martedì, Settembre 28

Perché Cina e mondo arabo ora sono più vicini field_506ffb1d3dbe2

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Parafrasando una locuzione mai desueta (purtroppo) qui in Europa, potremmo dire che Cina e Arabia Saudita sono oggi i ‘grandi malati d’Asia’. Nel 2015 l’economia cinese ha ulteriormente rallentato, la crescita del PIL si è fermata al 6,9 per cento ottenendo il peggior risultato dal 1991: le imprese cinesi si trovano alle prese con una pericolosa crisi di iperproduzione, e le prospettive future non sono delle migliori. L’Arabia Saudita annaspa per non affondare in quel suo mare di petrolio che ne ha sancito la gloria e ora può portarla alla rovina: il valore del greggio oscilla paurosamente intorno alla soglia dei 30 dollari al barile, e in un Paese dove l’export di idrocarburi contribuisce al 40 per cento della ricchezza prodotta è a dir poco uno shock. Qui la spesa pubblica è ormai fuori controllo, con il deficit di bilancio che va oltre il 20 per cento del prodotto nazionale lordo. In meno di un anno Riyadh ha bruciato più del 10 per cento delle riserve di valuta estera: secondo un rapporto di Citybank pubblicato in ottobre (quando il prezzo del barile era a 40 dollari, soglia che oggi sarebbe un sogno per i Paesi produttori…), ciò avrebbe comportato per i Sauditi il consumo di tutta la ricchezza derivatagli dal petrolio nel giro di tre anni. Oggi che il valore è anche più basso, quel termine potrebbe essere inferiore a due.

Il vertice della scorsa settimana tra il re saudita Salman e il presidente cinese Xi Jinping ha avuto un prologo alquanto inedito: il quotidiano ‘Alriyadh’ ha ospitato un fondo di Xi che chiama i due Paesi ad essere buoni partner in nome di uno sviluppo comune. Non c’è da stupirsene. Ryiadh e Pechino si cercano e si trovano, perché mai come in questo momento hanno reciproco bisogno l’una dell’altra. La Cina è interessata ad un potenziale mercato che include non solo il Golfo Persico ma anche la sponda sud del Mar Mediterraneo: una manna per le imprese cinesi, che oltre a fare i conti con le giacenze in patria stanno anche subendo danni dal mancato ritorno economico degli investimenti in Kazakhstan ed Asia centrale, dove pure il governo aveva puntato in ambito-cooperazione ma dove il crollo del greggio ha ridotto, e molto, la domanda verso beni e servizi ‘made in China’.

Non è perciò casuale che nell’Agenda dei colloqui sia stata posta molta attenzione alla cooperazione in settori classici come infrastrutture, commercio, aerospaziale, ma soprattutto energia pulita e nucleare di ultima generazione: Pechino ha capito che la batosta economica provocata dalla repentina discesa del prezzo del greggio comporterà per l’Arabia l’avvio di un non più rinviabile programma di diversificazione dell’economia, a cominciare dal settore energetico, che oggi è legato mani e piedi al petrolio.

Per i sauditi l’età dell’oro (nero) è finita. Lo stesso principale acquirente del loro greggio, la Cina, tenderà ad importarne sempre meno a favore di fonti energetiche più pulite, come il fotovoltaico, e più autarchiche, come il nucleare. Ma quella stessa industria cinese che dovrebbe privare l’Arabia Saudita del suo principale cliente, con il suo ‘know-how’ può contemporaneamente essere un ottimo volano di sviluppo nel settore delle fonti alternative, da dove Riyadh vuol ripartire per riprendersi il suo ruolo di potenza energetica regionale, oggi messo a rischio, tra l’altro, dall’arrivo sul mercato del petrolio iraniano.

Dai colloqui sino-arabi è emersa l’ipotesi di introdurre un regime di libero scambio tra i due Paesi, il che la dice lunga sul fatto che se Xi Jinping ha bisogno di trovare nuovi mercati per dare una boccata d’ossigeno all’industria cinese, re Salman necessita di una rapida ripresa della crescita per salvare soprattutto il suo trono. La crisi economica si è trasformata in crisi sociale, il malcontento aumenta con il tasso di disoccupazione (12 per cento), e da un anno a questa parte l’ipotesi-golpe pende in maniera inquietante sulla testa del monarca.

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