martedì, Agosto 3

Perché l’Italia è diventata un fanalino di coda delle grandi potenze? È mancata e manca la promozione di una classe dirigente moderna che sapesse farsi portatrice di un programma lungimirante di riforma del Paese

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Ci domandiamo come mai non sia stato un brevetto italiano ad aver prodotto per primo il vaccino anti-Covid-19? O perché nel luglio 1969 non sia stato un cittadino italiano invece che americano ad aver calpestato il suolo lunare? O ancora perché mai una persona come Elon Musk, imbarcandosi per un nuovo posto dove studiare abbia scelto Los Angeles e non un ateneo italiano di eccellenze quele Pisa, Milano, Napoli o Roma? 

Difficile dare una risposta e imperdonabile è girare la testa e semplicemente ignorare la domanda.  

Non è, come può sembrare, un afflato di esaltazione nazionalistica afflitta dal necessario confinamento dei giorni di Pasqua e pasquetta, ma solo qualche considerazione per riflettere sulla ovvietà di alcune vicende.  

Cosa sia mancato al nostro Paese per essere considerato veramente grande tra i grandi rappresenta una serie di fattori iconoclasti ad una logica tradizionalistica.  

Il debito perennemente in sofferenza, ma non lontano da quello di tante altre nazioni, non è sicuramente una giustificazione mentre l’incapacità o l’indolenza di alcune fasce di potere che pari a una società aristocratica insiste a tramandarsi l’esercizio, rappresentano un dolo inaccettabile.  

Quante invenzioni sono state generate nel nostro Paese? E che soluzioni innovative hanno trovato i tecnici nei laboratori sparsi nella Penisola e negli stabilimenti industriali di una nazione che vanta di essere – secondo la classifica Best countries 2017 di US news & world report– prima al mondo per influenza ed eredità culturale?  

In questi righi non lasceremo spazio a un de profundis di tante occasioni perse e tragicamente mancate, ma qualcosa val pure la pena citarla.  

Luciano Gallino in un suo piccolo saggio pubblicato ormai molto tempo fa (il professore torinese ci ha lasciato nel 2015) ricorda di tante opportunità perse per l’Italia; una tra le tante l’elicottero di Corradino D’Ascanio D’AT3, che nonostante i primati di altezza, distanza e durata in volo nel 1930, non ebbe un contratto con lo Stato per la produzione in serie a causa della rivalità fra le diverse Armi che dettavano legge dirante la dittatura. 

Altro esempio è stato il caso Olivetti, azienda leader mondiale nel settore macchine per ufficio con 50.000 dipendenti: nel 1955 si decise di produrre e commercializzare calcolatori elettronici e lanciò sul mercato Elea 9003, primo calcolatore elettronico interamente sviluppato in Italia, un apparecchio completamente transistorizzato che sul piano tecnologico pose l’azienda all’avanguardia rispetto agli altri produttori mondiali di computer. Poco dopo la morte di Adriano Olivetti avvenuta nel 1960, le altre aziende italiane che ne avrebbero dovuto sostenere la crescita, l’abbandonarono e la divisione Elettronica di quello che è stato un vento sociale e economico per l’Italia passa alla General Electric.  

Mancanza di visione strategica e di coraggio imprenditoriale? Può darsi. Sicuramente ignoranza da parte della classe politica con la carenza di commesse da parte della Pubblica Amministrazione e inadeguate Partecipazioni Statali non indirizzate verso i settori strategici più interessanti. 

Potremmo continuare con molti altri esempi. A iniziare dal settore petrolchimico, che Enrico Mattei aveva costruito come una sfida mondiale irripetibile e poi il chimico con le termoplastiche del premio Nobel Giulio Natta, che con i catalizzatori per la polimerizzazione stereospecifica, portò la Montecatini ad essere tra le più alte vette della tecnologia mondiale. E che peccato che ora la plastica la importiamo della regione orientale del mondo! 

Ultima nostalgia che ci viene da raccontare è quella dell’aeronautica, che tra le due guerre ha rappresentato un riferimento con i suoi idrovolanti da corsa –uno tra tutti il Macchi-Castoldi MC 72 che ancora detiene il primato mondiale di velocità per la categoria: 709,209 km/h.  

L’excursus non è certamente esaustivo, ma le conclusioni sono le solite di riforme strutturali lasciate in sospeso dopo l’importante fase delle nazionalizzazioni che avrebbe dovuto trasformare il Paese da rurale e di piccole imprese familiari in una potenza mondiale vera e propria. È mancata e manca la promozione di una classe dirigente moderna che sapesse farsi portatrice di un programma lungimirante di riforma del Paese e soprattutto la fondazione e lo sviluppo di istituzioni politiche e sociali capaci di agevolare la modernizzazione dell’economia; la creazione di una forza lavoro tecnicamente attrezzata e competitiva e un’intensa accumulazione di capitale.  

Cosa ha comportato questa mancanza? Lo sgretolamento di una classe imprenditoriale, la lottizzazione delle cattedre universitarie più interessate alla prosecuzione della propria specie che alla crescita della nazione e di conseguenza la fuga di quei giovani laureati che in Italia non hanno trovato la giusta affermazione, con la desertificazione di ogni progetto che rompa con il passato e guardi al futuro. 

Abbiamo un nuovo governo, il cui leader ha il consenso e l’ammirazione del mondo politico internazionale. Avrà voglia di utilizzare talenti e capacità dei nostri professionisti? Vorrà mettere mano immediatamente all’istruzione e alla formazione? Riuscirà a bloccare gli atteggiamenti di leggerezza di chi occupa insolentemente i banchi del Parlamento? E penserà di far guidare i comparti strategici da figure capaci e consapevoli di dover portare a termine un mandato severo? Ce lo auguriamo, perché oltre, non vediamo alcun futuro.

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