giovedì, ottobre 18

Per Mosca una duplice sfida nella terra dei mammut Lo sviluppo dell’Estremo Oriente russo, prioritario per Putin, richiede un’ampia collaborazione anche politica con tutti i Paesi vicini

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Gli Stati Uniti d’America sono diventati ciò che tutti sanno, nella loro storia e nella loro mitologia, dopo la conquista del Far West e in larga parte anche grazie ad essa. Pressocché contemporanea è stata anche l’espansione della Russia zarista e poi sovietica nel suo ben più sconfinato spazio asiatico, identificabile nella parte settentrionale con la non meno mitica Siberia comprendente la fascia nota come Estremo Oriente, in russo Dal’nij Vostok.

Dalnij, come Far, significa ‘lontano’, e la lontananza costituisce senza dubbio uno dei connotati più qualificanti, anche nel mondo attuale, di una regione che dista da Mosca più di 8 mila chilometri per chi viaggia in macchina, 8 ore di aereo e sei giorni di treno, essendo invece ben più vicina a Pechino, a Tokyo e all’Alaska. Normale, perciò, che quanto vi accade o la riguarda riscuota dalle nostre parti una certa risonanza solo in casi rari come la recente batosta elettorale subita da fiduciari di Vladimir Putin.

In realtà, meriterebbe più attenzione, benchè il paragone che viene spontaneo con il Far West yankee rimanga valido molto parzialmente nonostante gli sforzi fatti sinora dallo stesso ‘nuovo zar’ per conferire alla regione un peso e un ruolo di primo piano, corrispondenti al conclamato (e certo non immaginario) spostamento del baricentro dell’economia e della politica planetarie da ovest verso est, dall’area atlantica a quella del Pacifico.

Sono sforzi che devono fare i conti, oltre che con la lontananza e naturalmente con un clima poco meno che proibitivo, anche con i precedenti storici ovvero il carattere autoritario dei successivi regimi russi al di là del loro diverso colore, la cronica arretratezza relativa del Paese nel suo insieme e la vicinanza a potenze con ambizioni imperialistiche o altri Paesi grandi e meno grandi da essere minacciati quando non soggiogati.

Mentre nel Far West, invece, non dovevano temere nulla del genere i cowboys protetti all’occorrenza dalle truppe federali, nell’era zarista i russi trasferiti in Siberia erano per lo più galeotti o rivoluzionari confinati, avventurieri o pochi coloni particolarmente audaci. Categorie alle quali, nell’era sovietica, si aggiunsero soprattutto i militari mandati per garantire un minimo di sicurezza esterna, prima e dopo la ‘grande guerra patriottica’ che pure vide l’URSS vittoriosa sul nazismo assurgere al rango di superpotenza mondiale, in rotta però con gli USA e poi anche con la Cina benchè ugualmente comunista.

In tali condizioni era difficile che la colonizzazione assumesse proporzioni massicce per quanto, a tratti, in vario modo incentivata. L’attuale Estremo Oriente, ossia uno dei nove ‘distretti federali’, con capoluogo Chabarovsk, che compongono la Federazione russa (e formato a sua volta da altrettante regioni o loro equivalenti, compresa quella autonoma ebraica), pur essendo il più vasto di tutti, è rimasto tuttora il più disabitato, col suo unico abitante per chilometro quadrato.

E anzi, nel giro di un ventennio dopo il collasso dell’URSS, la sua popolazione si è ridotta del 22%, a causa del calo delle nascite e di un’emigrazione solo rallentatasi negli ultimi otto anni, che hanno visto un’ulteriore diminuzione da 6,4 a 6,1 milioni di persone nonostante l’assegnazione al distretto di una priorità nazionale con conseguente comparsa di nuove produzioni e infrastrutture nonché l’introduzione di incentivi alla natalità, come ad esempio un sussidio di un milione di rubli per l’acquisto di un’automobile concesso a famiglie con almeno cinque figli.

Il programma governativo prevede il recupero dell’ultima perdita demografica entro il 2025 e si conta molto, per riuscirci, sull’offerta gratuita di un ettaro di terra a chiunque intenda trasferirsi nella regione per coltivarla, abitarci o aprirvi un’attività, compresi russi a suo tempo emigrati all’estero e disposti a rimpatriare. A quanto pare, il progetto comincia a funzionare, come dimostrerebbe fra l’altro la nascita, per la prima volta da decenni, di due nuovi centri abitati nell’isola di Sachalin e nella zona costiera di Chabarovsk.

Promuovere oltre al popolamento lo sviluppo della produzione agricola, però, naturalmente non basta, anche se l’agricoltura sta molto aiutando il governo centrale, con le sue esportazioni, a far quadrare i conti pubblici in una fase di ripresa dalla recessione ancora piuttosto fiacca. La Russia, obiettano gli esperti, non è più quella di un secolo fa quando i contadini costituivano l’85% della popolazione, mentre oggi tre quarti di essa vivono in città.

A ciò si replica che nell’ultimo quinquennio, grazie alla propulsione governativa, la produzione industriale è aumentata del 22%, sono sorte 130 nuove imprese creando 16 mila posti di lavoro e sono stati attratti investimenti privati per una cifra (record per la Russia) pari a 18,4 miliardi di dollari. Gli investimenti stranieri, poi, sono cresciuti addirittura di 15 volte, passando dal 2% al 30% del totale nazionale: il dato più promettente di tutti per il prossimo futuro.

Nonostante la priorità assegnata al distretto, la quota del suo PIL sul totale nazionale permane tuttavia bassa e stenta a salire: intorno al 4-5% all’inizio del secolo, è tuttora inferiore al 6%. Per sollevarla più rapidamente occorre potenziare, insieme all’industria, i servizi, i commerci e i trasporti, e gli investimenti a tale scopo in effetti non scarseggiano, anche in megaprogetti di prestigio già realizzati come i due imponenti ponti di Vladivostok, sul modello San Francisco.

Sempre in adempimento della direttiva putiniana di attirare ‘il vento cinese sulle nostre vele’, hanno visto altresì la luce zone e porti franchi, un porto spaziale da 4 miliardi di dollari aperto nel 2016, nuovi cantieri navali e una fabbrica di nuovissimi superreattori Suchoj con connesso arrivo di basi d’appoggio per Aeroflot, mentre sulle rive dell’Amur si costruisce il più grosso impianto nazionale per la trasformazione del gas.

Non manca neppure ‘Mamont’, un progetto tanto ambizioso quanto suggestivo nel campo della genetica. Si tratta nientemeno che di clonare un mammut, animale preistorico che frequentava l’Estremo Oriente diecimila anni or sono e del quale rimangono abbondanti tracce specialmente nella sconfinata e ultragelida Jacuzia. Divenuto uno dei simboli dell’intero distretto, la sua reviviscenza artificiale conferirebbe evidentemente un singolare lustro anche alla vocazione scientifica regionale.  

Quanto alle esigenze della popolazione, che vanta retribuzioni relativamente elevate ma soffre per un persistente carovita superiore alla media nazionale, si va loro incontro con quasi duecento progetti di infrastrutture sociali’ (scuole e asili, ospedali e strade, centri culturali e sportivi) da attuare entro il 2020. Di esigenze anche meno elementari i locali reclamano da tempo, e spesso assai vivacemente, un’adeguata soddisfazione, ribellandosi ad esempio alla tentata imposizione di acquistare auto russe anziché giapponesi, oltre a lamentarsi, magari alquanto a torto, per l’asserita indifferenza di Mosca nei loro confronti e a bocciare clamorosamente i candidati del partito dominante come è accaduto nelle recenti elezioni amministrative.

Circa le prospettive dell’impegno a favore del territorio che mostrano di profondere, e comunque reclamizzano senza risparmio, Putin e i suoi collaboratori, si è pronunciato con un certo ottimismo, forse non solo ex officio, il nuovo ministro federale per lo sviluppo economico dell’Estremo Oriente Aleksandr Kozlov, nativo di Sachalin e circa coetaneo di Luigi Di Maio ma già sindaco di Blagoveshcensk (dal 2014) nonchè governatore dell’Amur (dal 2015). Una carriera fulminea, dunque, verosimilmente propiziata dalla piena fiducia di Putin, si vedrà quanto ben riposta, per un incarico così importante.

In recenti interviste, Kozlov non si è però limitato a promettere implicitamente di dimostrarsene meritevole. Ha infatti condizionato in certo qual modo tale promessa sottolineando che, finora, l’inevitabile rischio dei necessari investimenti è stato affrontato soltanto da grandi imprese, spesso classificate come private benchè con partecipazione statale, e comunque sostenute politicamente dal Cremlino, avvertendo che «ciò è chiaramente insufficiente ai fini di una crescita economica a tutto campo, che richiede piuttosto lo sviluppo delle piccole e medie imprese».

In tal modo, il giovane ministro ha dato la chiara impressione di schierarsi, anche al di là e al di sopra della problematica regionale, dalla parte di quanti, a Mosca, premono sul ‘nuovo zar’ a favore di una soluzione antistatalistica, o quanto meno moderatrice dello statalismo sinora imperante, con annesso clientelismo, della questione più attuale ed aperta in campo economico. Se questa fazione riuscirà a prevalere, il Dalnij Vostok sarà sicuramente uno dei maggiori beneficiari, e fors’anche il principale, dal punto di vista del più diretto responsabile della sua gestione.

Uno dei perché lo si ritrova in un’altra affermazione di Kozlov. A suo avviso, infatti, i più ampi obiettivi geopolitici perseguiti dal Cremlino nella regione e intorno ad essa non possono essere raggiunti senza una sua ‘reale crescita economica’, ma, inversamente, lo sviluppo regionale dipenderà in primo luogo, nei tempi medio-lunghi, dalle più ampie scelte geostrategiche, cioè geopolitiche ma anche geoeconomiche, di Mosca.

Come dire, insomma, che lo sviluppo dell’Estremo Oriente russo necessiterà di una multiforme e sostanziosa collaborazione con i grandi e meno grandi Paesi vicini, generalmente più avanzati e meglio attrezzati della Russia. Ai quali, del resto, la gente di Chabarovsk e Vladivostok guarda sotto vari aspetti più che a Mosca. Al tempo stesso, tale collaborazione, auspicabile anche su scala ben più vasta e per una varietà di ragioni, può dispiegarsi fruttuosamente solo sulla base dell’indispensabile e sano sviluppo della regione russa più direttamente interessata.

Si dà ora il caso che in entrambe le direzioni la Russia e Putin personalmente di stiano muovendo con apparente risolutezza e con particolare impegno e risonanza sul fronte esterno, in un quadro attuale tanto favorevole, si direbbe, quanto inevitabilmente complesso soprattutto sotto il profilo politico. Questa però è una problematica in parte distinta che richiede uno specifico approfondimento.   

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