sabato, Luglio 31

Perché Roma, un piccolo emporio di pastori, divenne una potenza mondiale Di insediamenti come quello di Roma il mondo antico era ricco, ma perché proprio quello finì per prevalere? La risposta è da ricercarsi forse nell’indole del popolo e la natura del territorio

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Una premessa è d’obbligo. In un breve articolo non si può raccontare la storia dell’ascesa di Roma, ma si può solo accennare ad alcune dinamiche che hanno governato questo processo.

Contrariamente a quanto avviene di solito, ci soffermeremo quindi quasi esclusivamente sulla Monarchia e sulla Repubblica, accennando appena all’Impero e alla sua decadenza.

La storia di Roma, fondata da Romolo nel 753 a.C., è certamente avvincente. Come fu infatti possibile che un piccolo agglomerato commerciale, un emporio, sorto vicino ad un fiume, il Tevere, che qualche decina di chilometri dopo sarebbe confluito nel Mar Tirreno, divenne la più grande potenza del mondo antico?

Il perimetro di Roma, la civitas quadrata, fu edificata da Romolo sul Palatino uno dei sette colli insieme ad Aventino, Campidoglio, Quirinale, Viminale, Esquilino e Celio. Questi colli erano sede di protovillaggi di cui il più importante, oltre il Palatino, era il Quirinale abitato dai Sabini dopo il ratto delle loro donne e l’imposizione del loro re Tito Tazio insieme a Romolo.

Il punto focale era costituito dall’Isola Tiberina che era una sorta di guado del Tevere, tra la riva etrusca e quella latina. Poco più avanti, verso la foce, c’era un altro guado naturale in una zona paludosa.

Vicino ad essa sorgeva il foro Boario, il mercato del bestiame, dove si incontravano sabini, latini, etruschi, fenici e greci. In seguito il foro si sviluppò in un vero ‘emporio’ o mercato la cui floridezza attirò l’interesse dei popoli vicini.

Roma si trovava alla confluenza di due direttrici: la nord –  sud tra etruschi e greci e la est – ovest tra sabini e romani. La prima portava materie prime minerarie ai greci che le restituivano lavorate. Sulla seconda transitava invece il sale dalla foce del Tevere verso l’Italia centrale.

La nativa Roma era costituita da tre tribù i cui membri formavano il senato che a sua volta eleggeva un re.

I primi quattro sono stati latino – sabini: Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio per poi passare a quelli etruschi e cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo (509 a.C.). Una volta finita la fase monarchica, durata 244 anni, Roma divenne una Repubblica dal 509 a.C. al 27 a.C., durata 482 anni e governata per un anno da due consoli. La fine della Repubblica avvenne con la nomina ad imperatore di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto nel 27 a.C. durante il suo consolato che ottenne i pieni poteri nel 12 a.C. con la carica di Pontefice Massimo.

La fase imperiale occidentale durò fino al 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo da parte dell’erulo Odoacre, per un totale di 503 anni.

Dunque abbiamo tre fasi, la monarchica (244 anni), la repubblicana (482 anni) e l’imperiale (503 anni) per un totale di 1229 anni fino alla caduta dell’impero romano d’Occidente.

Ma torniamo alle origini.

Di insediamenti come quello di Roma il mondo antico era ricco, ma perché proprio quello finì per prevalere? La risposta è da ricercarsi forse nell’indole del popolo e la natura del territorio.

I romani erano rudi pastori ed agricoltori molto pratici, abituati a lottare contro gli elementi naturali avversi. Un popolo di costruttori avvezzi a cavarsela ogni giorno in condizioni difficili. Col tempo Roma sviluppò una raffinata ingegneria idraulica ed edile che ancora dà segni di efficienza, dopo quasi tremila anni. Le reti stradali romane sono ancora utilizzate in tutta Europa.

A questa natura pragmatica del popolo romano si deve poi aggiungere una grande disposizione alla guerra. Era un popolo che cercava di espandersi con la forza quando poteva e con la diplomazia quando non poteva.

Inoltre Roma sorgeva in una posizione invidiabile: distesa sulla pianura fertilissima –grazie alle ceneri vulcaniche dei colli Albani-, bagnata da un grande fiume e in prossimità del mare, al confine di due grandi civiltà, gli etruschi a nord e i greci a sud.

Prima furono soggiogate le popolazioni vicine, come gli antichilatini stanziati negli attuali castelli romani.

Alba Longa fu sconfitta dai romani nella celebre disfida avvenuta nel VII sec. A.C. tra i fratelli Orazi (romani) e i Curiazi (albani) e i suoi abitanti deportati sul Celio. In seguito, nel 396 a.C., Roma attaccò e vinse i popoli vicini tra cui gli etruschi –anche se le tensioni si protrassero fino all’epoca tardo repubblicana- di cui conquistò con Furio Camillo la città di Veio e poi i Sanniti che sconfisse in tre guerre iniziate nel 354 a.C. e conclusesi nel 290 a. C. che videro anche l’episodio delle forche caudine nel 321 a. C.

Il primo vero grande conflitto internazionale che Roma dovette affrontare fu quello delle guerre puniche (264 -146 a.C.). Si trattava dell’egemonia commerciale sul Mediterraneo e Roma soffriva i traffici dei cartaginesi. Con la vittoria su Cartagine e Annibale Roma divenne una potenza di prima grandezza e poté far prosperare i propri commerci aumentando in ricchezza e strutturandosi adeguatamente a livello legislativo e politico.

Sul piano interno la riforma dei fratelli Gracchi, Tiberio e Gaio, del 133 e 123 a.C. riportò armonia tra le classi sociali, ma pose le basi del futuro avvento di una ‘monarchia militare’ con Silla il restauratore del potere del Senato e poi con Pompeo, per giungere a compimento con Cesare (100 – 44 a.C.). Il primo imperatore fu Ottaviano Augusto (63 a.C. – 19 d.C.).

Nel periodo tardo repubblicano ed imperiale seguirono vittorie e conquiste in tutto il bacino del mediterraneo consolidandosi ed espandendosi fino alla Francia (Gallia), alla Spagna, al Portogallo (Lusitania), all’Inghilterra (Britannia), ad una parte della Germania, all’Ungheria (Pannonia), alla Romania (Dacia) e Bulgaria (Tracia), alla Turchia, alla Siria, all’Egitto, alla Palestina, alla Mesopotamia ed anche alla Grecia, verso cui i romani provavano indubbiamente un senso di inferiorità culturale.

Gli imperatori romani gestirono un grandissimo territorio ed un grandissimo potere, imponendo tasse e tributi.

Con Traiano (53 – 117 d.C.) l’impero raggiunse la sua massima estensione (circa 5.000.000 di kmq) ma, contemporaneamente, si cominciarono a mostrare i primi segnali del futuro decadenza.

Roma era vasta, grande, ricca e potente, ma i romani non erano più gli stessi. Quella vigoria e quella forza che erano segno distintivo di quei primi gagliardi pastori guerrieri venne meno.

Le mollezze dell’agio e la decadenza dei costumi si insinuarono nei gangli dell’impero.

Imperatori sempre più bizzarri, eccentrici e dissoluti preso il posto dei virtuosi padri repubblicani. L’esercito era stato appaltato aibarbari, il senato non aveva più un ruolo, e soprattutto orde bellicose premevano ai confini nord – orientali. I popoli germanici infine dilagarono in Italia sfondando i confini. Orde di Visigoti guidate da Alarico I attaccarono Roma e la saccheggiarono nel 410 d.C.

Spesso i loro capi erano stati generali romani, mercenari assoldati da imbelli imperatori decadenti.

L’altro elemento determinante per la fine dell’Impero va cercato nel Cristianesimo. Una filosofia pacifista, in profondo contrasto con tutti i valori antichi che attecchì rapidamente nel popolino e tra gli schiavi minando alle basi i valori romani originari. La classe dirigente, gli imperatori, capirono presto che conveniva allearsi con i cristiani e non combatterli. E con Costantino nel 313 d.C. la religione cristiana fu permessa e poco dopo divenne quellaufficiale dell’impero.

La nuova religione era particolarmente pericolosa per la stabilità dell’Impero: predicava l’uguaglianza, la povertà, il perdono, la sopportazione. Un ottimo miscuglio per tenere a bada le ribellioni popolari e per controllare finemente i meccanismi del consenso.

Dunque la rilassatezza dei costumi, il cristianesimo e i barbari sono indicabili tra le principali cause del decadimento e del crollo dell’impero romano, avvenuto formalmente con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo.

Questa traiettoria è stata diversa da quella greca o quella persiana o quella egiziana. Certamente il venire meno dei valori e delle virtù repubblicane sono il segno distintivo del decadimento di Roma, segni che, si badi bene, si mostrarono già prima dell’effettivo decadimento istituzionale.

La fase imperiale, necessaria a sostenere l’espansionismo, già conteneva in sé i semi della fine sotto forma di ingestibili bizzarrie degli imperatori –vedi Caligola- non più adeguatamente controllate dal potere senatoriale. Culti orientali, cristianesimo, infiltrazione dell’esercito con i barbari e un generale illanguidimento dei costumi e della vigoria originaria furono le cause della caduta o meglio della trasformazione, se vogliamo poi vedere la gestione del potere temporale papale come una continuazione della tradizione di Roma.

Parimenti ci si potrebbe chiedere quali sono i motivi per cui invece un popolo non solo non si sviluppa, ma la sua civiltà sparisce. È il caso della quella etrusca che dominava l’Italia centro – settentrionale ben prima di Roma ed era ad essa contigua territorialmente.

Anzi, abbiamo visto che proprio gli ultimi re romani furono etruschi. Eppure Roma prese il sopravvento. Piccole differenze dalle condizioni iniziali che hanno però condotto ad una grande differenza finale; un caso di un modello non lineare che deve far riflettere gli studiosi sistemici.

Il suo esercito, articolato sulle legioni, governò il mondo per millenni. Una fine organizzazione logistica supportò la struttura militare di Roma insieme ad una vasta burocrazia amministrativa. Le strade costruite permisero rapidi collegamenti quando ancora gli altri popoli vivevano nella polvere. Il diritto romano illuminò il mondo e i diritti moderni ancora si basano su di esso.

Roma ebbe pochi artisti e filosofi, rispetto alla vicina civiltà greca che invece scontò la sua struttura conflittuale delle ‘città stato’, le polis, che vennero superate solo in un guizzo improvviso che illuminò il mondo con Alessandro Magno (356 – 323 a.C.) che guarda caso era un ‘re pastore’, seppur allevato dal massimo filosofo del tempo, Aristotele.

In conclusione resta la meraviglia per questo piccolo emporio sul Tevere che arrivò ad essere la più grande potenza del mondo.

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Sull'autore

Giornalista professionista e scrittore. Laureato in Fisica. E’ stato anche deputato della Repubblica.

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