lunedì, Settembre 20

Perchè Mogherini non può essere Lady PESC L’Italia non molla l’osso su la PESC a Mogherini, ma la pagella del Ministro è pessima: eccola

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 Federica Mogherini

Altro che agosto in pareo. E’ un’estate di lotta all’ultima poltrona in Europa. Dove l’unico biglietto staccato dai capi di Stato e di Governo dell’Unione è quello per recarsi in visita da amici e colleghi all’estero alla ricerca di endorsement per i propri candidati.

La partita si gioca anche per Matteo Renzi. Il quale ha deciso che nel nuovo Cencelli europeo all’Italia dovrà spettare una delle cinque poltrone di prestigio delle istituzioni UE. Ambizione coraggiosa dal momento che con Mario Draghi alla Banca Centrale, il nostro Paese è uno dei pochi a doversi ritenere automaticamente fuori dai giochi dei ‘top jobs’ ancora scoperti: la presidenza del Consiglio europeo, l’Eurogruppo, il posto di Alto Rappresentante per la Politica Estera e un portafoglio di prestigio come gli Affari economici.

Sulla ripartizione delle euronomine le scuole di pensiero si dividono. Ci sono i rigidi osservatori della consuetudine comunitaria, per cui vige la regola di ‘un Paese una poltrona’ -posizione maggioritaria e certamente anche la più consolidata. E ci sono i fautori di una logica più politica delle assegnazioni, secondo la quale ai vertici delle istituzioni dovrebbe essere garantito un posto di rilievo anche per il Paese-partito che ha ottenuto il miglior successo alle elezioni di maggio. Posizione, quest’ultima, promossa dal nostro ‘Mr 40%’, così come è stato  scherzosamente soprannominato Matteo Renzi dalla Cancelliera Angela Merkel.

Precise regole scritte esistono, ma solo per l’indicazione del Presidente della Commissione europea: il lussemburghese Jean-Claude Juncker è stato designato a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo, che ha tenuto conto -come espressamente indicato dall’articolo 17 del Trattato di Lisbona- del miglior risultato ottenuto dalla famiglia dei Popolari alle elezioni del Parlamento europeo. Per le restanti nomine il Trattato manca di precise indicazioni. Il che complica un po’ gli incastri. A maggior ragione quando il risultato restituito dalle urne non porta ad una vittoria così schiacciante da parte di un partito: solo 30 i seggi di differenza tra i popolari ed i socialisti. Le ultime elezioni di maggio, infatti, hanno assegnato 221 seggi al PPE, 191 all’ S&D e 70 ai conservatori e riformisti (ECR).

Un esito inaspettato che ha portato anche Bruxelles sulla strada delle larghe intese. I nomi di Juncker a palazzo Berlaymont e Martin Schulz all’Europarlamento sono stati il primo banco di prova dell’accordo obbligatorio PPE-S&D. E fin qui, quando è il Trattato a dare la linea, non occorrono particolari energie per incastrare il puzzle.

I giochi hanno cominciato ad incagliarsi nel momento in cui gli Stati della ‘vecchia Europa’  a dispetto delle ‘new entry’ hanno iniziato a far valere il proprio peso all’interno dell’Unione. Così come ha fatto la Germania rivendicando la conferma del portafoglio energia per Guenther Oettinger. La Francia che preme con insistenza per il posto di super Commissario agli Affari economici per l’ex Ministro delle Finanze Pierre Moscovici. Il Premier britannico David Cameron che in cambio di un appeasement con Juncker avrebbe chiesto la delega al commercio per Lord Hill, al momento preferito all`euroscettico Andrew  Lansley.

Tutti nomi di peso. Se non fosse che il neo Presidente della Commissione ha chiesto ai Paesi membri di rispettare la soglia del 40% di candidature femminili. Il che vuol dire almeno nove posti in gonnella nel nuovo Esecutivo.

Al momento i nomi designati sono quelli della ceca Vera Jourova, della bulgara Kristalina Georgieva, della svedese Cecilia Malmstrom, attuale Commissario agli Affari interni, e della slovena Alenka Bratusek. Altre quote rosa potrebbero arrivare dal Belgio con l`eurodeputata Marianne Thyssen. Dalla Danimarca con l’attuale Premier Helle Thorning-Schmidt da sempre data come possibile successore di Herman Van Rompuy. E infine anche dall’Italia.

Federica Mogherini è, infatti, la candidata ufficiale del governo italiano per il posto di Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC)  -ovvero il Ministro degli Esteri dell’Unione. Un nome ritenuto «inadeguato» da una dozzina di leader europei -maggiormente di provenienza nord-est- e finito sotto la lente critica delle principali testate straniere. Dopo il ‘Financial Times’ ed il ‘Wall Street Journal’ anche ‘The Economist’ qualche giorno fa ha sparato una nuova bordata contro il capo della Farnesina. L’invito fatto da tutti all’Italia è quello di «presentare un candidato migliore e più esperto».

A prestare il fianco a queste critiche è il magro curriculum del Ministro italiano, della quale età (classe ’73) e sesso sono gli unici elementi a favore. Ma a parlar chiaro è la sua pagina in inglese del suo profilo su Wikipedia. Solo tre righe in cui si dice che «è un politico italiano e attuale Ministro degli Esteri. Ha ricevuto l’incarico dal Premier Matteo Renzi il 22 febbraio del 2014. E’ la terza donna ad essere stata Ministro degli Esteri dopo Emma Bonino e Susanna Agnelli. Il Ministro si è laureata in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza di Roma con una tesi in filosofia politica». Punto.  Le referenze si fermano qui.

Un po’ poco per un candidato che ambisce a coordinare la politica estera di 28 Paesi e che dovrebbe occuparsi di dossier sensibili come quelli che spaziano dal terrorismo alla sicurezza dei cittadini europei.

Il confronto con le potenziali competitor desta ancora più imbarazzo. Sempre su Wikipedia questa la sintesi della bulgara Kristalina Georgieva: economista e politica, oggi Commissario per la Cooperazione e gli Aiuti Umanitari. Con un dottorato all’Università di Sofia e incarichi accademici in molte università del mondo tra cui il Massachusetts Institute of Technology, l’università di Yale, Harvard e la London School of Economics. La Georgieva, infine, ha lavorato anche presso la Banca mondiale, prima come economista, poi come rappresentante in Russia e infine a Washington come direttrice delle strategie e delle azioni per lo sviluppo sostenibile e vicepresidente della stessa Organizzazione.

Nulla da obiettare anche nella corposa e approfondita biografia della francese Elisabeth Guigou. Già collaboratrice del Presidente francese Francois Mitterand, la Guigou è già negli anni ’90 Ministro delegato presso il Ministero degli Affari Esteri, con l’incarico degli Affari Europei nel secondo Governo Rocard, nel Governo Cresson e nel Governo Bérégovoy. Nel 1997 diventa Guardasigilli del Governo Jospin. Poi nel 2000 passa al portafoglio Lavoro e della solidarietà.

Se anziché Lady fosse Mr, i profili dei candidati salirebbero ulteriormente di qualità. E’ il caso dell’attuale Ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, che non ha certo bisogno di presentazioni. Così come dei suoi omologhi, lo slovacco Miroslav Lajcak o lo svedese Carl Bildt. Tutti nomi di un certo peso, da sempre punti di riferimento della politica estera europea.

Il prestigio della Pesc è anche nella storia e nella competenza dei leader che l’hanno guidata fino ad oggi. Il primo fu il diplomatico tedesco Jurgen Trumpf, all’epoca (era il 1994) Segretario generale del Consiglio europeo. Nel 1999 gli succedette Javier Solana che quando ricevette l’incarico di capo della diplomazia europea vantava già nel suo curriculum l’esperienza da Ministro degli Esteri spagnolo, ma soprattutto da Segretario generale della NATO. Non da meno il suo successore Catherine Ashton, nominata nel 2004 e già Commissario europeo al commercio e leader della Casa dei Lord. Che dire: è chiaro che nelle sue povere righe il curriculum del candidato italiano non ha molto peso per trasformare l’evanescente figura del Ministro degli Esteri Ue in qualcosa di più incisivo.

Altro che estate. Le previsioni portano principalmente nubi sulle ambizioni dell’Italia. E probabilmente la determinazione del Presidente del Consiglio e l’esperienza Erasmus ad Aix-en-Provence vantata dalla Mogherini non basteranno a sciogliere dubbi e veti avanzati dai colleghi stranieri.

Il fronte anti-italiano è guidato innanzitutto dai Paesi dell’Est, ma con le spalle coperte da Londra e dall’asse franco-tedesco. Polonia, Germania (ad esporsi è stato Elmar Brok, luogotenente della Cancelliera Merkel, nonché capo della Commissione Esteri all’Europarlamento) e Paesi Baltici in prima fila. Ma anche il Presidente del Consiglio europeo uscente Van Rompuy. Tutti hanno manifestato le proprie perplessità a Roma accusando il Ministro italiano di essere «troppo giovane e poco esperta».

Sulla carta la Mogherini nemici non ne ha (in verità nemmeno amici). A raffreddare gli entusiasmi nei suoi confronti è la mancanza di strategia in politica estera -“un po’ pavida e provinciale”, sussurrano in Farnesina- unita ad alcune gaffe. Ad esempio quella di farsi riprendere tutta radiosa durante l’incontro con Vladimir Putin in un momento in cui il mondo intero guarda alla Russia come causa di instabilità internazionale.

O ancora la pianificazione della prima tappa all’estero: quella che normalmente segna le priorità dell’agenda diplomatica annuale. Il Ministro la organizza a Tunisi, insieme al Premier Renzi che a febbraio scorso aveva anche voluto precisare «la scelta è stata fatta per tenere il Mediterraneo al centro e ci sarà poi tempo per andare a Bruxelles». Pessimo incipit per chi ambisce a piazzare un proprio candidato proprio sulle poltrone di Bruxelles. Ma la Tunisia è anche una missione di comodo: “Tunisi, infatti, di tutti i Paesi del Mediterraneo è quello politicamente è più neutro”, ci fa notare un Ambasciatore di lungo corso che ben conosce quell’area. “Così che il Ministro degli Esteri alla sua prima uscita non è stata costretta a scegliere una posizione netta e di particolare impegno politico per l’Italia”, come invece sarebbe accaduto se fosse andata al Cairo, o a Tripoli.

Dalla situazione in Ucraina, invece, non si può sfuggire. In teoria. Perché nella pratica, nonostante l’escalation del conflitto a est stia destando seri livelli di preoccupazione in tutta Europa, e molti capi di Stato e di Governo, dalla sponda Atlantica all’Europa, decidono di annullare il G8 di Sochi, l’Italia, nel pomeriggio del 2 marzo, convoca una riunione sulla situazione in Crimea che partorisce la più debole e desueta delle linee europee: «l’Italia rivolge alla Russia un forte appello a evitare azioni che comportino un ulteriore aggravamento della crisi e a perseguire con ogni mezzo la via del dialogo», si legge nel comunicato di Palazzo Chigi. Ma gli appelli, si sa, lasciano il tempo che trovano. Infatti a Berlino, Parigi, Londra e Washington, nel frattempo, la cabina di regia guardava già al piano di sanzioni.

Rivedendo un vecchio detto: le crisi sono come le ciliegie, dopo una ne arrivano dieci. E infatti di li a poco scoppia l’ennesima crisi di Gaza. E’ l’ora di capire se la Mogherini eredita la linea filopalestinese dall’ex Ministro degli Esteri e collega di partito, Massimo D’Alema, o se marca un nuovo cammino della sinistra in politica estera. Ma le cose non vanno come sperato. Siamo a luglio. L’Italia guida il semestre di turno dell’Unione europea. Inizialmente a Vienna si tiene un summit in formato 5+1 dove partecipano tra gli altri anche Frank-Walter Steinmeier (per la Germania), Laurent Fabius (per la Francia), William Hague (per l’Inghilterra) e l’americano John Kerry. La riunione approva anche una prima bozza di proposta di cessate il fuoco per Gaza. L’Italia non è invitata. Il giorno dopo la Mogherini mette una toppa organizzando conference call a gogo. Poi programma una visita in Israele e Palestina. Ma arriva solo dopo quelle di Steinmeier e Blair. Come se non bastasse la missione diventa prima vana ai fini di una proposta italiana  -poco prima dell’atterraggio del Ministro degli Esteri Israele aveva già accettato una proposta egiziana di cessata il fuoco-,  e poi viene ignorato qualsiasi appello da parte italiana: durante la conferenza stampa con il Premier israeliano Benjamin Netanyahu la Mogherini definisce  «molto coraggiosa la scelta di Israele di accettare la tregua» e aggiunge  «siamo preoccupati per la perdita di vittime civili a Gaza». Ma lo stesso giorno la spirale del conflitto peggiora e Israele evoca i raid ed intensifica l’azione di terra.

Italia versus India. L’Italia è il quarto partner commerciale dell’India tra i Paesi UE (dopo Germania, Regno Unito e Belgio, seguita da Francia e Paesi Bassi). Ecco un altro dei motivi per cui l’attuale situazione dei marò e la dura difesa italiana non agevola il cammino del Ministro degli Esteri alla Pesc. Come spiega una fonte a Bruxelles “nessuno di questi Paesi metterebbe in secondo piano il proprio portafoglio per fare prima un favore all’Italia”.

Da ultimo la mannaia sulla difesa. In un momento in cui dall’America arriva la richiesta ad investire di più per la sicurezza euro atlantica, e allo stesso tempo la Francia spinge per un Esercito comune europeo più forte, l’Italia, per recuperare i 4,5 miliardi di tagli ‘strutturali’ che servono ad abbassare le tasse in busta paga decide di tagliare sulla difesa.

Insomma, le priorità e le strategie in Europa restano altre. E da nord a sud, da est a ovest sono in molti a credere che la francese Guoigou (che avrebbe ottime chance nel caso in cui Moscovici non ottenesse il portafoglio Affari economici) o la bulgara Georgieva siano molto più «strutturate e meno profane» dell’italiana.

«Se non avessi avuto ampie rassicurazioni, non avrei fatto il suo nome», ha detto Renzi dopo avere inviato a Bruxelles la lettera con cui il Governo italiano ha candidato la Mogherini alla Pesc. Rassicurazioni di cui, tuttavia, fuori da Palazzo Chigi nessuno ha ancora avuto notizia.

 

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