martedì, Maggio 18

Perché agli italiani piace il risparmio gestito

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risparmio gestito economia

L’agosto del 2014 rimarrà nelle classifiche dei record del risparmio gestito, visto che in quel mese è stata abbattuta la soglia psicologica dei 1.500 miliardi di euro, raggiungendo la cifra record di  1.510 miliardi. Il risparmio gestito non è mai andato così bene, come conferma in una nota Assogestioni, l’associazione italiana nata nel 1984 che riunisce i gestori del risparmio: siamo già arrivati a un 12% in più di quei 1.332 miliardi amministrati nel 2013. Quindi basta fare un rapido calcolo per capire che le masse gestite dagli operatori specializzati, che in genere vanno a confluire in fondi comuni d’investimento, piani d’accumulo previdenziale o di risparmio e Sicav (Società di investimento a capitale variabile), sono poco sotto il valore del nostro Pil, 1.618,9 miliardi di euro nel 2013. Stiamo parlando del nuovo concetto di Prodotto Interno Lordo calcolato dall’Istat, che si ottiene aggiungendo alle voci classiche anche i proventi di attività illegali, spese per ricerca e sviluppo e armamenti.

I fondi, secondo molti investitori, in questo momento storico si stanno dimostrando più appetibili dei titoli di Stato, nonostante presentino costi più alti dovuti alle commissioni di gestione, alle spese di ingresso e di uscita. Tutte spese che chi punta sui Btp non deve sostenere. Inoltre per i fondi comuni da luglio è cambiata anche la tassazione sui guadagni realizzati: se prima era al 20%, ora è salita al 26%, mentre per i titoli di Stato l’aliquota rimane al 12,5%. Ma questa nuova tassazione non sembra aver scoraggiato gli italiani: ad agosto, nella contabilizzazione del risparmio gestito sono arrivati 12,7 miliardi di euro, portando il totale da inizio anno a 88,4 miliardi.

Sono due i motivi principali di questo trend secondo Alessandro Aspesi, Country Head Italia di Threadneedle Investments, la divisione di asset management di Ameriprise Financial, una delle più importanti società di servizi finanziari degli Stati Uniti. “Innanzitutto, ormai gli investimenti nei classici Bot, piuttosto che negli obbligazionari italiani, sono poco attraenti con i tassi di interesse a questi minimi storici. Per esempio se io sono un investitore e vedo che i titoli a cinque anni mi assicurano lo 0,9% all’anno, per me è poco. Le società di gestione quindi hanno letto questo momento e l’hanno sfruttato bene proponendo soluzioni interessanti a clienti che non erano convinti dai titoli di Stato. Inoltre le banche e le reti di promozione finanziaria si sono trovate in situazioni migliori rispetto al passato e hanno spinto sulle attività che portano a ricavi dai servizi: queste sono redditizie e permettono una migliore diversificazione del portafoglio. La seconda motivazione vale quindi sia per gli investitori, che hanno avuto una maggiore diversificazione del patrimonio, che per le banche, che hanno migliorato i propri bilanci”.

Il 2013 e il 2014 hanno visto ottimi risultati in senso assoluto, ma le buone notizie arrivano anche dal paragone con il resto d’Europa, analizza Aspesi. “L’Italia aveva un certo ritardo sul versante del risparmio gestito, ma negli ultimi due anni lo ha quasi colmati realizzando ottimi risultati. In termini di masse assolute in mano agli investitori il mercato italiano è in linea con i mercati tedesco, inglese e francese. Però dobbiamo anche tenere conto del fatto che l’investitore italiano è meno propenso al rischio rispetto agli europei: per fare un esempio, in Inghilterra la media di investimenti nei mercati azionari è del 30%., in Italia siamo al 15%”.

Se prendiamo lo stock complessivo di 1.510 miliardi affidati agli specialisti del settore, scopriamo che oltre la metà sono da ricondurre alle gestioni di portafoglio, per un totale di 818,8 miliardi di euro, mentre i restanti 691,6 miliardi sono affidati ai fondi comuni. Quindi emerge che gli italiani preferiscono avere un investimento personalizzato e concordato con il proprio gestore, anche se la vecchia regola l’unione fa la forza resiste e premia per una buona fetta chi indirizza una parte dei propri risparmi nelle gestioni comuni. Chi punta sui fondi comuni è convinto soprattutto dai fondi aperti (circa 650 miliardi sui 691 totali), che hanno la flessibilità per poter sottoscrivere nuove quote o chiedere il rimborso di quelle già in possesso in ogni momento. 

Niente di strano sulle preferenze per i fondi aperti, spiega Aspesi. Anche qui entra in gioco la bassa propensione al rischio dei nostri compaesani.L’investitore italiano vuole avere la possibilità di uscire quando vuole, nonostante la i fondi chiusi possano avere dei rendimenti più alti. Un altro aspetto che ci differenzia rispetto ai nostri vicini sono le cosiddette polizze vita unit linked, che hanno il vantaggio di un trattamento fiscale privilegiato rispetto al singolo fondo, sono insequestrabili e le banche possono coprire meglio la pianificazione finanziaria dell’investimenti. Le principali reti sono in netta ascesa in questo tipo di investimento, che è sempre di carattere finanziario ma con una copertura assicurativa”. 

Restando nel campo dei fondi comuni, emerge che i preferiti sono gli obbligazionari (302,5 miliardi, il 46,6% del totale), seguono appaiati i flessibili (136,8 miliardi, il 21,1%) e gli azionari (136,1 miliardi, il 21%) e poi via via i bilanciati e i fondi monetari, che insieme arrivano al 10%. Per completare il quadro, se guardiamo ai fondi di diritto italiano e a quelli di emanazione straniera, scopriamo che il Made in Italy vale circa il 30% del totale, con i suoi 196 miliardi, mentre gli esteri sfiorano il 70% grazie ai 452 miliardi di euro. I flessibili sono molto interessanti per il privato che non ha voglia di creare una propria allocazione, così può partecipare a tutti i temi dei mercati e poi, se serve, può prendere delle posizioni difensive”, spiega Aspesi. Occhio però a che cosa si intende quando si parla di flessibili. Sotto il termine flessibile ormai c’è di tutto, quindi ci sono molte dispersioni tra fondi che si sono mossi bene e altri che invece hanno perso quando il mercato diventava difficile da leggere. Però ripeto, posso capire che piaccia il pacchetto chiavi in mano e la piena delega al consulente. Un altro aspetto che ha ingolosito gli investitori è la proposta dei fondi flessibili di staccare delle cedole, così il cliente può avere un flusso cedolare costante durante l’investimento. In questo modo gli ricorda da vicino il comportamento dei titoli di Stato”.

In conclusione, quelli rilevati ad agosto sono numeri importanti, che evidenziano una certa disponibilità economica degli italiani. Il rapporto dell’Istat ci dice che nel primo trimestre di quest’anno «la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici, misurata al netto della stagionalità, è stata pari al 10% nel primo trimestre del 2014, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente ma in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2013. Il tasso di investimento delle famiglie è stato pari al 6,2%, risultando invariato rispetto al trimestre precedente ma in diminuzione di 0,1 punti percentuali nei confronti del primo trimestre del 2013».

Le condizioni delle casse pubbliche e la situazione delle imprese sono preoccupanti, ma c’è un’altra statistica che può fare ben sperare per il futuro ed è quella relativa ai debiti finanziari sul reddito disponibile: secondo i dati relativi al 2013 della Banca d’Italia siamo tra i migliori in Europa con il nostro 65%, in calo rispetto al 2012, nettamente al di sotto dell’85% di francesi e tedeschi e del 116% degli spagnoli, ma anche meglio del 95% della media euro. 

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