giovedì, Ottobre 21

Perchè le elezioni in Iraq sono importanti per gli europei Pechino, Teheran, Parigi e Bruxelles questo fine settimana avranno gli occhi puntati in direzione di Bagdad. Il contesto è la competizione globale sino-occidentale; la testa d'ariete di Bruxelles è la Francia

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Domenica 10 ottobre in Iraq si terranno le elezioni parlamentari -anticipate a seguito delle proteste iniziate nel 2019, la così detta la Rivoluzione d’Ottobre. 21 milioni sono gli elettori che si sono registrati, per andare alle urne, di questi, circa un milione sono giovani che per la prima volta hanno accesso al voto.

Secondo tutte le previsioni, il voto riporterà al potere gli stessi attori della legislatura che ufficialmente si è chiusa ieri. Quasi nessun partito ha presentato alcuna piattaforma politica. Si appellano invece agli elettori sulla base della lealtà religiosa, etnica o tribale -con un rinnovato ruolo delle tribù come attori politici in proprio.

Una tornata elettorale caratterizzata dalla sfiducia degli iracheni nel processo elettorale, dal boicottaggio, ma soprattutto dalla violenza.

La ONG ‘Un Ponte per’ ha lanciato una petizione a sostegno degli attivisti/e e membri della società civile che denunciano la mancanza di condizioni tali da garantire che le elezioni «si svolgano in modo trasparente, assicurando la libera partecipazione di tutti i cittadini e le cittadine irachene. Il governo iracheno non appare infatti in grado di garantire che il percorso elettorale si svolga senza violenza politica, la stessa a cui i e le manifestanti iracheni/e hanno dovuto far fronte dall’inizio delle proteste: agguati, uccisioni, rapimenti e intimidazioni commesse spesso da uomini armati non identificati, ai danni di attivisti e attiviste, giornalisti e manifestanti, hanno causato oltre 700 vittime nell’arco di due anni». L’ONG ricorda che «Oltre 30 gruppi politici sono emersi dalle proteste e si sono registrati presso le autorità per portare i propri candidati al parlamento iracheno», «ma hanno da subito dovuto far fronte alla violenza sistemica e diretta volta a impedire la loro candidatura», così si sono riuniti in una coalizione unitaria di opposizione e boicottaggio delle elezioni» e i loro leader sono fuggiti per scampare alla violenza. Considerando questa situazione la petizione di ‘Un Ponte per’ chiede«alle istituzioni italiane ed europee, di assumere la propria responsabilità in quanto parte della comunità internazionale interessata alla tutela diffusa dei diritti umani, di attivare i propri canali di pressione per il riconoscimento e l’assunzione di responsabilità sulle violenze a carico degli attivisti/e e dei/lle difensori/e dei diritti umani da parte delle autorità Irachene ricorrendo a tutti gli atti a disposizione delle istituzioni politiche, siano risoluzioni, mozioni o interrogazioni ai competenti organi». Insomma, l’Europa è chiamata ad un supplemento di impegno, a coinvolgersi ulteriormente nel futuro del Paese a partire proprio da questo voto. Ingerenza umanitaria, la si potrebbe definire, quella richiesta dalla ONG.
In realtà il ruolo che attende l’Europa in Iraq va ben oltre, e da qui discende il motivo per il quale le quinte elezioni parlamentari dall’invasione guidata dagli Stati Uniti che ha cacciato Saddam Hussein nel 2003, sono davvero molto importanti per l’Europa, e discretamente ma molto attentamente tenute d’occhio da Bruxelles.

L’Europa, e in particolare alcuni dei singoli Paesi europei, hanno già investito molto sulla stabilità dell’Iraq, ma in futuro, sarà essenziale che l’Europa assuma in modo proattivo un ruolo guida nel mantenere un coinvolgimento politico,economico e di sicurezza a lungo termine in Iraq.
Da quando l’Amministrazione Biden ha dimostrato di riorientare l’attenzione e rimodulare l’impegno degli Stati Uniti in Medio Oriente, e in un Paese chiave in particolare come l’Iraq -e in particolare da dopo la caotica uscita dall’Afghanistan- è statochiaro ai più che la
UE sarebbe stata chiamata a fare dell’Iraq un partner strategico forte, un interesse fondamentale per la sicurezza e un fulcro della politica dell’UE in Medio Oriente.
Allo stato dell’arte, il Paese europeo che gioca da protagonista in Iraq è la Francia. Gioca in proprio, certamente, ma il suo attivismo è funzionale e fondamentale per l’intera Unione Europea.
Per capire perchè l’Iraq è essenziale per il futuro degli europei, è necessario radiografare il ruolo della Francia quale partner occidentale privilegiato nel Paese, da lì discende tutto quel che riguarda l’Europa. Per farlo ci rivolgiamo all’analisi condotta in questi giorni da Munqith Dagher, grande esperto di Iraq, senior Associate del Center for Strategic and International Studies (CSIS), CEO e fondatore del gruppo di ricerca IIACSS (Al Mustakillah) in Iraq e membro del consiglio di amministrazione di Gallup International, a lungo già docente di strategia a Baghdad, Bassora e alla National Defense University.
Il contesto è la competizione globale sino-occidentale che, afferma Dagher, «si avvicina al livello della Guerra Fredda, vissuta per decenni dopo la seconda guerra mondiale e fino alla caduta del muro di Berlino. L’unica differenza ora è che la principale minaccia agli interessi occidentali globali proviene dalla Cina invece che dall’Unione Sovietica». In questo contesto la Francia, attraverso l’Iraq, «creerebbe una zona cuscinetto nella regione e un ostacolo sulla via dell’invasione cinese, che è diventata sempre più allarmante per l’Occidente con l’accordo strategico sino-iraniano dello scorso anno».

Il Presidente francese Emmanuel Macron ha visitato l’Iraq due volte nell’arco di un anno, dal 2020 al 2021. «La prima visita è stata il 3 settembre 2020, quando ha dichiarato la sua intenzione di sostenere la sovranità irachena. La sua visita ha mandato un messaggio chiaro sull’importanza dell’Iraq per la Francia, soprattutto perché è immediatamente seguita al suo importante viaggio in Libano. Il secondo viaggio è stato il 27 agosto 2021, per partecipare alla Conferenza di Baghdad per la cooperazione e il partenariato. Lì, ha ribadito lo stesso messaggio e ha rappresentato un impegno per una partnership strategica, indicando un pronunciato cambiamento nell’approccio francese verso l’Iraq e il resto della regione, che finora aveva solo rispecchiato quello degli Stati Uniti».
«Durante la seconda visita sono stati comunicati quattro punti chiave. Il primo era a livello geostrategico, poiché la Francia era l’unico partecipante non regionale alla Conferenza di Baghdad, nonché l’unico membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il secondo è stato sul livello della sicurezza, poiché Macron ha ribadito l’impegno della Francia nella lotta all’ISIS in Iraq. Questo avviene in un momento cruciale, con la visita avvenuta immediatamente dopo il ritiro delle forze USA e NATO dall’Afghanistan. Questo ritiro precipitoso ha suscitato dubbi nei governi regionali e nell’opinione popolare sulla serietà dell’impegno dell’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, per mantenere la sicurezza della regione contro la minaccia del terrorismo. Un altrettanto completo ritiro delle truppe da combattimento statunitensi dall’Iraq dovrebbe essere completato entro la fine dell’anno, secondo i recenti accordi tra i governi iracheno e americano. Dopo questo ritiro, il ruolo degli Stati Uniti si limiterà a fornire formazione. Gli analisti esprimono gravi preoccupazioni per un forte ritorno dell’ISIS in Iraq, che rispecchia quello dei talebani in Afghanistan.

Il terzo punto è di natura economica. La visita è stata programmata con la gigantesca compagnia petrolifera e del gas francese, Total -fondata in Iraq più di cento anni fa- che ha firmato un pesante contratto del valore di decine di miliardi di dollari da investire nei giacimenti di gas di Bassora. Il governo francese intende anche essere coinvolto nel finanziamento e nell’appalto di società francesi per il progetto della metropolitana di Baghdad e altri progetti di ricostruzione nelle città irachene liberate dall’ISIS.

Il quarto punto, ultimo ma non meno importante, riguarda la cultura» Macron ha compiuto tre importanti visite culturali durante il suo viaggio in Iraq: alla moschea e al santuario di Al-Kadhimiya, considerato uno dei luoghi più sacri per gli sciiti in Iraq e nel mondo, a Mosul, la capitale liberata dell’ISIS, dove si è recato alla Grande Moschea di al-Nuri, un messaggio ai sunniti, nonché a un’importante chiesa cristiana locale e ad Erbil, dove ha incontrato i leader curdi. «Con queste tre visite strategiche, la Francia ha dimostrato di stare con gli iracheni di ogni diversa estrazione, nel rispetto dell’unità, della diversità e della sovranità dell’Iraq».

Secondo Munqith Dagher la competizione geostrategica ed economica con la Cina della Francia, certo, ma anche dell’Europa, è al centro dell’assertività francese.
«
Le preoccupazioni francesi sulla Cina come un concorrente economico geostrategico in crescita sono iniziate nel 2010, quando la Cina ha iniziato a essere coinvolta con successo nell’economia africana. Questa regione è storicamente e tradizionalmente di grande interesse geostrategico ed economico per la Francia grazie alle sue colonie nell’Africa occidentale e settentrionale dal XVIII al XX secolo. Anche dopo la loro indipendenza, molte di queste ex colonie africane mantennero forti legami culturali, politici ed economici con la Francia. Tuttavia, negli ultimi anni, la Cina è riuscita a sostituire Francia e Stati Uniti diventando il principale partner economico straniero dei Paesi africani. Nel 2019 gli investimenti cinesi in Africa hanno raggiunto i 192 milioni di dollari. Nel 1950, la quota dell’Africa del commercio estero totale francese era del 60%. Nel 1970, è sceso all’8,7% e addirittura al 5% entro il 2015. Nonostante ciò, l’Africa rimane un importante partner commerciale della Francia. Circa il 35% del petrolio e del gas importato in Francia proviene dall’Africa e il 28% del petrolio e del gas prodotti da Total proviene dall’Africa». Non solo la Francia, l’intera economia europea è dipendente,in primo luogo per le materie prime, dall’Africa. Ed è -e non da oggi- l’intera Europa che rischia di rimanere a medio termine a bocca asciutta delle materie prime essenziali per la sua economica.

«Ciò che la Francia e la maggior parte dei Paesi occidentali trovano piuttosto preoccupante è l’approccio coloniale economico che la Cina usa per affogare i Paesi nel debito. Alcuni Paesi africani hanno preso così tanto in prestito dalla Cina che la Cina ha effettivamente il controllo di una percentuale significativa del loro prodotto interno. Incapaci di ripagarlo, la loro sovranità diventa fragile e a rischio. La Cina ha prestato un totale di 400-600 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo, con una grossa quota destinata all’Africa. Gibuti deve alla Cina quasi il 100% del suo PIL. Sia la Repubblica Democratica del Congo che il Niger devono alla Cina circa un terzo del loro PIL. Le cifre non ufficiali sono molto più allarmanti.

È quindi comprensibile il motivo per cui il Ministro francese per l’Europa e gli Affari Esteri, Jean-Yves Le Drian, abbia affermato che “la Francia è in uno stato di lotta di potere con la Cina in Africa”. Allo stesso modo, durante il suo viaggio a Gibuti del 2019, Macron ha avvertito: “Il crescente coinvolgimento della Cina in Africa rischia di finire per essere negativo nel medio e lungo termine. Non vorrei che una nuova generazione di investimenti internazionali invadesse la sovranità dei nostri partner storici o indebolisse le loro economie”. È questa minaccia alla sovranità africana dalle trappole del debito tese dalla Cina che costringe la Francia a cercare di rivendicare il suo ruolo storico in Africa, una regione di grande importanza geostrategica non solo per la Francia ma anche per il resto dell’Occidente».

La Francia «prevede di affrontare la crescente influenza cinese attraverso il sostegno al G5 Sahel, un quadro istituzionale istituito per coordinare la cooperazione regionale tra cinque paesi dell’Africa occidentale. Uno dei principali risultati del G5 Sahel è la Cross-Border Joint Force a Bamako (FC-G5S), un’iniziativa congiunta per combattere il terrorismo e la tratta di esseri umani. Ciò ha coinvolto i militari dei Paesi africani del G5 con il sostegno dell’ONU secondo la risoluzione 2359 del 21 giugno 2017. Per combattere il terrorismo, FC-G5S ha ricevuto più di mezzo miliardo di dollari in finanziamenti dai Paesi europei, guidati dalla Francia, e dagli Stati Uniti. Un altro importante risultato del G5 Sahel è il Priority Investment Program creato nel 2014. Questo programma ha portato a molteplici progetti di sviluppo nei Paesi coinvolti, per un importo di miliardi di dollari in sovvenzioni e donazioni anche da Paesi europei, nonché da Stati Uniti e organizzazioni internazionali».

«Sembra che il successo del G5 Sahel guidato dalla Francia in Africa abbia incoraggiato la Francia a svolgere un ruolo simile in Iraq,sostenuta da Europa e Stati Uniti. L’Iraq rimane di grande valore geostrategico per l’Occidente e per l’intera regione, anche a seguito del declino dell’importanza relativa del suo petrolio. Questa diminuzione è dovuta al fatto che gli Stati Uniti sono diventati un esportatore di petrolio, nonché alla maggiore dipendenza globale da fonti energetiche alternative.

Il petrolio rappresenta attualmente il 40% del mix di diverse fonti energetiche utilizzate a livello globale, ma si prevede che continuerà a essere richiesto nei decenni a venire. Si prevede che la domanda giornaliera aumenterà di 38 milioni di barili per raggiungere i 115 milioni di barili entro il 2025. Si prevede quindi che l’OPEC rimarrà uno dei principali attori nel mercato globale dell’energia. L’Iraq, essendo il secondo produttore di petrolio dell’OPEC, e avendo una delle più grandi riserve di petrolio al mondo, continuerà ad avere un’importanza geostrategica per l’economia globale. Inoltre, la sua posizione geografica lo rende un collegamento di trasporto cruciale tra i mercati europei e asiatici.

La sfortunata invasione americana dell’Iraq ha ulteriormente dimostrato la sua importanza geostrategica, con pericolose conseguenze politiche e di sicurezza in tutto il Medio Oriente. L’esito negativo più importante è stata la crescita dei movimenti terroristici nella regione e nel mondo. La destabilizzazione della sicurezza in Iraq è iniziata con ondate infinite di violenza religiosa ed etnica, che hanno portato allo sfollamento e alla migrazione di decine di milioni di persone. Ciò ha infine portato a una minaccia diretta alla sicurezza dell’Europa, degli Stati Uniti e del mondo intero.

L’Iraq è quindi di profonda importanza geostrategica, non solo per la Francia, che mantiene la più grande comunità musulmana in Europa, ma anche per il resto del continente, che considera questa regione come il proprio cortile di casa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, oltre ad avere interessi strategici in Iraq, sono ovviamente desiderosi di impedire che l’Iraq sia sotto il controllo dei suoi concorrenti internazionali Cina e Russia, o del suo concorrente regionale Iran. Inoltre, né gli Stati Uniti né il resto del mondo vogliono vedere l’Iraq trasformarsi in un altro Afghanistan».

Gli interessi comuni di Francia, Europa nel suo insieme e Stati Uniti in Africa «sono minacciati a causa dell’aumento del potere dei movimenti estremisti islamici che molto probabilmente sono collegati all’ISIS. Un esempio è l’ISIS in Mozambico, designato come organizzazione terroristica. Meno di un mese fa, l’Isis in Mozambico è riuscito a prendere il controllo di alcune importanti città del nord del Mozambico, interrompendo i lavori su un progetto di investimento petrolifero franco-statunitense del valore di 120 miliardi di dollari. Una tale minaccia ai loro interessi comuni, combinata con la tensione della concorrenza cinese, rende sempre più possibile per Francia e Stati Uniti orchestrare una risposta militare utilizzando le forze del G5 Sahel invece del coinvolgimento diretto.

La crescita globale dei movimenti estremisti islamici evidenzia senza dubbio l’importanza della cooperazione internazionale per combattere l’ISIS in Iraq, che funge da modello e ispirazione originale. È probabile che il successo del modello G5 Sahel di quadro di cooperazione regionale per combattere il terrorismo incoraggerà Francia, Europa e Stati Uniti a cercare di implementare strutture simili in Medio Oriente attraverso il gateway iracheno».

La concorrenza della Cina con Francia Europa e Stati Uniti non si limita all’Africa. «Negli ultimi anni ha raggiunto anche il Golfo Persico. Storicamente, l’Occidente era conosciuto come il partner economico dei Paesi del Golfo Arabico. Nel frattempo, la crescita economica esponenziale della Cina, unita all’autosufficienza petrolifera degli Stati Uniti, ha portato a un aumento della quota cinese delle esportazioni totali di petrolio del Golfo Persico, che a sua volta ammonta a circa il 70% dei redditi di questi Paesi. Un terzo delle esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita va in Cina, pari a più petrolio di quello che la Cina riceve dalla Russia. Un quarto delle esportazioni di petrolio del Kuwait va anche in Cina. Inoltre, negli ultimi due anni, la Cina ha firmato contratti per decine di miliardi di dollari in progetti di comunicazione e tecnologia in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, e ha anche acquistato quote massicce di colossi del Golfo.

A peggiorare le cose per l’Occidente sono state le notizie allarmanti nel marzo 2020, quando la Cina ha firmato un accordo di partenariato strategico di 25 anni con l’Iran, stimato dalla Banca Mondiale per un valore di un trilione di dollari.L’accordo faciliterebbe la strategia globale della Cina, la Belt and Road Initiative. Ciò che aggrava ulteriormente la preoccupazione dell’Occidente è un aspetto militare dell’accordo che consente alla Cina, per la prima volta in assoluto, di accedere alla terra e all’acqua del Golfo, una regione storicamente nota per essere sotto stretto controllo degli Stati Uniti. La Cina avrà ora una presenza militare in Iran e nella sua base militare a Gibuti, a fianco delle fonti petrolifere della penisola arabica da est e ovest. Sebbene la Cina possieda il più grande esercito del mondo, non ha basi terrestri all’estero per espandere il proprio potere e controllo globali. Con i recenti cambiamenti, la situazione sta diventando sempre più precaria per l’Occidente e soprattutto per gli Stati Uniti. Vale la pena notare che alcuni analisti indipendenti dubitano della capacità e del desiderio di Cina e Iran di rendere effettivamente operativi i dettagli dell’accordo. Da un lato procedere sarebbe contrario ad alcuni interessi che la Cina ha nei confronti degli Usa e dei Paesi del Golfo. D’altra parte, c’è disaccordo interno iraniano su questa partnership.

Tutti i suddetti fattori si aggiungono all’importanza dell’Iraq come mezzo per fermare l’invasione della Cina nel suo tentativo di circondare il sud dell’Europa. La Cina ha già una forte presenza in Asia centrale, a est dell’Europa. Questo, quindi, spiega i maggiori sforzi della Francia in Iraq negli ultimi tempi.Sembra che la Francia stia guidando l’operazione per fermare l’espansione strategica della Cina al fine di salvaguardare gli interessi economici occidentali nella regione».

A questo punto, quali i motivi in forza dei quali la Francia è l’attore chiave per assumere questo ruolo strategico nella regione per conto dell’Occidente? E: perché l’Iraq è la base degli sforzi francesi e occidentali contro la concorrenza economica e geostrategica della Cina? Perchè, dunque, le elezioni in Iraq devono interessare noi europei?.

Dall’invasione degli Stati Uniti nel 2003, prosegue Munqith Dagher, «l’Iraq ha sofferto della sua incapacità di controllare l’interferenza regionale e internazionale nella sua sicurezza, negli affari economici, politici e sociali. Sebbene la maggior parte dei Paesi della regione abbiano tentato di proteggere i propri interessi in Iraq controllando diversi politici iracheni, la realtà della situazione è che gli Stati Uniti e l’Iran sono i principali attori in Iraq da dopo l’invasione.

L’Iran è stato in grado di usare il suo peso geografico, culturale, politico ed economico per assicurarsi il suo potere e la sua influenza in Iraq, spesso superando quello degli Stati Uniti. L’influenza degli Stati Uniti è stata costruita esclusivamente sul suo duro potere attraverso l’invasione militare. Al contrario, oltre all’hard power rappresentato dalle milizie sciite affiliate, l’Iran ha un soft power molto significativo come Paese rappresentativo dello sciismo. L’Iraq è stato trasformato in un campo di conflitto per procura per la faida tra Stati Uniti e Iran.

A seguito delle sanzioni statunitensi contro l’Iran, quest’ultimo ha aumentato la sua pressione in Iraq nel tentativo di incorporare il Paese nell’asse sino-iraniano nella regione, dopo l’accordo strategico sino-iraniano. Nonostante una certa opposizione interna in Iran all’accordo, l’Iran ha fatto pressioni sull’Iraq per firmare un accordo simile con la Cina nel 2019, durante il governo di Adil Abdul-Mahdi. Il governo successivo e attuale, guidato da Mustafa al-Kadhimi, per ora non mostra interesse per gli accordi cinesi. Tuttavia, se tale decisione dovesse essere presa in futuro, ci sarebbero gravi ripercussioni per gli interessi occidentali in Iraq. Secondo la lettura della situazione da parte dell’Occidente, c’è un rischio reale che l’Iraq si unisca all’asse rivale iraniano-cinese-russo nella regione.

Un altro dettaglio chiave è la posizione geografica dell’Iraq, che collega Siria e Libano all’Iran, che a sua volta fornirebbe a Cina e Russia l’accesso a questa striscia. Considerando l’importanza della Siria e del Libano per la Francia, è imperativo che non vengano lasciati cadere sotto il controllo dei rivali. Se fosse consentito il completamento della mezzaluna dell’influenza russo-cinese, che si estende dall’Iran all’Iraq fino alla Siria e al Libano sul Mediterraneo, si formerebbe una mezzaluna di potenza a nord del petrolio nel Golfo Persico e a sud dell’Europa.

L’uso dell’Iraq come campo per procura per il conflitto politico regionale e internazionale ha portato a uno Stato fallito. Ciò ha anche costituito un terreno fertile per movimenti religiosi estremisti, come l’ISIS, per estendere la sua influenza in Africa, una regione che mantiene un’importanza strategica per la Francia e l’Occidente. Pertanto, c’è una reale motivazione e interesse in Occidente,in generale, e in Francia, in particolare, a trasformare l’Iraq in uno Stato di successo, in modo che possa aiutare a eliminare il terrorismo.

L’Iraq presenta anche opportunità economiche promettenti, in particolare per la Francia. Durante l’ultima visita di Macron, la società francese Total, con la sua lunga storia in Iraq, ha firmato un contratto del valore di decine di miliardi di dollari per estrarre petrolio e gas da alcuni pozzi di Bassora. Esiste anche un altro contratto francese per la costruzione della metropolitana di Baghdad. Inoltre, la Francia spera di ottenere contratti per ricostruire le aree sunnite distrutte nella guerra contro l’ISIS. C’è anche un grande potenziale per i contratti militari per vendere aeroplani francesi e attrezzature militari all’Iraq.

Ad aumentare le possibilità di successo della Francia in Iraq è il consenso regionale nel sostenere il governo di al-Kadhimi, che ha la capacità di gestire il delicato equilibrio tra poteri regionali e internazionali. L’Iraq ha recentemente goduto di relazioni positive con i vicini arabi e del Golfo circostanti, ma al-Kadhimi ha un rapporto teso con le milizie irachene affiliate all’Iran. Nonostante ciò, è riuscito a placare l’influente vicino iraniano riuscendo a convincere gli Stati Uniti a diminuire il loro coinvolgimento in Iraq, cambiando il suo ruolo da essere coinvolto nel combattimento a solo consulenza e addestramento. Al-Kadhimi è stato anche in grado di costruire forti relazioni con la Turchia e altri potenti Paesi europei, inclusa la Francia. Poi è arrivato il suo ultimo viaggio a Washington nel luglio 2021 per confermare la forza della partnership strategica USA-Iraq.

Sotto la guida di al-Kadhimi, l’Iraq è stato trasformato in un punto di incontro regionale, dopo essere stato luogo di faide regionali e internazionali. È riuscito a svolgere il ruolo di un onesto mediatore nelle discussioni regionali cruciali, come i recenti colloqui turco-emirati-egiziani. Inoltre, da mesi Baghdad è diventata la sede dei negoziati saudita-iraniani. Di recente, la Conferenza di Baghdad per la cooperazione e il partenariato ha visto un incontro tra Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, il primo da molto tempo. Gli sforzi congiunti di al-Kadhimi e Macron per trovare un terreno comune regionale per la cooperazione sono infatti culminati nel successo della Conferenza di Baghdad, presentandosi come un’importante opportunità per creare una piattaforma per la comunicazione e la comprensione regionale, simile al G5 Sahel in Africa». Si capisce bene, così, perchè la UE accoglierebbe con favore un secondo mandato per Kadhimi.

«Oltre alle ragioni di sicurezza ed economiche sopra dette, la Francia ha tre vantaggi strategici nel qualificarsi come leader degli sforzi occidentali per proteggere la regione dal cadere preda del terrorismo e dall’estremismo, e per fermare l’invasione cinese.

  1. La Francia gode di forti relazioni economiche e politiche con tutti i Paesi dell’area, ad eccezione della Turchia. Può quindi assumere il ruolo di partner fidato in qualsiasi campagna regionale, come combattere il terrorismo e l’estremismo o costruire partnership economiche strategiche. Con gli Stati Uniti che hanno una cattiva reputazione per il loro ruolo in Iraq e con il Regno Unito che lascia l’UE, la Francia è diventata il rappresentante più qualificato dell’Occidente nella regione.È anche un membro permanente del Consiglio di sicurezza e un importante alleato degli Stati Uniti e del Regno Unito. Questa posizione consentirebbe alla Francia di mobilitare qualsiasi sostegno internazionale necessario per gli accordi di sicurezza. È riuscita infatti a svolgere questo ruolo con il G5 Sahel, assicurandone la legittimità internazionale con la Risoluzione ONU 2359 del 21 giugno 2017.

    Nei giorni scorsi, la Francia era furiosa quando ha perso il suo contratto di difesa con l’Australia, poiché quest’ultima ha firmato un nuovo accordo con gli Stati Uniti e il Regno Unito per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare. Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken si è affrettato a rassicurare la Francia sulla sua preziosa partnership strategica con gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente, non solo negli oceani Atlantico e Pacifico, ma in tutto il mondo. Ciò conferma l’esistenza di un accordo strategico franco-statunitense per frenare la crescente influenza globale cinese. Il Golfo Persico, compreso l’Iraq, è una delle regioni chiave per la competizione geostrategica tra Occidente e Cina.

    In effetti, la percezione di tradimento della Francia per essere stata messa in un angolo dagli Stati Uniti e dal Regno Unito aumenterà la sua determinazione ad essere il principale attore occidentale nella regione. Molto probabilmente sarà intenzionata a rafforzare il suo potere strategico e il suo peso, in modo che gli Stati Uniti e il Regno Unito ci pensino due volte prima di ripetere un’altra mossa senza consultare la Francia.

  2. L’assenza della Francia dall’invasione dell’Iraq, da un lato, e il suo rapporto equilibrato con il resto dei Paesi dell’area, dall’altro, ne fanno il partner più accettabile in Iraq.
  3. La Francia e i suoi partner europei hanno respinto il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran. Ciò rende la Francia più accettata dagli iraniani, che sono piuttosto influenti a Baghdad, come attore regionale nella sicurezza e negli accordi economici in Iraq e nella regione. Lo ha detto chiaramente il nuovo Ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian, nel suo commento alla partecipazione della Francia alla Conferenza di Baghdad. Nonostante l’opinione negativa dell’Iran sull’influenza occidentale nella regione, ritiene che la presenza francese sia l’opzione meno dannosa. Grazie alla sua relazione speciale con gli Stati Uniti, la Francia funge anche da potenziale mediatore, poiché l’Iran spera che le sanzioni che hanno paralizzato la sua economia vengano revocate.

Se gli analisti hanno ragione, queste elezioni non produrranno la profonda riforma del sistema politico iracheno che la Rivoluzione di Ottobre chiedeva, e i protagonisti della scena politica resteranno gli attualigli stessi partiti, anche perchè le nuove formazioni figlie della rivoluzione non parteciperanno al voto, gli stessi uomini-, però servirà vedere se e come cambierà il peso specifico di ciascuno. A partire dai due maggiori partiti, il movimento sadrista e Alleanza di Fatah.
L
‘organizzazione politica del religioso musulmano sciita Muqtada al-Sadr, il movimento sadrista, è dato anche in questa tornata elettorale per favorito. Alle elezioni del 2018 aveva vinto 54 seggi, più di qualsiasi altro partito, dando a Sadr un’influenza decisiva nella formazione del governo. Il suo movimento ha usato la sua influenza parlamentare per espandere il suo controllo su gran parte dello Stato. Il movimento sadrista opera su una piattaforma nazionalista, cercando di distinguersi dalle fazioni sciite sostenute dall’Iran.
Guidato da comandanti delle milizie che hanno stretti legami con l’Iran,
il più grande raggruppamento di partiti allineati all’Iran rientra nell’Alleanza di Fatah, guidata dal leader paramilitare Hadi al-Amiri, il cui blocco è arrivato secondo nel 2018 con 48 seggi.
L’Alleanza Fatah comprende l’ala politica di Asaib Ahl al-Haq, che gli Stati Uniti hanno designato come organizzazione terroristica e rappresenta anche l’Organizzazione Badr, che ha lunghi legami con Teheran e ha combattuto a fianco dell’Iran nella guerra Iran-Iraq del 1980-1988. Alcuni partiti allineati all’Iran stanno uscendo dal cartello Fatah, tra questi il partito Huqouq di recente formazione del più potente rappresentante iracheno dell’Iran, Kataib Hezbollah.
L’ex primo ministro Haider al-Abadi e il Movimento Hikma del religioso sciita moderato Ammar al-Hakim hanno unito le forze per creare la National State Forces Alliance. L‘alleanza guidata da al-Abadi è arrivata terza nel 2018, conquistando 42 seggi.

L’ex primo ministro Nuri al-Maliki, uno dei leader di uno dei più antichi partiti politici sciiti dell’Iraq, il Dawa, è a capo della coalizione che ha vinto 25 seggi nel 2018. Maliki è accusato di aver alimentato la corruzione e il settarismo anti-sunnita che aiutato lo Stato Islamico a guadagnare seguaci.
Il presidente del Parlamento sunnita Mohammed al-Halbousi guida l’alleanza Taqaddum, che comprende diversi leader sunniti della maggioranza sunnita a nord e ad ovest dell’Iraq e si prevede che otterrà molti voti sunniti.

Il principale concorrente di Halbousi è Khamis al-Khanjar, un magnate che si è unito all’alleanza Fatah, sostenuta dall’Iran, dopo le elezioni del 2018. La coalizione di Khanjar si chiama Azm.

I partiti sunniti di solito cercano di appellarsi alla lealtà tribale e di clan. I gruppi sunniti hanno mostrato poca unità dal 2003, cosa che gli elettori sunniti lamentano li rende deboli nel tentativo di rivaleggiare con il potere sciita.
La regione settentrionale del Kurdistan iracheno gode di autonomia di fatto dal 1991 ed è diventata formalmente autonoma in base alla costituzione irachena del 2005. I suoi partiti partecipano sempre alle elezioni e sono un importante mediatore di potere.

I due principali partiti curdi sono il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), che domina il governo curdo nella capitale Erbil, e il partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), che domina le aree lungo il confine iraniano e ha sede a Sulaimaniya.

Il KDP ha vinto 25 seggi nel 2018 e il PUK ne ha vinti 18. Manterranno la parte del leone dei voti curdi, seguiti dai partiti più piccoli.

Pechino, Teheran, Parigi e Bruxelles questo fine settimana avranno gli occhi puntati in direzione di Bagdad. 

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