sabato, Novembre 27

Perché l’ISIS fa così tanti proseliti?

0
1 2


Quando la curiosità ci spinge a saperne di più sull’organizzazione conosciuta con il nome di ‘Stato islamico’ o più semplicemente ISIS, sui crimini da essa commessi, la sua posizione, siamo portati a pensare che la maggior parte dei suoi seguaci non siano dotati di conoscenze culturali o scientifiche. Tuttavia l’organizzazione non si limita ad arruolare illetterati ma anche semi letterati e universitari esperti in scienze esatte (è interessante notare che l’ISIS non sembri disporre di esperti in scienze umane). Possiamo affermare con certezza che nessun background culturale o ricerca di guadagno rende in grado di comprendere la realtà e i suoi problemi per trovare soluzioni o valide alternative. Niente di trascendentale dunque, piuttosto una nostalgia verso un passato ambiguo sorto dalle parole degli antenati, nel ricordo di un califfato nella virtuosa Teheran, che esiste però solo nella loro mente. Sentir parlare delle fatwa dell’ISIS suscita uno strano sentimento, un misto di stupore e senso del ridicolo che condividiamo sulle pagine dei social network ridicolizzando l’ignoranza di chi le ha emesse e di chi se ne fa promotore. A ciò si aggiungono i discorsi sulla necessità di espiazione e l’enfasi sull’essere l’unico gruppo eletto a distinguersi dall’aberrazione.  Ma l’idea di ‘peccato’, dal significato metaforico e reale allo stesso tempo, e il concetto di punizione, già presenti nella storia dell’Islam, si sono diffusi nella nostra terra tormentata dalla Siria allo Yemen, dalla Libia all’Iraq, moltiplicando i parassiti causa di una malattia infettiva a cui sembra non ci sia cura nel breve termine. Questa è la situazione così come ci appare all’ombra di fallite politiche interne che hanno generato questo surplus di ignoranza, violenza, cultura del sangue e vendetta nel nome di Dio, dei suoi nuovi ministri, di politiche estere che hanno trovato il loro scopo nel fomentare la frammentazione della regione attraverso gruppi armati e il ritardo della sua promessa rinascita, ferma al XIX secolo.

Secondo Charles Lister, ricercatore al Brookings Center di Doha, il numero di combattenti dell’Isis in Siria si aggirerebbe intorno alle settemila unità, in Iraq sarebbero circa seimila. Tuttavia, non vi sono  altre fonti disponibili per verificare l’affidabilità di questi numeri e la validità di queste informazioni. Ciò che sorprende di questi dati è il gran numero di dottori e scienziati che hanno scelto di prendere parte allo Stato islamico: certamente essi non hanno nulla a che vedere con la povertà con cui si spiega, almeno in parte, il vasto numero di aderenti a queste organizzazioni. C’è quindi qualcosa di sbagliato nei nostri preconcetti e sforzi per spiegare questo strano fenomeno che costituisce una vera sfida per scienziati, ricercatori, uomini politici e tutti coloro che sono concentrati a decodificare questo puzzle arabo-islamico. Allo stesso modo ciò che solleva diversi punti interrogativi è il motivo che spinge gruppi di età e background culturali diversi a prendere parte e queste organizzazioni, la loro relazione con ciò che li circonda, la loro integrazione familiare e sociale, la visione del loro ruolo nella vita quotidiana, la loro lotta per innalzare il livello di vita, costruirla o distruggerla in un’esplosione.

Si tratta di un fenomeno che non riguarda esclusivamente l’area geografica arabo-musulmana, ma anche Paesi e continenti distanti da essa: il ministro degli affari esteri e dell’immigrazione australiano Peter Dutton ha annunciato la necessità di monitorare la situazione in Australia. Dopo l’adesione all’Isis del dottore australiano Tariq Kamlah (29 anni) in Siria, il Ministro ha attirato l’attenzione sul fenomeno dell’immigrazione di cittadini australiani con la volontà di entrare a far parte dell’organizzazione e ha affermato che la partecipazione di un medico australiano susciterebbe una forte preoccupazione, specialmente perché una persona con una cultura elevata ha scelto di accogliere la chiamata del ‘gruppo della morte’. Un fatto intollerabile.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->