giovedì, Settembre 23

Perchè Giulio Regeni smaschera tutti noi. Nessuno escluso Se arriva giustizia, ci quieteremo ma presto dimenticheremo Giulio. Quella si che sarebbe un’ingiustizia. Invece vogliamo che vostro figlio resti qui con noi. E’ tanto scomodo così, in questo stato di sospensione. È immortale

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Mai come in questi giorni il genitore che c’è in me fatica a distrarre il pensiero dalla madre e dal padre di Giulio Regeni, memoria di una tragedia che non è solo della loro famiglia, ma tocca la piaga delle ipocrisie che governano i comportamenti degli uomini, sospesi tra proclami e realismo, paralizzati dagli intrecci presenti nelle cose del mondo, di cui siamo sempre complici.

Non c’era bisogno delle terribili torture inflitte a Giulio perché emergesse la mediocrità di molta parte della classe politica, un giudizio che va oltre gli attuali rappresentanti, figli del disimpegno collettivo.
Un appiattimento che investe tutti i settori della vita civile e religiosa, inclusa la stampa, che con la politica deve negoziare tutti i giorni la propria sopravvivenza.
Ecco perché parlare di Giulio significa parlare di noi, senza eccezioni, di chi fa la cronaca e di chi la racconta, sovente secondo sensibilità addomesticate dall’opportunismo.

Per quasi venti anni sono stato editorialista di un meraviglioso settimanale siciliano, che per le sue benemerenze e il suo coraggio era stato premiato dal Presidente della Repubblica. Quella testata diventò una sentinella straordinaria, ruolo pagato a caro prezzo dall’editore, dalla direttrice e da alcuni onesti giornalisti, messi sotto pressione da oscuri intrecci, venuti alla luce durante le indagini che riguardavano Antonello Montante. Chi è interessato può andarsi a leggere la relazione della commissione siciliana antimafia.
La vita dell’editore e stata letteralmente stuprata. La direttrice, giornalista vera, dirige l’edizione locale di una testata e spende tutto ciò che guadagna in avvocati e in risarcimenti, frutto di quella sistematica pressione.
Lo racconto a beneficio dei genitori di Giulio, dopo le nuove rivelazioni sul modo in cui sarebbe stato ucciso il nostro giovane connazionale, torturato a lungo e crudelmente da quattro delinquenti della Polizia segreta egiziana, con la complicità di un sindacalista e di una docente avventata.
Ne parlo non certo per consolarli, impossibile, ma solo per dire loro che la grammatica del cuore dell’uomo e delle culture, anche nei nostri paraggi, richiede ancora tanta fatica, un’impresa a cui Giulio versa un obolo straordinario.

L’orrore delle ultime ore di vita del loro ragazzo, così pulito, mi fanno sentire, come genitore, lo strazio che alberga nei loro animi, condividere la rabbia contro il politico del Movimento Cinque Stelle, che all’opposizione sembrava la personificazione dell’intransigenza e ora flirta disinvoltamente con quella parte della realtà che chiamiamo realismo’, peccato che i voti li avesse chiesi e ottenuti in versione tutta d’un pezzo, quando reclamava la rottura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto.
«Quando riescono a entrare nel palazzo, i rivoluzionari fanno cambiare le serrature e gettano via le chiavi». Dice il grande cineasta americano.
Il fatto è che abbiamo tanto voglia di rivoluzioni, per questo fatichiamo a smascherare gli impostori prima che varchino la soglia del palazzo.

Da qualche settimana, lo dico ancora ai genitori Regeni, sono in continuo contatto con un caro amico sacerdote. Sta vivendo una fase laboriosa del suo ministero a causa, nientedimeno, di un appalto. Riguarda un edifico sacro, qualche milione di euro di lavori. Lui, committente, vuole procedure limpide, altri non sono dell’avviso. Ci parliamo molto, mi mette a parte del percorso disegnato, capace di garantire il diritto di tutti, prima di ogni cosa quello di essere valutati con onestà e rigore, ma le maggiori resistenze arrivano da soggetti insospettabili, consacrati, che poi vorrebbero insegnarci come dovremmo vivere, ma non sono in grado di indirizzare neppure la loro vita. Ognuno di essi vorrebbe imporre un’impresa, un amico, un parente, ricorrendo a metodi non difformi da quelli usati dai professionisti dell’illegalità. Così va il mondo, Giulio lo sapeva bene.

Vostro figlio, cara mamma e caro papà Regeni, forse non otterrà giustizia, ma la speranza si nasconde proprio in questo possibile scorno, in questo cerchio che dentro di voi potrebbe non chiudersi, rimanendo come una richiesta non soddisfatta dunque perennemente reiterata. Da voi, da noi, da coloro i quali credono che quanto accaduto a vostro figlio nasconda più di quanto osiamo immaginare o ci illudiamo nasconda. In particolare, il perverso equilibrio di questo mondo, che si regge su cedimenti continui, su smentite scandalose, su compromessi inconfessabili, su politici, giornalisti, professionisti, operai, impiegati, preti e altri a piacere, che recitano parti in cui non credono, perché il loro primo pensiero è mantenere quanto acquisito, rendendolo perenne.

Se arriva giustizia, difficile però ve ne sia nella palude egiziana, ci quieteremo ma presto dimenticheremo Giulio. Quella si che sarebbe un’ingiustizia. Invece vogliamo che vostro figlio resti qui con noi, vogliamo ritrovarlo sugli striscioni dei palazzi pubblici e nelle nostre coscienze, solo così potremo diventare meno codardi, solo così avremo meno finti giornalisti, meno finti politici, meno finti preti e meno finti rivoluzionari.

Giulio, credetemi, è tanto scomodo così, in questo stato di sospensione, come il quadro promesso dall’autore e mai ricevuto dal poeta, giacché il primo morì dopo la promessa. Ora quell’opera non c’è ma è come se fosse dappertutto, è assai più di quanto sarebbe stato. È immortale.

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