte del “come” viene proposto trovo che sia francamente disarmante. Intendiamoci, la frattura che vivo con le “estetiche” le “tematiche” orientate in modo così pervicace, senza accettabili percorsi alternativi risulta essere veramente imbarazzante. Ho l’impressione che questo disagio nasca dal profondo sentire che in tempi lontani, mi aveva indotto, a impegnarmi in Teatro, vivendolo come esperienza totalizzante. I tempi pratici della vita di ognuno di noi, e i “linguaggi” non solo quelli artistici, sono nel loro insieme ipotecati, deformati dagli assetti dettati dalla informatica e la tecnologia ad alta definizione. In questo panorama la cosa certa e ineludibile è che se esiste una cosa più distante, dalle compulsioni dell’universo tecnologico, quello è il Teatro.

Il Teatro è, forse uno degli ultimi baluardi di espressione artistica, dove l’apporto dell’essere umano è centrale e insostituibile. Per il semplice fatto che se così non fosse, sarebbe un’altra cosa. Magari pregevole, ma certo non si potrebbe parlare di Teatro. Non a caso viene tecnicamente definito  anche “Spettacolo dal vivo”. Prima di essere Arte, il Teatro è per chi lo fa,  un luogo e una disciplina di alto artigianato. Non a caso, avendo consapevolezza dei termini che si usano, per lunghi periodi, hanno avuto vita i “Laboratori teatrali”.  Ma per fare Arte o artigianato, bisogna avere la fortuna di poter frequentare dei Maestri. E non è, solo una questione come si suole dire di rubare il mestiere, è proprio il fatto di vivere gli orizzonti di progettualità specifiche. Per quanto riguardo il Teatro, la generazione dei Maestri per cause facilmente intuibili, si è andata via via esaurendo. Penso agli Orazio Costa, Giorgio Strehler, Alessandro Fersen (che fu il mio Maestro), solo per citare i più rappresentativi.  Oppure tutto quello che  si imparava, e che si poteva imparare solo lì, stando in “quinta”, da giovane attore, a seguire con febbrile attenzione l’esibizione del primo attore. Ma anche questi riferimenti si vanno sempre più affievolendo, e i giovani quando ne hanno l’opportunità, neanche ne colgono il valore e il privilegio, frastornati come sono dalle aspirazioni a partecipare a Fiction televisive, o a qualche film di cassetta.

Questo è solo un superficiale accenno, alle carenze strutturali e di consapevolezza degli interpreti. E già mina fortemente il risultato finale di un’allestimento. Se poi diamo uno  sguardo alla Drammaturgia nazionale contemporanea, il respiro mostra il fiato corto, senza la minima grandezza. Più o meno, percorrono tutti il viale (sarà forse quello del tramonto?) del politicamente corretto come esigono certe liturgie d’ogni epoca dei teatranti con i potenti del momento. Pare che compito del Teatro sia diventato prevalentemente quello di dare fiato all’evoluzione dei costumi omosessuali  nella società, o delle dolorose tematiche dell’integrazione dei migranti. In tutto ciò, vi è sicuramente un’avvertita coscienza sociale, sintonizzata su alcune abrasive tematiche della contemporaneità. Ma proprio qui stà il punto, il Teatro, se non da, o almeno tenta di dare, emozioni sui valori permanenti dell’uomo, le sue insicurezze e le sue angosce, come ci insegnano le strutture narrative dei grandi classici, annega nella contemporaneità. Per parlare di essa molto più compiutamente, e con mezzi nettamente superiori, c’è già tutto l’arsenale della “informazione”. Il Teatro, deve ritrovare la sua anima, la sua peculiare funzione. Rendersi necessario e infungibile. Ma per arrivare a questo, per primi devono crederci i teatranti stessi. Io per primo, ma visti i presupposti, faccio molta, ma molta fatica.   

 

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