domenica, Maggio 9

Per non dimenticare Via Rasella

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via rasella

Lo spettacolo ‘Dopo via Rasella, scritto e diretto da Pier Paolo De Mejo, con progetto sonoro di Armando Valletta, è stato messo in scena al Teatro Elettra di Roma. Pier Paolo De Mejo ha studiato regia e sceneggiatura cinematografica all’Università di Roma Tre, dove nel 2008 si è laureato con una tesi sul metodo Stanislavskij e sul metodo Alder. Figlio di Carlo De Mejo, che è conosciuto anche con nome di Stewart May, ed è attivo nel cinema e nel teatro dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento, parallelamente agli studi universitari Pier Paolo ha lavorato in teatro come attore, esordendo accanto al padre nel 2002 con il ‘Macbeth’ di W. Shakespeare; dal 2005 dirige ed interpreta diversi cortometraggi e nel 2007 ha fondato con altri artisti una compagnia teatrale che porta il nome di sua nonna Alida. Nel 2008 ha realizzato ‘Come diventai Alida Valli’, un film-documentario sull’attrice italiana presentato quell’anno al Festival Internazionale del Cinema di Roma.

La vicenda presentata al Teatro Elettra ruota intorno alla figura di Antonio, ferroviere della Roma popolare ed ex alpino reduce dalla Guerra avvenuta sul suolo greco, che viene arrestato una mattina senza motivo dai tedeschi mentre va a lavorare, prima dell’attentato ai 33 soldati nazisti avvenuto in Via Rasella. Inscindibilmente legata ad Antonio è la figura di una donna, interpretata da Olivia Cordsen, che racconterà eventi fondamentali del Ventennio fascista e della Seconda Guerra Mondiale.

Insieme a P.P. De Mejo e O. Cordsen, vi è anche Antonio Pisu, che ha lavorato nel cinema interpretando la parte di Cicci Dalmastri nel film ‘Il Papa di Giovanna‘ di Pupi Avati del 2008; nel 2006 ha interpretato un altro ruolo nel film ‘Non c’è più niente da fare’ di Emanuele Barresi e ha partecipato a diverse trasmissioni televisive come ‘Al posto tuo’, ‘Domenica in’ e ‘Applausi’, mentre nel 2005 ha lavorato con Mirko Locatelli per la realizzazione del film ‘Come prima’. Ha recitato al fianco di attori come Giuseppe Cederna, Antonio Catania, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Rocco Papaleo e tanti altri. Con l’aiuto di Federico Tolardo ha scritto una serie dal titolo ‘Low Budget’, notata dalle società I-mage di Giovanna Cucinotta e Studio Universal che insieme decisero di produrre e distribuire tale serie.

Nel narrare la storia rappresentata al Teatro Elettra si deve tener conto che gli eventi storici sullo sfondo della vicenda sono una parte importante del nostro presente e aiutano a capire anche il periodo che stiamo vivendo, essendo passato soltanto mezzo secolo dall’attentato di via Rasella, crudele testimonianza nell’immagine e nel ricordo dei cittadini italiani, ma sicuramente da ricordare e da far comprendere anche alle generazioni i più giovani e per questo più distanti dall’evento.

L’attentato compiuto a via Rasella il 23 marzo del 1944, in una strada parallela a Via del Tritone, contro un gruppo di 33 soldati altoatesini arruolati nella 11a compagnia del III battaglione del Polizeiregiment ‘Bozen’ (il primo di tali battaglioni combatteva in Istria, mentre il secondo partecipò a varie azioni antipartigiane a Belluno, macchiandosi anche di alcune rappresaglie di massa), appartenente alla polizia d’ordinanza tedesca (Ordnungspolizei) che operava nelle province di Bolzano, Trento e Belluno, tutte riunite nel cosiddetto ‘Alpenvorland’ in seguito all’occupazione tedesca dopo il 1 ottobre 1943, fu guidato secondo alcuni storici contemporanei dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), secondo altri dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), presente in tutta Italia, e forma uno dei due atti drammatici e per alcuni versi feroci, insieme alla conseguente rappresaglia nazista che portò all’eccidio delle Fosse Ardeatine, seguiti alla dichiarazione di Badoglio di Roma come ‘città aperta’. La Commissione storica italo-tedesca, insediata il 28 marzo 2009 dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e di quella Federale di Germania, afferma a tale riguardo che l’attentato fu la più nota e «la più gravida di conseguenze delle azioni dei GAP, consistenti in attentati politici che avevano anche lo scopo di scuotere la maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava, ossia di dimostrare la forza della Resistenza e di mobilitare strati sempre più ampi della popolazione contro il regime d’occupazione»: obiettivo in genere non conseguito. Ancora oggi tale episodio è presente nella memoria dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime, come anche di molti cittadini romani, oltre che rappresentare una pagina di storia contemporanea che suscita tuttora accese e contrastanti polemiche.

‘Il Messaggero’ del 25 marzo di quell’anno descrive così la rappresaglia alle Fosse Ardeatine da parte dei soldati tedeschi, dopo l’attentato di via Rasella: «Nel pomeriggio del 23 marzo 1944, elementi criminali hanno eseguito un attentato contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella (…) Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati ed ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti-badogliani saranno fucilati. L’ordine è già stato eseguito.».

Nell’attentato in via Rasella la detonazione di un ordigno esplosivo, e il successivo lancio di quattro bombe a mano artigianali sui superstiti, causò la morte di 33 soldati tedeschi (non sono mai stati definiti con chiarezza i decessi avvenuti nelle settimane successive per le ferite riportate, anche se è probabile che rimasero feriti anche altri 110 militari) e di due cittadini italiani (tra cui il dodicenne Piero Zuccheretti, che, forse, era entrato in via Rasella dall’angolo con via del Boccaccio, quindi vicino al carretto, nell’attimo della sua esplosione, e un altro civile mai identificato con sicurezza, di cui non si sa se rimase vittima dell’esplosione stessa, o della successiva sparatoria), mentre almeno altre quattro persone furono uccise dal fuoco di reazione tedesco.

La rappresaglia tedesca che seguì questo attentato fu consumata presso le Fosse Ardeatine con l’uccisione di 335 prigionieri (tra i quali dieci rastrellati nelle immediate vicinanze di via Rasella), completamente estranei all’azione del GAP. Dopo vari e contrastanti processi, iniziati già dal 1948, di recente (22 luglio 2009) la Corte Suprema, accogliendo il ricorso di Elena Bentivegna, figlia di Rosario e Carla Capponi, ha classificato tale attentato come “legittima azione di guerra rivolta contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari”, affermando anche che è “lesiva dell’onorabilità politica e personale, mentre per la figura di Rosario Bentivegna ha dichiarato “la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l’ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all’attentato di via Rasella e l’assimilazione tra Erich Priebke e Rosario Bentivegna”. Secondo alcuni storici il contributo del CLN fu a Roma scarso ed episodico, anche perché non favorito in primo luogo dal contributo delle azioni militari, estremamente diverse da partito a partito, che rese irrealistico il peso di ciascun partito in sede di deliberazione collegiale, e in secondo luogo da una fondamentale diversità politica in seno a tale Giunta sul tipo di azioni da compiere, a seconda dell’orientamento al suo interno di ogni singolo gruppo; così i singoli partiti, e in particolare quelli di sinistra, meglio organizzati e più forti, o i gruppi non facenti capo ai sei partiti del CLN, si muovevano in sostanziale autonomia politica nella città romana. Durante l’occupazione tedesca un’ ”eroica minoranza” di partigiani della Resistenza fu presente a Roma, senza riuscire a coinvolgere attivamente la maggioranza dei cittadini romani che condivise un atteggiamento di tipo attendista, poco propenso a battersi attivamente contro i nazifascisti, pur desiderando una fine rapida della guerra e nascondendo qualche persona a rischio deportazione. Si lasciò così spazio alle azioni dei quattro gruppi del GAP, capeggiati da Antonello Trombadori fino al suo arresto, e successivamente da Carlo Salinari, alle quali non seguirono quasi mai azioni di rappresaglia su ostaggi civili da parte delle truppe tedesche, anche se erano morti parecchi militari stranieri occupanti, e che furono intensificate a seguito dello sbarco di Anzio.

In occasione della commemorazione del 25° anniversario della Fondazione dei Fasci di Combattimento, l’attentato di via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un’altra azione al Teatro Adriano, annullata per lo spostamento al Ministero delle Corporazioni a Via Veneto degli eventi, e che sarebbe stata di impatto simile a quello realmente compiuto. Per alcuni giorni il Comando Garibaldino aveva studiato gli appostamenti della compagnia tedesca dell’Ordnungspolizei che, dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccata via del Babuino si dirigeva verso via del Tritone e, costeggiando l’imbocco del Traforo, occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella sempre intorno alle 14:00 e proseguendo, giungeva al quartier generale al Viminale (dal dicembre del 1943 già sede del Ministero dell’Interno, trasferito a Salò). Si pensò così di attaccare la divisione militare in via Rasella per la scarsa presenza di botteghe e portoni, e conseguentemente di civili che transitavano in tale strada.

I partigiani che parteciparono all’azione erano stati impiegati nei GAP centrali già dal periodo successivo all’8 settembre 1943, compiendo 75 azioni di guerriglia urbana nel centro storico di Roma, e si erano disposti sulla strada nel modo seguente: Rosario Bentivegna (detto Paolo), studente di medicina, accanto al carretto contenente l’ordigno da fare esplodere in 50 secondi; in cima alla via, Carla Capponi teneva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna, per coprirne la divisa da spazzino e aveva una pistola sotto i vestiti; vicino al Traforo Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, oltre a Silvio Serra; all’angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei, mentre altri gappisti erano disposti in modo da coprirne la fuga.

L’effetto dell’attentato fu ancora più dirompente del previsto perché i militari tedeschi del ‘Bozen’ avevano tutti quanti cinque o sei bombe attaccate alla cintola, che esplosero causando una reazione a catena. Subito dopo l’esplosione, due squadre dei GAP, sotto il comando di Franco Calamandrei detto ‘Cola’ e Carlo Salinari detto ‘Spartaco’, lanciarono quattro bombe da mortaio Brixia (ma ne esplosero solo tre), modificate per essere usate come bombe a mano. Dopo tale lancio, Raoul Falcioni, Silvio Serra, Francesco Curreli e Pasquale Balsamo (anche se su questo personaggio non sappiamo esattamente che ruolo avesse nel GAP e in tale operazione) impegnarono i tedeschi in uno scontro a fuoco, mentre Capponi e Bentivegna si misero in salvo, raggiungendo poi Carlo Salinari che li attendeva in piazza Vittorio. Tutti e dodici i gappisti protagonisti dell’attentato restarono illesi e sfuggirono alla cattura da parte dei tedeschi, ma subito dopo la cessazione degli scontri in via Rasella, i superstiti del ‘Bozen’, coadiuvati da altre forze tedesche e fasciste affluite sul posto, iniziarono a rastrellare arrestando abitanti e passanti della zona circostante (10 italiani per ogni tedesco morto, più le 15 persone uccise dal soldato tedesco Herbert Kappler di sua spontanea iniziativa) che furono allineati sotto la minaccia delle armi contro la cancellata di accesso a Palazzo Barberini e quindi condotti in parte presso l’intendenza della Polizia dell’Africa Italiana (PAI), in parte presso il palazzo del Viminale, nelle cui cantine circa 300 persone furono ammassate e trattenute per accertamenti sino alla mattina successiva. Dieci di questo gruppo furono poi uccise alle Fosse Ardeatine.

Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato all’ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere per i 5 giustiziati non compresi nell’ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche, che secondo l’accusa doveva riguardare infatti i soli 32 militari morti sul colpo e non quelli deceduti in seguito, men che meno i successivi 9 che morirono nei giorni successivi. Nel 1977 egli riuscì però a fuggire dal carcere, come lo stesso Priebke, anche lui coinvolto nell’eccidio in quanto aiutante come ufficiale dello stesso Kappler, che nel 1995 venne estradato in Italia e nel 1998 condannato all’ergastolo.

‘L’Osservatore Romano’ il 26 marzo di quell’anno pubblicò il comunicato tedesco che annunciava l’attentato e l’avvenuta rappresaglia, facendolo seguire da un commento non firmato, ma che rispecchiava il pensiero reazionario di Pio XII. Secondo l’opinione di Giorgio Bocca, scrittore e giornalista, la condanna da parte del Vaticano della violenza nell’attentato avvenuto nella Roma dell’occupazione nazista, pur seguendo la tesi fascista e attendista della ‘strage degli innocenti’, distingueva i tedeschi come ‘vittime’ dai partigiani ‘colpevoli’, i capi della Resistenza come ‘irresponsabili’ dai comandi tedeschi e fascisti definiti ‘responsabili’. Essa dimenticava che questi ultimi erano responsabili dello sterminio di sei milioni di ebrei innocenti del marzo 1944 (cosa di cui il Santo Padre era perfettamente al corrente), e non menzionava via Tasso e i suoi orrori che erano a pochi passi dai sacri palazzi del Laterano. Secondo Alessandro Portelli, storico, critico musicale e anglista italiano, che ha pubblicato anche il saggio ‘L’ordine è stato eseguito’ sulle Fosse Ardeatine, questa tesi interpretativa della Chiesa darà successo all’idea della rappresaglia nazista da parte di una certa destra politica e da parte dei Comitati Civici, che seguì all’epoca dell’attentato di Via Rasella e che diventerà preponderante nel dopoguerra, tanto da far spostare la colpa stessa sui partigiani, definiti come ‘irresponsabili’ per essere andati a nascondersi, lasciando al loro destino le vittime della rappresaglia. All’interno del CNL di allora fu diffuso un comunicato ufficiale di deplorazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, redatto da Bonomi su dettatura di Pietro Nenni il 31 marzo 1944 (ma probabilmente scritto più tardi, perché uscito a metà aprile di quell’anno), che proclamava come a Roma l’«ultimo colpo alla belva ferita sarebbe stato assestato dalle forze armate di tutti i popoli liberi» (ossia dagli eserciti alleati avanzanti), senza riferimenti alla prosecuzione della lotta partigiana.                                                                                         Secondo lo storico Enzo Forcella, il CLN avallò a posteriori l’attentato «per un senso di responsabilità politica e per non rendere insanabile una crisi che avrebbe avuto incalcolabili conseguenze su tutti gli sviluppi della lotta di liberazione», ma, senza confermare il proclama del Partito Comunista Italiano (PCI) relativo alla guerriglia a oltranza, avrebbe fatto capire che azioni analoghe all’interno della città non sarebbero più state sottoscritte. La mancata insurrezione della popolazione romana all’arrivo degli Alleati, cercata dalle forze di sinistra, avrebbe poi segnato il successo della linea di un’ala moderata del CLN e dell’azione diplomatica del Vaticano. Amendola, Pertini e Bauer furono sentiti anche come testimoni al processo Kappler del 1948 e dichiararono che l’attentato era stato «effettuato da una organizzazione militare a seguito di direttive di carattere generale date ad essa da uno dei componenti della Giunta Militare, direttive che traducevano l’indirizzo della Giunta medesima» , anche se nell’articolo di Pasquale Balsamo edito su L’Unità dell’epoca la decisione dell’attentato fu attribuita invece ai Corpi Volontari della Libertà e ai distaccamenti del GAP di Roma, il che richiama la dichiarazione rilasciata da Bentivegna al processo sulla partecipazione del CNL all’impresa. Come si legge anche nell’‘Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza’, ne venne data comunicazione anche ad Alcide De Gasperi, allora rifugiato nel palazzo extra-territoriale di Propaganda Fide, da parte di Giorgio Amendola.

Bentivegna invece nel 1939 dichiarò che la responsabilità dell’attentato era da riferire ai GAP; mentre nel processo civile per danni intentato dai parenti di alcune vittime delle Fosse Ardeatine nel 1949, Bauer imputa tale attentato ai comunisti, inteso come legittima azione di guerra per rendere difficile la vita dei tedeschi e dei fascisti dentro e fuori Roma. Enzo Forcella spiega le incongruenze tra tali ricostruzioni con l’esigenza di difendere il «paradigma antifascista», e con la volontà di attribuire un ruolo attivo nella decisione dell’attacco gappista al CLN, mentre ritiene completamente prive di ogni riferimento le motivazioni legate al disaccordo interno sorto dopo la sua esecuzione, ammettendo però il forte dissenso della componente moderata del Comitato e le difficoltà incontrate nell’evitarne la sconfessione. Portelli ha invece affermato che tali divergenze fanno diventare via Rasella ‘retroattivamente condannabile’ agli occhi dei moderati e che, nonostante i massacri, non è da sopravvalutare l’importanza di queste incertezze romane: il CLN non diede certo la direttiva di cessare gli attacchi contro i tedeschi in tutta l’Italia occupata. Edgardo Sogno, monarchico e anticomunista, approvò l’attacco di via Rasella con queste parole «la notizia di Via Rasella fu per noi  un momento di esultanza. E neanche la feroce repressione che seguì mi fece cambiare idea, anzi. Davo lo stesso giudizio dei comunisti: bisognava provocare i tedeschi, perché ogni loro reazione non farà che isolarli sempre più». A metà del 1944 Piero Calamandrei, giurista liberale, padre di Franco del GAP di via Rasella (che in seguito ai processi del dopoguerra e alle polemiche si schierò dalla parte dei GAP), riportò nel proprio diario un’opinione da lui attribuita all’amico Pietro Pancrazi riguardo al coraggio «molto simile a quello dei criminali, non dei soldati in campo nel compiere attentati contro tedeschi e fascisti, ossia il coraggio dei deboli che rivelerebbe il disprezzo per l’individuo, proprio dei partiti di massa».

In un’intervista del 1984 Norberto Bobbio, esponente del Partito d’Azione a Torino durante la Resistenza, ora filosofo e senatore a vita, giudicò l’attentato di via Rasella, estendendo il suo concetto sull’esperienza dell’uccisione di Giovanni Gentile ad opera dei GAP negli anni di piombo, dicendo che «gli atti terroristici, (sono) un atto di violenza fine a sé stesso, un atto in cui la scelta del mezzo non è commisurata al fine che si vuole ottenere (e che non si potrebbe ottenere in altro modo), ma è semplicemente un atto di violenza cercato e voluto come tale», esprimendo però pietà per i caduti del ‘Bozen’, definiti «vittime innocenti perché scelte a caso». Nella sua autobiografia del 1991 Vittorio Foa, altro esponente del Partito d’Azione torinese, scrisse: «Su via Rasella dalla nostra parte non si è parlato e non si parla. È un tabù. Io stesso ne sono coinvolto: adesso è la prima volta che ne parlo. Perché questo tabù? Per la stima che abbiamo delle persone che hanno eseguito quell’azione e il rispetto per la memoria di chi l’ha organizzato? Perché è sempre così difficile affrontare il nostro rapporto con gli altri? Non so. […]. Anni fa, passando con Lisa da Castelrotto in Val Gardena, andammo a visitare il cimitero di quel grazioso paese e restammo stupiti vedendo sulle tombe nomi di gente morta a Roma nel 1944. Dopo un po’ capimmo, erano i morti di via Rasella: erano dei ladini, soldati territoriali nella Wehrmacht. Ancor più del tragico spettacolo dell’ossario della via Ardeatina, quel cimitero di montagna mi ha riportato al tema della selezione in una guerra».

Nel 1994 Matteo Matteotti, all’epoca partigiano socialista a Roma, all’interno di un’intervista dichiarò di avere la «memoria un po’ allentata dal complesso di vicende», affermando che dopo la liberazione Pertini gli aveva detto che «non era stato favorevole ad un’azione militare di gappisti contro un reparto militare perché temeva che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all’efficacia dell’azione. Però rimase in minoranza […] e prevalse la tesi di Giorgio Amendola, che era convinto della necessità di dare una dimostrazione di forza, di coraggio e che bisognava, quindi, condurre a fondo un’operazione».

Dalle ricostruzioni più attendibili risulta dunque che l’attacco fu deciso in autonomia dai comunisti, senza informarne i rappresentanti degli altri partiti. Per parte sua Matteotti affermò: «Io ne ebbi le conseguenze indirette perché quando mi fu detto ‘Anche voi eravate favorevoli’, io dovetti dire che il nostro membro della segreteria Pertini non era stato favorevole a quella azione. […] son convinto che fu un’azione che non ebbe il senso e la dimensione delle azioni che devono avere in guerra anche gli atti di offesa al nemico, quando poi le conseguenze sono quelle che si riflettono sulla popolazione».

In un’intervista del 1997 Paolo Emilio Taviani, politico, storico, economista e giornalista, oltre che medaglia d’oro della Resistenza e uno dei capi del Movimento Partigiano in Liguria, dichiarò: «l’episodio di via Rasella è un episodio di guerra. Può essere stato scelto un po’ avventatamente, però questi erano militari che andavano al passo militare, in una Roma città aperta, contro i quali è stato usato l’attacco tipico dei partigiani. Nel CLN democristiani e liberali hanno protestato, nel CLN c’erano voci diverse che dopo si componevano. Ma, la guerra è la guerra, e la guerriglia partigiana ha regole sue. Chi non le accetta non deve neppure cominciarla», nel 1998 egli dichiarò inoltre di essere rimasto, a suo tempo, sorpreso del fatto che nella capitale l’attentato di via Rasella fosse oggetto di critiche: «io ero stupito che a Roma ci fosse gente che stesse a discutere di questo; a Genova abbiamo fatto di peggio, perché abbiamo fatto saltare un cinema dove andavano i soldati nazisti, sono morti cinque soldati nazisti».

Secondo Gabriele Ranzato, docente di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, l’attentato ha conseguito per le finalità della Resistenza un grande risultato di portata simbolica e pratica, con tutta la risonanza internazionale che implicò nella capitale la decisa volontà degli italiani di lottare contro il fascismo e i tedeschi, mentre ha mostrato invece la vulnerabilità di questi ultimi, incoraggiando a imprese i più audaci di coloro, che già si battevano contro di essi; con la sua esaltante esemplarità ha spinto molti uomini in tutta Italia a combattere gli occupanti e i loro collaboratori, mentre la responsabilità della rappresaglia e l’imprevedibilità criminale della sua portata appartiene soltanto a chi l’ha effettivamente compiuta, al fine della resistenza verso le continue rappresaglie armate. La legittimità dell’atto compiuto non fu tanto di natura giuridica, quanto di natura morale, come lo è quella di qualsiasi azione violenta diretta ad abbattere una tirannide che abbia il monopolio della legittimità giuridica. Il fatto che la decisione di compiere l’attentato fu del solo PCI, non ne limita affatto la legittimità, poiché quell’atto non contraddiceva alcuna disposizione né del CLN né del governo Badoglio, ed era anzi assolutamente coerente con tali esortazioni politiche a colpire il nemico comunque e dovunque ce ne fosse occasione.

A proposito di tale tesi, Paolo Pezzino, storico e accademico italiano, titolare della cattedra di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, socio fondatore della ‘Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea’ (SISSCO), membro del comitato di direzione della rivista ‘Passato e presente’, ‘Editorial advisor’ della rivista ‘Modern Italy. Journal of the Association for the Study of Modern Italy’, presidente del comitato scientifico del Museo Audiovisivo della Resistenza località Le Prade presso Fosdinovo (vicino Sarzana), scrive che si tratta di giudizi di una contaminazione fra il livello della ricerca storiografica e il livello etico-politico da lui non condivisi. Sul piano analitico non si può considerare la resistenza armata una guerra come tutte le altre, per la continua rivendicazione del proprio carattere combattente da parte dei partigiani, come la stessa pretesa di irresponsabilità dei soldati regolari nelle azioni di guerra e la medesima semplificazione di chi, riducendo gli individui ad automi irresponsabili delle proprie azioni, sostiene che gli ufficiali e i soldati tedeschi non avevano alternativa verso azioni inumane del loro comportamento a causa degli ordini draconiani che ricevevano.

Nel 2008 è stato pubblicato postumo un saggio dello storico americano Richard Raiber che afferma riguardo l’attentato di via Rasella che tale operazione non ottenne alcun risultato tangibile, poiché il reparto colpito non era di SS (abbreviazione del tedesco Schutzstaffel, ovvero squadre di protezione, quale organizzazione paramilitare d’élite del Partito Nazista tedesco). Tale operazione non provocò un’insurrezione, ma un’atroce rappresaglia e spinse i tedeschi a inasprire ulteriormente le misure repressive contro la già sofferente popolazione romana, timorosi che l’azione fosse collegata a un’offensiva alleata, da Anzio e Nettuno. Il libro di Raiber è stato criticato per la giustificazione fornita sui crimini di guerra della Wehrmacht e per aver attribuito la responsabilità delle rappresaglie anziché ai nazisti, alle popolazioni che ne furono vittima.

Alcuni storici più recenti, come Paolo Simoncelli, hanno sostenuto che la rappresaglia si sarebbe potuta evitare. In due suoi articoli del 2009 (‘Via Rasella, partigiani avvisati? Ecco la prova’ e ‘Il manifesto «scomparso»’) usciti sull’Avvenire rispettivamente il 17 e 18 marzo, egli ha riportato anche la testimonianza del medico Vittorio Claudi (morto nel 2006) di aver visto affisso un manifesto in piazza Verdi a Roma, nel quale vi sarebbe stata da parte del comando tedesco una richiesta di consegna dei responsabili dell’attentato prima di effettuare il massacro. In Oneri e onori Roberto Roggero, giornalista e storico, fa peraltro notare come «nulla garantisce che se gli autori dell’attentato si fossero presentati all’autorità tedesca, la rappresaglia non sarebbe comunque stata messa in atto», come nel caso di Vincenzo Giudice, militare come Maresciallo Maggiore della Guardia di Finanza e insignito di Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, perché nonostante egli si fosse consegnato, la rappresaglia venne effettuata lo stesso, con la morte di 71 persone, fra le quali molti bambini.

Fin dal processo per le Fosse Ardeatine, il tenente colonnello Kappler al Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948, dichiarò «se i responsabili si fossero presentati entro 24 ore dall’accaduto, la rappresaglia sarebbe stata evitata». Presente in aula come testimone, Rosario Bentivegna si difese immediatamente dalla contestazione presentatagli da parte di alcuni famigliari dei fucilati alle Fosse Ardeatine, affermando che i tedeschi non richiesero affatto la consegna degli autori dell’attacco e che non era sicuro che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia, cosa confermata dalla stessa Corte di Cassazione nel 2007. A fronte di ciò, Simoncelli ha comunque continuato a sostenere la tesi che i 156 uomini della 11ª compagnia del III Battaglione ‘Bozen’ al comando del maggiore Hellmuth Dobbrick non erano nulla più che un reparto di polizia formato da riservisti altoatesini con cittadinanza tedesca, impiegato a Roma con compiti di semplice vigilanza urbana, in quel momento in fase di addestramento e che dunque il risultato dell’attacco sarebbe stato militarmente inutile. I critici contemporanei sottolineano inoltre come nell’attentato furono coinvolti anche civili italiani, anche se la Cassazione tuttavia ha stabilito fossero solo due. I famigliari di costoro non hanno mai avuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana, in quanto l’attacco venne successivamente catalogato come legittimo atto di guerra. Secondo altri, l’attacco pregiudicò invece la Resistenza romana e la città stessa, e ben lungi dal migliorare le condizioni della popolazione residente, inferocì tedeschi e fascisti accrescendone la repressione sulla Resistenza e sui civili.

Nel giugno del 1980 Marco Pannella affermò pubblicamente che, secondo le informazioni da lui raccolte, «gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI e lo stesso comando ufficiale della resistenza romana erano contrari all’ipotesi dell’azione terroristica» e definì via Rasella «un atto di terrorismo», paragonandolo ad un’azione delle Brigate Rosse, aprendo una feroce querelle, durata a lungo, con Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, rispettivamente fondatore e comandante generale dei GAP romani, quest’ultimo recluso allora a Regina Coeli.

Nel 2002, Claudio Bussi, figlio di una delle vittime delle Fosse Ardeatine, in un articolo pubblicato su ‘L’Unità’ per l’anniversario del massacro, sposò la tesi di un atto di guerra «dettato da emotività più che da un preciso ragionamento, discutibile sul piano dell’opportunità e sbagliato se messo in relazione con le finalità che si volevano raggiungere», cui Bentivegna replicò definendo tale giudizio una manifestazione della «fantasia dei falsari e dei mistificatori e una tesi cara a tutti gli attendisti».

In occasione della morte nel 2012 di Rosario Bentivegna, lo storico Alessandro Portelli ha dichiarato che tale attentato «fu la più grande vittoria militare della Resistenza».

Un’altra ipotesi diffusa anche tra gli stessi parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine, appare quella della ‘rappresaglia cercata’, ripresa come atto d’accusa in un componimento del poeta Corrado Govoni dedicato al figlio ucciso, il partigiano Aladino di Bandiera Rossa, perché i tedeschi com’è noto reagirono con molte condanne a morte, secondo il loro solito modus operandi (il famigerato ‘dieci a uno’). A proposito del pericolo delle rappresaglie, Giorgio Amendola scrisse che, nonostante la più grossa responsabilità morale nella guerra partigiana fossero i sacrifici che si provocano, non soltanto dei compagni di lotta che vanno incontro alla morte, ma anche di quelli che hanno scelto liberamente quella strada e degli ignari che possono essere colpiti casualmente, era bene non farsi fermare dal ricatto delle rappresaglie, ma rispondere in ogni caso al nemico colpo su colpo e continuare la lotta, anche se ammetteva di non aver previsto l’inferno che si scatenò dopo tale operazione.

Nel giugno del 1997, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Maurizio Pacioni, ha ritenuto del tutto insostenibile l’accusa di Roberto Guzzo nei confronti di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, secondo cui l’azione di via Rasella non sarebbe stata diretta contro i tedeschi ma contro altri gruppi della Resistenza, e ha ritenuto che la testimonianza accusatoria di Guzzo contenesse solo «meri sospetti ed illazioni». Massimo Caprara, giornalista già sostenitore della tesi del complotto contro gruppi rivali del PCI, ha in seguito ammesso in sede giudiziaria di «non avere alcun elemento per affermare che l’attentato di via Rasella fosse strumentalizzato in direzione di una prevedibile rappresaglia nei confronti di militanti politici di diverso colore».

A proposito della rappresentazione teatrale ‘Dopo via Rasella’ abbiamo intervistato l’attrice protagonista Olivia Cordsen.

Olivia Cordsen, quanto è attuale oggi parlare dell’attentato di via Rasella e ha ancora senso parlarne ad diversi anni di distanza?

Attualissimo. È ancora oggi un evento avvolto nel mistero e dalle polemiche. A livello umano (è quello che ci interessava), dà la possibilità alle nuove generazioni e a quelle che verranno di capire quali atroci e spietate regole la guerra metta in gioco. Sul fronte politico, secondo molti storici ed esperti l’azione di via Rasella rientra fra quegli eventi su cui si è formata la nostra Repubblica.

Quanto questo attentato di Via Rasella a Roma è ancora vivo nella memoria dei cittadini italiani e non anche stranieri?

Inspiegabilmente troppo poco. C’è molta ignoranza sull’argomento. Si fa molta confusione sul periodo e su ciò che è accaduto. Eventi come questo, che hanno lasciato cicatrici così profonde nella storia del nostro paese, dovrebbero essere trattati con maggior riguardo e onestà intellettuale.

E Lei che è nata a Roma come vive la memoria dell’attentato di via Rasella, ad oggi ricordato nei buchi presenti sulle facciate delle palazzine di questa via romana? Il ricordo è vivo nella sua memoria anche dai racconti dell’epoca dei suoi famigliari o prima d’ora non ne aveva sentito parlare direttamente?

Ho un nonno che è stato partigiano e l’altro che era soldato semplice nella Wermacht. Di racconti ne ho sentiti molti! Ma su via Rasella, onestamente… Prima di iniziare a documentarmi per lo spettacolo, avevo solo qualche reminiscenza scolastica: sapevo che il 23 marzo i partigiani comunisti misero una bomba a via Rasella e uccisero una trentina di soldati tedeschi, e che i nazisti si vendicarono il giorno dopo trucidando 10 italiani (anzi, qualcuno in più) per ogni tedesco ammazzato. Ciò che ho appreso documentandomi è molto di più: non è avvenuto un rapporto causa-effetto così semplice.

In che cosa appare diversa questa rappresentazione teatrale dalle rappresentazioni di teatro più importanti su questo tema come ‘Radio Clandestina: memorie delle Fosse Ardeatine’ di Ascanio Celestini, ‘335. TRECENTOTRENTACINQUE’ di Paolo Buglioni, messo in scena nel 60° anniversario dell’eccidio, con il contributo del Comune di Roma nel piazzale degli ex Mercati Generali di Roma il 24 marzo 2004, da quelle cinematografiche ‘Dieci italiani per un tedesco (Via Rasella)’ del 1962 di Filippo Walter Ratti con Gino Cervi, Andrea Checchi, Sergio Fantoni, Ivo Garrani, Rappreseglia del 1973 diretto da George Pan Cosmatos e tratto da ‘Morte a Roma di Robert Katz, il quale ha collaborato alla sceneggiatura, prodotto da Carlo Ponti, con Marcello Mastroianni, Richard Burton, Renzo Montagnani, Delia Boccardo, oltre alla recente la realizzazione della miniserie televisiva ‘La buona battaglia- Don Pietro Pappagallo’ di Gianfranco Albano, con l’attore Flavio Insinna del 2006?

Quelle che vengono citate sono tutte ricostruzioni interessanti e importanti. Personalmente, con tutto il rispetto per l’uomo e l’artista, trovo il lavoro di Ascanio Celestini molto, troppo superficiale, e di questo ne sono dispiaciuta perché se un artista con così ampio seguito, come Celestini, decide di affrontare un tema così importante, e lo fa con la presunzione di rispondere e mettere la parola fine a polemiche decennali, a mio avviso dovrebbe trattare quantomeno la maggior parte degli argomenti in ballo (argomenti che, nel caso di via Rasella, non possono non essere citati), e non soltanto rispondere ad un paio di accuse rivolte negli anni ai GAP. Il nostro spettacolo ha tutt’altro spirito. Non abbiamo sete di rivalsa o di rivendicazione, né la pretesa di dare delle risposte su quanto accaduto. Parliamo di eventi fondamentali: la guerra in Grecia, l’avvento del Fascismo, la battaglia di Anzio, via Rasella, le Fosse Ardeatine. A raccontarli sono personaggi inconsapevoli, innocenti, inevitabilmente travolti dagli eventi stessi. E proprio il destino degli stessi personaggi si ritrova casualmente coinvolto durante le poco meno di 24 ore che separarono l’azione di via Rasella dall’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Su quali particolari temi e problematiche relative all’eccidio di Via Rasella è incentrata tale rappresentazione al Teatro Elettra?

Il centro dello spettacolo è rappresentato da una vicenda romanzata: il 24 marzo del 1944, Vittorio, ferroviere della Roma popolare, va a lavoro a piedi (come ogni mattina) da una borgata romana per raggiungere la stazione Termini, ma nel tragitto viene arrestato senza motivo da una camionetta con a bordo soldati tedeschi. Anche qui, come dicevo: un protagonista innocente, come gli altri personaggi, travolto dagli eventi e senza risposte.

Tale ricordo anche nelle opere teatrali serve soltanto ad alimentare ancora di più il sentimento di ‘revival’ di tale periodo storico o serve per far capire meglio ai più giovani e a non dimenticare nella memoria individuale tale periodo storico tra i più drammatici del Novecento, non soltanto per la città di Roma?

È fondamentale tenere vive non solo le testimonianze, la memoria storica di una generazione (quella di chi ha vissuto in prima persona gli eventi) che sta esaurendo le sue fonti dirette, ma anche ritrasmettere il pathos, l’emotività di chi, con gli occhi talvolta umidi di pianto, ci ha raccontato quel periodo.

Come è stato interpretare un ruolo incentrato su questo fatto storico e immedesimarsi in questo episodio storico distante a Lei(sentimenti, ricerca storica, mimica ecc.), considerato dalla Corte suprema di Cassazione come ‘legittima azione di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante e diretto a colpire unicamente dei militari’, connesso in maniera fortemente all’eccidio delle Fosse Ardeatine?

Ripeto a noi interessava, il lato umano della questione: non solo la vicenda del ferroviere travolto dagli eventi, ma anche quello di chi si è ritrovato ad intraprendere delle scelte scomode, talvolta atroci durante il conflitto. Per quanti riguarda il mio personaggio, interpreto il ruolo della donna durante il conflitto: la donna borghese fascista che passa dagli allori della battaglia del grano, alla fame del mercato nero; la paesana che si innamora del soldato americano appena sbarcato; la partigiana. È molto emozionante poter dare corpo e anima a personaggi così vivi e diversi.

I movimenti del Comitato di liberazione nazionale (CNL), sorto per la liberazione di tutta l’Italia occupata, ebbero scarsa partecipazione a Roma e i cittadini si riunirono indipendentemente nei Gruppi di Azione Patrottica (GAP) e in quelli di Bandiera Rossa. Secondo Lei il GAP fu determinate per questa legittima azione di guerra contro le truppe di occupazione tedesca a Roma e quanto i cittadini romani non furono collaborativi verso i tedeschi stessi, a volte nascondendo persone a rischio deportazione?

Mi rimetto a ciò che riportano le fonti storiche. Sulla prima questione, ci sono argomentazioni contrastanti: c’è chi dice che l’azione fu voluta dal CLN e chi dai GAP. Non so quanto possa cambiare le cose. Sulla seconda questione, credo ci fosse una gran parte della popolazione che contrastava l’operato nazista, come una gran parte di persone che, preso atto dell’occupazione ormai avvenuta, si limitava a non ‘provocare’ l’esercito occupante (la posizione mantenuta, ad esempio, dalla Chiesa).

La tragica morte di Pietro Zuccheretti, uno dei due civili rimasti uccisi nell’operazione contro i tedeschi, oltre ad un altro civile non identificato con chiarezza, è a noi la più nota, ma secondo fonti non ufficiali i caduti furono nel numero di 42 individui (contando in questi anche molti feriti). Una sorta di uccisione e ferimento in massa. Come si pone di fronte alle reazioni opposte e contrarie passate e più recenti [di approvazione (Edgardo Sogno), di pietà per le vittime scelte a caso (Noberto Bobbio), di attacco inutile e controproducente, di rappresagli cercata, di tesi di complotto contro i gruppi rivali del PCI)]e come definisce tale azione di guerra? L’attentato di via Rasella e l’eccidio delle Fosse Ardeatine sono due episodi sanguinosi e drammatici dell’occupazione tedesca di Roma. Di fronte alle recenti rivendicazioni naziste e fasciste che sorgono nel mondo sulla rete e anche in altre forme di ‘media’ le considera un fatto sporadico di una frangia minoritaria di popolazione o un nuovo problema che alimenta il razzismo del XXI secolo e potrebbe far scattare attentati simili verso altre forme di occupazione straniera o minoranze etniche presenti in quel luogo dove tali movimenti si creano?

Guardi, se ne sono dette di cotte e di crude. Personalmente, pur rispecchiandomi in parte della Resistenza italiana (quella parte composta da chi ha cercato, ad esempio, di respingere l’invasore a Porta San Paolo), non sono mai stata convinta dell’utilità dell’azione di via Rasella. In sintesi, credo abbia creato più disastri che vantaggi. Non mi sento di giudicare l’operato di chi lottava per degli ideali o per la libertà, ma ci sono alcune cose che mi lasciano l’amaro in bocca. Il fatto che delle morti civili a via Rasella, ad esempio, se ne sia sempre parlato sempre molto poco e solo di recente. Trovo increscioso e vergognoso che, in quella via, non ci sia neanche una targa in ricordo di Zuccheretti e di Antonio Chiarelli (l’altra morte accertata causata dalla bomba; un partigiano di Bandiera Rossa; le morti di Zuccheretti e Chiarelli sono certificate dall’anagrafe di Roma), ma la cosa che davvero non riesco a spiegarmi è: com’è possibile che la Magistratura abbia dichiarato falsa la foto del corpo dilaniato di Zuccheretti? Sono stata personalmente a via Rasella e ho identificato facilmente il punto esatto ritratto nella foto; è ancora oggi perfettamente visibile.

 

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