martedì, novembre 13

Perché gli Usa hanno bombardato le forze filo-Assad in Siria? La mossa va a complicare la posizione regionale di Washington

0

Si complica la situazione in Siria. Giorni fa, stando alla ricostruzione dei fatti formulata dal Central Command (CentCom) Usa, le Syrian Democratic Forces (Sdf), il cui nocciolo duro è formato dall’Ypg curdo, avrebbero subito «un attacco ingiustificato contro il loro quartier generale» nei campi petroliferi di Omar, vicino a Deir ez-Zohr, da parte di alcune milizie leali al governo di Bashar al-Assad che avevano appena varcato l’Eufrate. Ragion per cui gli aerei Usa si sarebbero alzati in volo facendo strage degli aggressori: «Stimiamo che oltre 100 militari pro-regime siano stati uccisi mentre impegnavano le forze dell’Sdf e della coalizione […]. Abbiamo reagito per respingere l’aggressione contro i nostri alleati impegnati nella lotta contro lo ‘Stato Islamico’», riporta ancora il comunicato del CentCom.

Damasco ha duramente smentito la narrativa Usa (anche per quanto riguarda il numero dei morti), chiarendo che l’obiettivo delle forze lealiste erano alcuni reparti dell’Isis impiantati nella zona di de-escalation in cui si trovano le Sdf autori di sistematiche scorribande nella zona siriana. Il governo siriano ha anche ribadito che gli Stati Uniti stazionano in Siria in maniera del tutto illegale, mentre il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov ha precisato che, malgrado gli Usa avessero specificato che la loro permanenza in Siria fosse rivolta a combattere l’Isis, «ora affermano che continueranno a mantenere forze sul campo finché non vedranno l’avvio di una soluzione politica stabile per la Siria che contempli un cambiamento di regime. Gli Stati Uniti stanno cercando di ingraziarsi il favore di diversi gruppi della società siriana per aizzarli contro il governo, inclusi quelli armati, e ciò avrò conseguenze molto pericolose».

In effetti, anche in queste ultime fasi del conflitto siriano l’atteggiamento statunitense è contrassegnato da una forte ambiguità. Se il CentCom sostiene che fosse doveroso mobilitare le forze statunitensi a protezione delle Sdf, perché gli Usa non hanno mosso un dito per impedire l’offensiva turca (operazione Olive Branch) contro il cantone di Ifrin, difeso dagli stessi reparti dell’Ypg di cui si compongono le Sdf? A rispondere a tale quesito ci ha pensato il generale Raymond Thomas, comandante delle operazioni speciali dell’Us Army. In un’intervista rilasciata all’Aspen Institute, Thomas ha ammesso che la Sdf non è altro che la riproposizione sotto mentite spoglie dell’Ypg, i cui militanti sono stati reclutati soltanto perché n c’era altra scelta. Riferendosi alle Syrian Defense Forces, il generale ha affermato che in precedenza suoi miliziani «combattevano sotto la sigla Ypg, che per i turchi equivaleva al Pkk. Così Ankara ci accusava di aver a che fare con un gruppo terrorista nemico della Turchia e ci chiedeva che razza di alleati fossimo. Così abbiamo cominciato ad esercitare pressioni affinché cambiassero il loro ‘marchio di fabbrica’. Domandammo loro in che altro modo volessero essere chiamati e ci risposero quasi subito che erano concordi sull’autodefinirsi Syrian Defense Forces. Ho pensato che fosse un colpo di genio inserire l’aggettivo ‘democratiche’ direttamente nel marchio, perché avrebbe conferito al gruppo una certa credibilità […]. I combattenti curdi hanno così acquisito quella legittimità necessaria per diventare buoni partner per noi […]. Così si è venuto a creare il rapporto di collaborazione tra noi e loro. Poi la diplomazia si sarebbe incaricata di elaborare una soluzione mediatica per presentare il tutto».

Le Sdf rappresentano quindi il surrogato della fanteria Usa, grazie alle quali Washington può contare su forze di terra presenti nelle regioni cruciali in cui si trovano i giacimenti petroliferi di cui il governo siriano ha necessità di riappropriarsi. C’è da chiedersi fino a quando Erdogan continuerà ad accettare la falsa distinzione tra Ypg a Sdf, perché sa benissimo che i combattenti curdi impiantati nel nord della Siria e supportati dagli Stati Uniti ambiscono a ritagliarsi uno Stato nazionale a cavallo tra Siria, Turchia, Iran ed Iraq. Il viaggio in Turchia del segretario di Stato Rex Tillerson è probabilmente finalizzato a fornire ad Erdogan delucidazioni in merito alle intenzioni statunitensi e mitigare la furia di un alleato fondamentale che tende ad allontanarsi sempre di più dalla Nato.

Persuadere il governo di Ankara sarà tuttavia un compito particolarmente arduo, visto e considerato che, il giorno prima dell’incursione dell’Usaaf, il presidente russo Vladimir Putin aveva avuto un colloquio telefonico con Erdogan al termine del quale era stato deciso di «rafforzare il coordinamento delle azioni delle forze armate e dei servizi speciali di Russia e Turchia per combattere i gruppi terroristici che violano il cessate il fuoco […]. È stata sottolineata l’importanza di una chiara e rigorosa osservanza degli accordi di Astana per la creazione di zone di de-escalation in Siria. Entrambe le parti hanno confermato il loro impegno a un assetto politico e diplomatico basato sulla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in linea con le decisioni del Congresso del Dialogo nazionale siriano che si è tenuto il 30 gennaio a Sochi».

Di ciò è consapevole il senatore democratico Tim Kaine (ex candidato vicepresidente di Hillary Clinton), che in qualità di membro del comitato senatoriale per le relazioni estere e le forze armate ha espresso «sollievo per il fatto che nessun membro degli Stati Uniti o della coalizione sia stato ferito nell’attacco, ma rimango gravemente preoccupato dall’atteggiamento dell’amministrazione Trump che si è deliberatamente infilata in un grande conflitto senza alcuna autorizzazione da parte del Congresso e senza perseguire obiettivi chiari». Lo stesso capo del Pentagono James ‘mad dog’ Mattis si è detto ‘perplesso’ circa la dinamica dei fatti che ha portato allo scontro in Siria, dichiarando di non poter dare «alcuna spiegazione sulle motivazioni» che possano aver indotto le forze lealiste ad Assad ad attaccato un caposaldo delle Sdf.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore