sabato, Ottobre 16

Perché Mosca teme la sfida energetica del Mar Caspio

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Nel corso degli ultimi dodici mesi, tre avvenimenti sono andati a modificare sensibilmente gli equilibri di forza vigenti sulle rive del Mar Caspio, bacino incastonato tra Russia, Kazakhstan, Iran, Turkmenistan e Azerbaijan, le cui riserve di idrocarburi vengono stimate in 235 miliardi di barili di greggio (quasi un quarto dell’intero Medio Oriente) e oltre 9 trilioni di metri cubi di gas.

Dapprima la guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni tra Russia ed UE hanno rafforzato non poco lo schieramento trasversale di coloro i quali, a Bruxelles come nelle capitali dell’Unione, ritengono ormai giunto il momento di tagliare il cordone ombelicale con le forniture di gas russe. Poi il costante calo del PIL cinese ha cominciato a farsi sentire anche sull’import energetico, tanto da spingere il Turkmenistan, uno dei principali fornitori di Pechino, a guardare all’Europa come nuovo redditizio mercato su cui vendere il proprio gas. Infine, l’accordo sul nucleare ha sciolto Teheran dalle sanzioni economiche, tanto che ora anche l’Iran punta a vendere il suo gas nel Vecchio Continente e guarda con interesse al Corridoio Meridionale (Southern Gas Corridor), la ciclopica opera che dal 2020, tramite i gasdotti trans-anatolico TANAP e trans-adriatico TAP, trasporterà il gas dell’Azerbaijan fino in Puglia, nel Salento, da dove la nostra SNAM Rete Gas (che nei prossimi mesi acquisirà quote dello stesso progetto TAP) provvederà poi a distribuirlo in Italia e in Europa.

Proprio l’Azerbaijan, azionista di maggioranza del Southern Gas Corridor e alleato di ferro della Turchia, è il fulcro di questo nuovo asse strategico della Sponda Sud del Mar Caspio: ad agosto tra i Governi di Baku e Teheran si sono tenuti dei primi colloqui sul ruolo di tramite che il gasdotto potrà avere riguardo all’export iraniano diretto a Occidente, mentre con il dirimpettaio Turkmenistan (altro Paese su cui l’ascendente di Ankara è forte), gli azeri stanno già progettando la costruzione sotto il Mar Caspio del Trans-Caspian Pipeline (TCP), un gasdotto in grado di allacciare entro il 2019 gli enormi giacimenti situati nelle province orientali turkmene al Corridoio Meridionale.

Queste manovre intorno al Southern Gas Corridor non possono piacere però alla Russia, che teme contraccolpi per il granitico monopolio di Gazprom sulle forniture energetiche all’Europa, peraltro già in calo nell’ultimo biennio. Se fino a ieri la concorrenza del solo gas azero poteva giusto infastidire il colosso energetico russo, il possibile arrivo sul mercato europeo di quello dal Turkmenistan e dall’Iran rischia seriamente di sfilare di mano ai russi la clava energetica con la quale hanno costruito gli ultimi dieci anni di rapporti, non sempre idilliaci e alla pari, con l’UE.

Proprio in virtù di questi non facili trascorsi con Mosca, la costruzione del Southern Gas Corridor gode dell’ appoggio politico dell’Unione Europea, che lo ritiene il degno successore di Nabucco, il gasdotto progettato per garantire una prima diversificazione delle forniture energetiche, poi abbandonato per gli eccessivi costi di realizzazione. A conferma di ciò, basta solo ricordare che il TAP (ovvero la parte del Corridoio Meridionale che attraverserà i territori comunitari) non è stato bloccato dalle norme antitrust previste dal Terzo Pacchetto Energia, che proibiscono ad una compagnia energetica di essere contemporaneamente proprietario e gestore di una infrastruttura energetica: Bruxelles ha già concesso in tal senso una deroga alla SOCAR, la compagnia energetica di Stato dell’Azerbaijan azionista di maggioranza del TAP, dopo aver rifiutato lo stesso trattamento di favore alla Gazprom per il suo gasdotto South Stream.

Questa presa di posizione da parte dell’Ue preoccupa il Cremlino, che con l’apertura del Southern Gas Corridor potrebbe veder mutare gli equilibri del mercato energetico europeo a proprio netto svantaggio. Il condizionale è d’obbligo, perchè il Corridoio Meridionale nasce essenzialmente come infrastruttura voluta dal governo dell’Azerbaijan per il trasporto del proprio gas dai giacimenti del Mar Caspio all’Europa: ciò significa che, dopo il taglio del nastro inaugurale, nell’hub italiano di San Foca (vicino Lecce) potranno arrivare ogni anno appena 10 miliardi di metri cubi di gas. Considerate le riserve disponibili, si tratta di un quantitativo che pone inevitabilmente la questione dell’inadeguatezza di TAP e TANAP a soddisfare la domanda europea.

Un’inadeguatezza ancor più evidente, se paragonata alla capacità di trasporto da 63 miliardi di metri cubi annui di gas di Turkish Stream, il gasdotto diretto in Europa via Turchia che la Russia aveva in programma di costruire in sostituzione di South Stream. Ipotizzato giusto un anno fa quando i rapporti tra Putin ed Erdogan erano ancora cordiali, Turkish Stream è rimasto per ora sulla carta e ad oggi, visto il gelo sulle relazioni Mosca-Ankara calato dopo l’abbattimento del bombardiere Su-24 russo ad opera dell’aviazione turca, è difficile fare previsioni sulla sua futura entrata in servizio.

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