domenica, Agosto 14

Perché la guerra? La risposta di Freud ad Einstein La violenza può esser vinta ma che si esprima è indubitabile. Disinnescarla non vuol dire che sia possibile negarla

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

S. Freud ad A. Einstein

Come avete letto pochi giorni fa ho riportato i punti principali di un carteggio centrato su motivi e ragioni della guerra, oggetto di una rilevante corrispondenza intercorsa nel 1932 tra il fisico Albert Einstein e il formalizzatore della teoria della psicoanalisi Sigmund Freud. Dopo aver riportato le richieste e le riflessioni più salienti del primo, mi soffermo qui sulle articolate ed approfondite risposte che il secondo, neurologo, psicanalista e filosofo austriacoarticola nella sua risposta. Nel dichiarare lo psicologo il suo immediato consenso a riflettere su un tema siffatto, ritiene anche che «Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d’oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno». Freud si mostra sorpreso per la complessità di una risposta adeguata dell’offerta di riflessione sulla fattibilità di allontanare dagli uomini la ‘fatalità’ della guerra, la cui risoluzione spetterebbe secondo Freud agli uomini di Stato quale risoluzione di un compito pratico. Sottolineando la sua incompetenza nel risolvere un problema centrale per la politica.

Una notazione a margine. Entrambi i pensatori denominano fatalità la guerra che pone qualche perplessità. Difatti il termine rinvia ad un fato avverso, un destino contrario, estendendolo alla sfortuna, disdetta, contrattempo. Ma può darsi che in senso più concreto facciano riferimento ad avvenimenti funesti, dalle gravi conseguenze. Perché la guerra non è subìta dagli uomini ma da loro causata e prodotta, quale modalità di relazioni politiche con altri attori geopolitici che si contendono territori, commerci, ideologie. Non parrebbe dunque proprio una casualità ma l’esito di scelte decisioni strategie da dirimere con le armi per poi meglio negoziare dopo, si vis pacem para bellum, se vuoi la pace passa attraverso una guerra. Che ha un suo opposto nella tesi proposta dal filosofo Foucault per cui è la politica ad essere la continuazione della guerra con altri mezzi, non già la guerra quale prosieguo della politica, ma qui entriamo in un campo teorico che qui ometto.

Torniamo a quel che Freud argomenta, sollecitato da Einstein. Afferma che dal suo commento emergano solo le riflessioni che uno psicologo può argomentare circa il problema della prevenzione della guerra, aderendo al molto già scritto dal fisico. E senza problema, vista la levatura di entrambi, commenta che «Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi». Dichiarandosi d’accordo con Einstein circa il corretto inizio della riflessione partendo dal binomio diritto e forza, Freud subito afferma come sia più incisivo e duro sostituire la parola ‘forza’ con ‘violenza’Un binomio che sono in apparenza tra loro opposti mentre è «facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà». La questione parrebbe quasi ovvia, in realtà diviene una prospettiva che circoscrive e limita ciò che molti ritengono evidente. Quello che chiamerei l’uomo ‘binario’ fatto di bene o male che si scontrano tra loro, al contrario è uno sdoppiamento nella medesima persona. Con il che violenza ed efferatezza, dolcezza e pacifica relazione, convivono nello stesso uomo. Ovvero sovviene il consenso morale di kantiana memoria cui si associa l’etica individuale impressa nella volontà di fare il bene, con Aristotele. Ricordando che morale, mores sono i costumi stili di vita abitudini di un popolo, ad esempio quello italiano ha un bassissimo codice morale comune ed un’ambivalente etica. Così opererebbe Dio che nella sua grazia limita il male. A cui si contrappone sul terreno laico della vita un’etica agita non già da un ente esterno ma dall’umano la cui azione è l’esito di una parziale libertà di scelta (un libero arbitrio, in realtà poco libero e sovente arbitrario) tra alternative all’azione.

Ma qui siamo troppo oltre, torniamo al percorso sulla guerra. Il nodo da cui partire che informa azioni e scelte è i conflitti d’interesse tra gli uomini in linea di principio, sono decisi mediante l’uso della violenza. Cosicché afferma Freud «Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione». Pertanto nessuna illusione su una presunta bontà dell’uomo, che si esplica generalmente quando si è in grado ed in possesso di alternative sul come agire, potendo elargire invece di forza muscolare, utile sul momento quanto controproducente nel prosieguo, altri strumenti per governare una relazione. Ed è proprio con l’uso delle armi, problema serio per i pacifisti, che emerge una superiorità intellettuale che prende il posto della mera forza bruta «benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni». Desistenza che per buoni motivi ideali quanto strumentali,trattandosi di una nazione dalle immense risorse agricole interne e di energia esterna che passa sul proprio territorio, ha contribuito al motivo cruciale dell’invio di sempre più armi, con tutte le variabili che ne seguono, alle forze militari ucraine altrimenti già sconfitte sul campo di battaglia.

In questo percorso che passa attraverso l’uccisione del nemico ma anche attraverso il suo asservimento la violenza funge da nuovo strumento di soggiogamento. Nel conflitto che ci vede partecipi ma non coinvolti, ulteriore elemento di ipocrisia negata o confermata, secondo i desiderata di ciascuno, aggressori ed alleati degli aggrediti, solo l’unione che fa la forza può far sì che la «violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità». Questione oggi controversa per i molti interessi ed i numerosi attori che giocano di contorno rispetto ai due attori principali, russi ed ucraini. Ed al netto di giustezza di ragioni e torti quella che opera, nel lucido pensiero di Freud, è «ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità». Quindi sentirsi dalla parte della ragione è un moto tiene in conto di un’operazione di legittimità di un aggregato composito che si unisce contro la violenza del singolo. Tema che aprirebbe talmente tante porte da doverle qui lasciare almeno socchiuse. Motivo? Perché in punta di teoria l’analisi di Freud è condivisibile, ma naturalmente nel corso della storia la verifica delle innumerevoli situazioni di contesto con cui comunità hanno legittimato guerre d’aggressione avendo condiviso un comune percorso di ‘valori’ e di strategie geopolitiche. Si pensi alle guerre ‘giuste ed umanitarie’ scatenate dall’Occidente, e si porrà almeno il dubbio circa la dimensione e la validità di una legittimità ad agire in un certo modo in vista di un determinato fine. Ricordo al riguardo che il tema della legittimità/legittimazione è uno dei temi teorici che la sociologia si è posta sin dai suoi primordi. Si tenga inoltre presente che etimologicamente legitimus è la cosa ‘conforme alla legge’ che viene issata ad una ‘validità giuridica’. Entrambi sottoposti al variare del diritto e della legge, con la complicanza se ci si riferisce alla legge naturale e divina, e qui si aprono dighe, a quella consuetudinaria (si fa così da tempo ed è consuetudine ormai di molti) o a quella positiva, diciamo così l’unica sottoposta al vaglio del divenire del tempo sociale.

Il tema con maggior profondità ed insuperato nella sua articolazione è stato analizzato da uno dei fondatori della scienza sociologica, Max Weber, di cui non è secondario riportare qualche passo. Afferma Weber che prima di considerarlo un attributo di specifiche forme di potere o dominio (Herrschaft), la legittimità costituisce la qualità di un ordinamento a cui è orientato l’agire sociale quale agire di individui con riferimento all’atteggiamento di altri individui. Dunque la sua tesi è che un ordinamento (politico, economico, amministrativo) che si mantiene solo basandosi su motivi razionali in un “agire rispetto allo scopo” od anche consuetudinari è più labile, meno solido e duraturo, di un ordinamento che venga percepito come dotato del “prestigio di esemplarità e obbligatorietà”. In ciò risiede appunto la legittimità. Un pensiero un poco ostico, ma non più di quanto non sarebbe interrogando discipline scientifiche. Questa complessità è d’altronde parte di ciò che ognuno di noi sperimenta negli ambiti della vita, perché la legittimità si declina nelle molte modalità con cui si manifesta, elabora ed istituzionalizza il consenso. Si pensi solo alla politica con l’uso di determinati linguaggi ed i simboli che intendono trasmettere idee di legittimità inerenti il processo politico, come i rituali, in forme diverse religiosi laici di marketing, tendenti a stabilizzare ed intensificare ruoli d’autorità.

E qui Freud sostiene la sua argomentazione centrale secondo cui per aver capacità di contrapporsi alla violenza che può ripetersi la condizione principale è che quella comunità di difesa si rappresenti in modo permanente, sappia organizzarsi con statuti che prevengano ulteriori sfoghi di violenza, che stabilisca una trama di relazioni al proprio interno capaci di ottenere «il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri». Dunque devono manifestarsi e consolidarsi sentimenti non solo strumentali ma che si esprimano moti di vicinanza solidale. Se un merito ha avuto Putin è stato quello di compattare Europa ed il Patto Atlantico, oltre che indurre attori terzi, i Paesi baltici Finlandia e Svezia ad aderire alla Nato che fino ad allora vivacchiava. Ma attenzione, le posizioni di principio espresse nella corrispondenza tra i due intellettuali vanno poi tarate nell’azione pratica. Quell’unità solidale è a tempo, difatti problemi concreti di mancati rifornimenti di energia, aumenti dei prezzi ed altri fattori già rendono scricchiolante quell’unità d’azione, poi ogni governo deve dare risposte al proprio elettorato ed abitanti e qui le posizioni appaiono molto sfumate. L’ucraino Zelensky, senza ancora sapere quello che si sarebbe detto con Scholz, Macron e Draghi, ha come si dice messo le mani avanti affermando che gli diranno di fermarsi con la guerra negoziare cedere territori. Una radicalizzazione di Zelensky per non rimanere deluso, non sapendo che cosa ci si dirà. Una comprensibile paura di esser lasciato solo, ma certo appare molto improbabile che il mondo intero si lasci strozzare economicamente per sostenere politicamente un paese libero. Non è mai accaduto, anche nelle migliori condizioni di solidarietà, ma poi come nei primi giorni, non si può rischiare un conflitto nucleare per il bene estremo di un paese. A conferma delle parole di Freud, la violenza può esser vinta ma che si esprima è indubitabile. Disinnescarla non vuol dire che sia possibile negarla. Parole amare ma realistiche. Piacerebbe a tanti un mondo non dico di bontà ma almeno di rispetto e dignità, roba non umana. Le riflessioni di Freud proseguono, poiché le risposte alle suggestioni di Einstein sono molto articolate. Abbiate pazienza e le leggerete quanto prima….

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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