lunedì, Ottobre 25

Perché Genova trema Esondazioni, disastri, vittime. La psicosi di una città diventata ostaggio dei suoi fiumi

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 Genova-Alluvione-2014


Genova
9 /10 ottobre 2014: la notte del terrore. Genova, straziata dallo straripamento di cinque fiumi, Bisagno, Fereggiano, Sturla,Torbella, e lo Scrivia nell’entroterra, è una città violata e sconvolta, prigioniera della paura e dell’impotenza. In 24 ore piombano dal cielo 700millimetri di pioggia. Una quantità enorme, la metà di quella che mediamente cade in un anno. A terra, l’effetto delle precipitazioni, si moltiplica per mille: i fiumi impazziti, dopo aver sgretolato gli argini, ingoiano interi quartieri e restituiscono distruzione e dolore. A tre anni dalla terribile alluvione del 2011, costata 6 morti, si conta un’altra vittima Antonio Campanella, 57 anni, annientato da un’onda assassina. Molti altri si salvano. Stefano L. è un sopravvissuto all’esondazione dello Sturla.

La tempesta di lampi, il boato dei tuoni, poi uno scroscio fortissimo. Ho visto l’acqua penetrare in casa, sotto la fessura della porta. Il mio pensiero è stato quello di uscire per non fare la fine del topo in trappola. Ho raccolto in fretta la mia roba, ma l’acqua era più veloce dei miei gesti, entrava a getti sempre più forti. 5, 10, 20 centimetri. Ho avvertito la pressione della piena contro la casa… Il cuore a mille. L’acqua è penetrata nell’intonaco e nei mattoni, ha forato il muro ed è schizzata in casa sotto forma di zampilli e fontanelle. Ho preso quello che potevo. Ho chiuso gli occhi e con la forza della disperazione, dopo non so quanti strattoni, sono riuscito a spalancare la porta d’ingresso già deformata. Un’onda mi ha investito. In soli 30 secondi, l’acqua è salita da 20 centimetri a un metro e mezzo. Gli arredi più leggeri, proiettati in alto, galleggiavano contro il soffitto. Ho evitato per un soffio la sagoma del frigorifero, scagliato dall’onda. Dentro casa, ho nuotato sott’acqua per raggiungere l’uscita. Sono riemerso all’aperto. Ero salvo.

Ogni genovese lo custodisce dentro di sé. E’ un campanello interiore, una sorta di allerta ancestrale pronto a scattare nel periodo di massimo pericolo: quello storicamente compreso tra la metà di settembre e la fine di novembre, quando la Liguria è vittima sacrificale di celle temporalescheseriali’; mostri ciclonici, accompagnati da forti e umide correnti in arrivo dal mare, che formano la genesi di imponenti temporali. Gli anziani raccontano che a Genova l’alluvione si sente in anticipo. Bisogna annusare l’aria, capire la pioggia e osservare i fiumi. Una combinazione di buonsenso, istinto e saggezza. Rispetto agli irritanti approcci istituzionali, la distanza appare siderale. Genova, attonita, si chiede perché, dopo 15 ore di pioggia, non sia stato emanato alcun allerta, l’unica contromisura davvero praticabile, in una città ad altissimo rischio, dove sul fronte della prevenzione e degli interventi di somma urgenza siamo ancora inchiodati all’anno zero. E ancora ci si domanda per quale ragione bizzarra, poche ore prima del disastro, sia stato addirittura disattivato il Numero Verde di Protezione Civile, servizio che verrà ripristinato solo a catastrofe avvenuta. Un sistema di informazione lento, farraginoso, burocratico. Sicuramente inadeguato alle emergenze e ai tempi. Franco Gabrielli, Capo della Protezione Civile non ha dubbi ad ammettere che: “c’è stato un errore nella valutazione, ma non possiamo crocifiggere nessuno. Per una città, che ciclicamente, deve fare i conti con fenomeni di questa portata, è una magra consolazione.

Mentre le polemiche infuriano, nelle strade si respira ancora una volta l’aria della catastrofe. Chi si era faticosamente risollevato, con le proprie forze, dal disastro di tre anni fa, è di nuovo in ginocchio, ha perso tutto e non sa come ripartire. “Chi ci governa non venga a chiederci il pagamento delle tasse“. Così un commerciante dopo l’alluvione. Acqua e fango hanno semidistrutto il suo negozio di abbigliamento: “I capi sono perduti. Almeno per i primi mesi, il Governo non deve farci pagare le tasse“. Appello già raccolto dal Comune che ha deciso di sospendere il pagamento delle imposte locali.

Dopo anni di lutti, polemiche, processi e danni per milioni di euro, la perturbazione ‘autorigenerante’ ha nuovamente sferrato il suo colpo mortale contro una città inerme.

Rassegnazione, rabbia, indignazione, gli stati d’animo dominanti. La tensione è alta. Basta solo nominare la Protezione Civile, l’Arpal o qualsiasi altra istituzione, e gli animi si infiammano. Nel mirino delle contestazioni più feroci, la galassia di enti ed organismi di Protezione Civile, tutela del territorio e dell’ambiente; carrozzoni e pozzi di inefficienza, dove pletore di oscuri dirigenti e funzionari, retribuiti e premiati lautamente per meriti inesistenti, scalano le carriere. I fallimentari risultati operativi, del resto, sono sotto gli occhi del mondo. Una vergogna. La città ferita chiede a gran voce di indagare anche su questo capitolo.

Gli alluvionati sulle barricate sono soli, sfiniti, abbandonati, divorati dall’ansia. Genova piange, ma lo Stato è assente. Contro lo spaventoso dissesto pochi mezzi e supporti logistici maledettamente carenti. Una guerra persa.

La città, senza difese, rivive ogni anno la paura del cielo livido. Così, quando a Genova piove, il pensiero di una comunità intera, volge al reticolo di torrenti che a decine, per più di 50 chilometri, scorrono sotto le strade, tra i palazzi, in mezzo ai labirinti grigi, di asfalto e cemento. Ogni genovese sa che una precipitazione intensa di pochi minuti, può degenerare in catastrofe. Perché ai fiumi e alle vallate è stato rubato tutto: lo spazio vitale, l’aria, il rispetto, la cura. Ecco perché a Genova tutti i corsi d’acqua sono come belve silenti, che da un momento all’altro potrebbero uscire dalle gabbie.

Fabrizio de Andrè, nella canzone ‘Dolcenera’, prendendo spunto dalla terribile alluvione del 1970, ha rappresentato la spaventosa ribellione della natura offesa. Versi potenti che raccontano più delle immagini.  

«nera che porta via, che porta via la via, nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera. Nera che picchia forte che butta giù le porte… Nera di malasorte che ammazza e passa oltre, nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna. Luna nera di falde amare che passano le bare… acqua che porta male, sale dalle scale. Sale senza sale. Sale acqua che spacca il monte, che affonda terra e ponte… Acqua di spilli fitti, dal cielo e dai soffitti. Acqua per fotografie, per cercare i complici da maledire. Acqua che stringe i fianchi, tonnara di passanti»

A Genova le corrispondenze urbanistiche tra acqua e cemento, tra realtà viva e toponomastica, sono talmente strette, da risultare sorprendenti: spesso le strade portano lo stesso nome dei fiumi che vi scorrono sotto. Prendiamo il caso del Fereggiano, il rio che nell’alluvione del 4 novembre 2011 provocò la morte di 4 donne e 2 bambine. La fame di spazio ha trasformato questo fiume in una strada, e così, la trafficata via Fereggiano nasconde il torrente omonimo, che striscia, sepolto, sotto negozi, case, scuole. Una bomba innescata pronta ad esplodere al primo nubifragio. Scenari che si ripetono, identici, in altri quartieri cittadini costruiti sui corsi d’acqua. Scempi edilizi e stratificazione selvaggia che Genova ha ereditato dal ‘sacco’ degli Anni ‘60 e ‘70, quando si arraffava ogni francobollo di terra, per innalzare nuovi quartieri in modo caotico e incontrollato.

Nel territorio genovese, secondo una recentissima indagine di Legambiente, 100mila persone vivono o lavorano in aree ad alto rischio idrogeologico. Il pericolo è rappresentato, soprattutto, dal Bisagno, il torrente, classificato da decenni emergenza nazionale, che attraversa la città con un percorso di 12 chilometri, tutti ad altissima densità abitativa. Negli anni ‘30 si decise di trasformare il letto del fiume in un quartiere nuovo e il Bisagno fu sepolto in una galleria. Ma il progettista di allora prese un abbaglio: al tunnel, scavato sotto la ferrovia di Brignole e sotto il quartiere Foce, diede le dimensioni di un fiume capace di 500 metri cubi d’acqua al secondo, quando invece la portata è di 1.300. Un ‘collo di bottiglia’ che dai tempi di Benito Mussolini aspetta di essere rimosso. In questa sciagurata strozzatura, l’onda di piena non passa, viene respinta, torna indietro e sfonda gli argini, allaga e uccide.

E’ accaduto nel ’48, nel’53 e poi ancora nel ’70, la madre di tutte le alluvioni, scolpita nella memoria della città. Due giorni di feroce diluvio. 900 millimetri di acqua caduti su Genova in sole 24 ore. 44 morti, oltre 2mila sfollati e una città fantasma, coperta di melma.

Poi, quasi ogni anno, sempre in autunno, altri disastri. Occhio alle date. La cadenza cronologica delle sciagure è quasi chirurgica.

Il 27 settembre 1992, 150 millimetri d’acqua, trasformano le strade in torrenti in piena. A Sturla, altro quartiere genovese ad altissimo rischio, nonna e nipotino, sorpresi da un’onda nera, muoiono annegati nel loro appartamento al piano terra. 3 i dispersi, mai più ritrovati.

Ma ancora più violento è il nubifragio che si scatena l’anno successivo, il 23 settembre 1993. In due giorni cadono sulla città 353 millimetri d’acqua. La zona più colpita è il Ponente genovese. Le cronache di quei giorni raccontano di 2 morti e 3 dispersi. In Val Varenna decine di paesi completamente isolati, strade scoperchiate, fabbriche e negozi sventrati.

Un anno dopo, il 30 agosto 1994, la puntuale, terribile replica. Su Genova una tromba d’aria nel mezzo di un violento temporale. In porto, epicentro del disastro, le gigantesche gru di Ponte Rubattino, scardinate dalla tempesta, si afflosciano sulle banchine: un operaio, intrappolato all’interno di una cabina, muore nello schianto: due giorni dopo sarebbe andato in pensione. Oltre 50 i feriti.

4 ottobre 2010: Sestri Ponente viene investita dall’esondazione contemporanea di quattro torrenti. L’acqua ruggisce e ribolle, scardina i parapetti, trascinando a valle tonnellate di detriti e decine di auto che si ammassano contro i ponti. Un uomo di 44 anni viene inghiottito da una cascata di fango. Verrà recuperato in mare tre giorni dopo. L’alluvione di Sestri Ponente è lo specchio del dissesto. Tutti, adesso, si accorgono dell’esistenza di un palazzo – diga, costruito direttamente sul letto di uno dei fiumi straripati: il famigerato civico 15 di via Giotto, un enorme tappo di cemento sul torrente Chiaravagna, che diventa l’immagine – simbolo della catastrofe e dell’umana follia. Dopo due anni e mezzo, finalmente, il palazzo verrà demolito.

Trascorre un anno. A Genova l’appuntamento con l’inferno si materializza il 4  novembre 2011. La città è sotto l’assedio della pioggia da ore. Il rio Fereggiano si ingrossa a vista d’occhio e inizia a caricare potenza. Tonnellate d’acqua sbalzano tra l’asfalto e il cemento della ripidissima valletta su cui è stato edificato il popoloso rione di Quezzi. Per rispettare le basilari condizioni di sicurezza e sostenibilità ambientale e sociale, in quest’area dovrebbero vivere 2mila persone. In realtà gli abitanti sono 12mila. E’ l’ora di pranzo, l’una e un quarto. In via Fereggiano gruppi di mamme si affrettano, sotto il nubifragio, per correre a scuola a prendere i loro bambini. Il pensiero è portarli al sicuro, dentro casa. Ma trecento metri più a monte accade l’irreparabile. Uno sbarramento di rami e detriti ha tappato l’imboccatura del torrente che scorre sotto la strada. Il Fereggiano in piena esplode, esce dagli argini, travolge tutto: macchine, moto, cassonetti dell’immondizia, il chiosco di un’edicola, due autobus pieni di gente. L’apocalisse. Spinta da una pressione di tonnellate d’acqua, la marea si abbatte come un cecchino su 4 donne e 2 bambine, la più piccola di 11 mesi. Cinque corpi verranno ritrovati nel sottoscala di un palazzo. Il sesto, poco lontano, sotto un’auto. Anche allora, come oggi, difetti di comunicazione, ordinanze confuse, la mancata chiusura delle scuole nonostante il massimo grado di allerta, e in più l’ombra di un falso e cinico verbale, confezionato dalla Protezione Civile locale, nel quale l’esondazione del Rio Fereggiano viene retrodatata di un’ora al fine di accreditare la versione della ‘bomba d’acqua’, contro cui, nulla si poteva. Il processo è in corso.

Lutti, tormenti e disastri, sempre negli stessi luoghi e sempre nello stesso periodo. Lezioni e batoste, che tuttavia, non hanno insegnato nulla. Le cause sono infinite. Ne evidenziamo alcune.

Si continua a costruire nei pressi dei torrenti, sui crinali delle colline e nei fondovalle: la Regione Liguria ha ridotto a tre metri, la distanza dalle sponde dei corsi d’acqua dove poter edificare. A Genova e in Liguria è sempre attivo un potente e trasversale partito del cemento. Non si fa prevenzione. Non si mettono in sicurezza i versanti delle montagne, non si puliscono gli alvei dei fiumi. Poi piove, e la gente muore.
Il piano nazionale di prevenzione del dissesto idrogeologico non è mai partito, perché i fondi promessi sono stati sempre tagliati, oppure impiegati per sanare le urgenze provocate dalle continue catastrofi. I lavori per la messa in sicurezza del Bisagno, con 35 milioni di euro già stanziati, sono paralizzati da anni a causa di un ricorso al Tar da parte delle imprese che hanno perso la gara d’appalto. Incuria, carenza di risorse, soffocante burocrazia, contenziosi e intollerabili paradossi come quello che permette di spendere le risorse dopo i disastri, mentre il Patto di Stabilità non consente ai Comuni di intervenire prima che questi avvengano.

Tutto questo, mentre il sistema idraulico di Genova sta andando in tilt. A tre anni dall’alluvione del 2011 si attende ancora lo sblocco dei lavori per la realizzazione dello scolmatore del rio Fereggiano. L’avvio delle opere, atteso da 20 anni, è sempre annunciato come imminente, ma intanto il fiume, come si è visto, continua ad allagare e a terrorizzare. Per il disastro del 2011, la precedente Amministrazione, oggi sotto processo, deve rispondere, tra l’altro, dell’accusa di omicidio colposo plurimo. Stessa ipotesi di reato, al momento contro ignoti, per il disastro di questi giorni.

E’ una macabra litania che attraversa gli ultimi 44 anni di gestione criminale del territorio. Diverse generazioni politiche, alcune ormai dimenticate, non hanno saputo comprendere e leggere i pericoli che si celavano dietro lo sfruttamento brutale di una città fragilissima.

Oggi, a liberare Genova dal fango, centinaia di ragazzi, per lo più studenti. I giovani ‘senza futuro’ di una città, che per loro, non ha saputo creare occasioni; che si è chiusa in un declino economico e politico, sospinto, anche, dalle frequenti calamità. Ragazzi, che in questo momento, si riappropriano di quegli spazi dove non erano ammessi (negozi, officine, supermercati, piccole aziende) perché ‘non ci sono soldi’ o perché ‘sei troppo giovane’. Lo fanno con una pala, con il sorriso, con la voglia di lottare che solo i ventenni possono avere. Da loro arriva la spinta per aiutare la Superba a rialzarsi. Ancora una volta.

 

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