mercoledì, Ottobre 20

Perché mettere una bomba a Rialto?

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«Fare un attentato a Venezia significa guadagnarsi subito il paradiso, per quanti miscredenti ci sono qui:
bisogna mettere una bomba al Ponte di Rialto». «Sì, buttiamo una bomba e poi: boomm, boomm». E’ quanto si sono detti due dei quattro kosovari, residenti in Italia con un regolare permesso di soggiorno, arrestati questa notte a Venezia, e rivelato oggi in corso di una conferenza stampa dal procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito.
«Abbiamo controllato ogni loro rapporto, ogni loro contatto con il mondo esterno e siamo riusciti anche ad inserirci e controllare anche il loro mondo telematico e tutto quello che riuscivano a comunicarsi e ad indottrinarsi», ha sottolineato il procuratore Adelchi d’Ippolito.
L’indagine è partita nel 2016 quando uno degli indagati è rientrato da un viaggio in Siria. Polizia e carabinieri hanno svolto un’attività serrata e, grazie all’intuito della Digos, e hanno passato sotto la lente d’ingrandimento non solo tutti i contatti fisici degli appartenenti alla cellula, ma soprattutto quelli telematici. I tre arrestati studiavano la simulazione di preparazione di bombe. Il quarto soggetto è un minorenne.

Ma perché mettere una bomba a Rialto? Lo abbiamo spiegato in occasione del falso allarme alla Casa Bianca dello scorso 18 marzo. Rialto, come a Londra il Ponte di Westminster e il Parlamento, o come la Casa Bianca, sono luoghi simbolo, obiettivi che colpiscono l’immaginario.

Con l’avvento dello Stato Islamico, il 24 giugno 2014, e con le mutate tecniche offensive rivolte al mietere vittime in Occidente, il terrorismo ha cambiato volto ed è diventato un fattore della quotidianità, fin troppo conosciuto anche dai comuni cittadini. La percezione della minaccia sta diventando più forte e credibile di una minaccia concreta all’incolumità fisica dei cittadini.
Il terrorismo diventa così una minaccia psicologica ed intrusiva che si insinua nella vita delle personenormali’, andando a minare quel senso di sicurezza tipico delle città occidentali.

Prima della nascita dello Stato Islamico, il suo predecessore Al Qaeda, basava la sua strategia del terrore, studiando obiettivi politici e di grande visibilità, quelli che in termine tecnico sono chiamati ‘obiettivi strategici’.  Il colpire, con autobombe o attacchi suicidi, strutture del potere o di comprovata rilevanza, lascia un senso di smarrimento nella popolazione che subisce l’attacco, rendendo l’evento ancora più psicologicamente rilevante.

Lo Stato Islamico, ha individuato la popolazione civile come obiettivo su cuilavorareper avviare una fase di sottomissione psicologica.  Obiettivi strategici, diventano meno rilevanti per la metodologia del Califfato perché al centro del suo obiettivo primario vi è l’instaurazione di una paura totalizzante nel cittadino comune.
La paura nasce non solo dalla tragicità dei fatti, ma anche e soprattutto dall’identificazione con cui la popolazione vive empaticamente la vicenda. A quel punto nella mente del cittadino comune scatta la paura e la domanda: ‘potrebbe succedere anche a me?!‘ e questo è l’obiettivo principale a cui punta il Califfato e la sua strategia del terrore.

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