mercoledì, Settembre 22

Per business e passione

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“Le cose le si fa con quello che si ha, non di certo con quello che si vorrebbe”, il tono è quello fiero dei piccoli imprenditori venuti su con un’idea e tanto entusiasmo. Lo sguardo è quello di chi vive in nome di una passione.

Alessio Manzo, 26 anni, titolare assieme al socio Gaetano Pellecchia del birrificio ‘lievito e nuvole’, è un ragazzo che al gusto mieloso della retorica preferisce molto più quello deciso del pragmatismo.

“La mia avventura nel mondo delle birre artigianali è nata un po’ per gioco e un po’ per business” Manzo, due anni fa grazie ad un finanziamento erogato dall’Unione Europea è riuscito a mettere su la sua piccola azienda in grado di produrre dai 50 ai 60 mila litri di birra l’anno. Incontriamo Manzo in un bar, al tavolo, neanche a dirlo, una bottiglia di birra artigianale della sua azienda. “E’ un prodotto di nicchia ma quando riesce e ha successo, la soddisfazione è immensa”.

Il nostro è uno dei tantissimi birrai italiani che negli ultimi 15 anni hanno deciso di trasformare la propria passione in business. Da un prodotto prettamente amatoriale ad uno artigianale. Il passo sembra  breve ma in realtà conta molto il talento e lo studio.

“Ogni birra prima di essere commercializzata ha bisogno di uno studio e di test, senza dimenticare che, per chi decide di darsi al commercio è imprescindibile la cura del marketing”.

“Non a caso come ci spiega lui stesso” maneggiando con cura la bottiglia da 75 cl, “stiamo pensando di produrne anche una da 33 cl destinata alla grande distribuzione”. Sì perché come lui stesso spiega non “è sempre facile trovare un potenziale acquirente disposto a pagare 13 euro una bottiglia di birra”.

Costi elevati, quelli che fanno capo alle birre artigianali,  frutto anche di una politica fiscale posta dal governo che premia molto più i produttori di vino che quelli di birra.

Infatti nonostante l’ottima performance anche in tempi di crisi dal 2003 al 2013 l’accisa sulla birra è aumentata del 93%. Si supera il 96% se si include anche l’innalzamento dell’Iva dal 20 al 22%. L’ultimo step di gennaio 2015 ha portato la tassazione da 2,7 euro per ettolitro/grado-plato a 3,04 euro. Su un litro di birra da 1euro e 80 centesimi 30 sono di accise, 30 di Iva. Si arriva così ad un 40% di tassazione.

Per cogliere davvero il senso di quanto lo Stato possa in qualche modo pesare sul sistema è doveroso dare un’occhiata a quanto avviene oltre confine.

In Germania le accise sono 4 volte inferiori alle nostre, in Spagna 3. Discorso totalmente diverso per il vino, che per fare un esempio, non paga accise e ha anche aiuti statali ed europei.

Un intervento talmente invasivo quello posto in essere dallo Stato da frenare lo sviluppo del settore.

Secondo uno studio commissionato da Assobirra, se l’Italia adottasse la tassazione tedesca avremmo 20 posti di lavoro in più al giorno e 7mila all’anno. Posti di lavoro che hanno la capacità di generarne molti altri, per ogni occupato nell’industria se ne creano 24,5 nell’ospitalità, 1 in agricoltura, 1,3 nell’imballaggio e marketing, 1,2 nella distribuzione. E con meno tasse si avrebbe anche il rientro dei 2.400 esuberi causati dal nuovo regime d’imposta e i 1200 persi finora.

“La mia piccola azienda è in crescita, a breve sicuramente assumerò qualcuno ma di certo non potrò andare oltre l’unità; discorso totalmente diverso se lo Stato mi venisse incontro decidendo di allentare la pressione”.

Costi elevati manche un settore di mercato che con il passare degli anni sta diventando sempre più saturo. Oggi il mercato delle birre è composto per l’80% da prodotti commerciali di bassa e media qualità e dal 20% da prodotti artigianali o cosiddetti di nicchia destinati ad una clientela ristretta. Il problema però così come dice Manzo è che ci sono oltre 4 mila birrai che cercano di contendersi questo segmento con risultati che “non sempre sono dei migliori”.

I minuti passano e tra un sorso e l’altro, vedere questo birraio del XXI secolo osservare quello che lui non senza un pizzico d’enfasi definisce ‘sua figlia’ non può che smentire tutti i luoghi comuni sui giovani. “Personalmente”  dice “mi sento solo più fortunato rispetto a tanti miei coetanei. Spesso” spiega “nonostante siano laureati e specializzati in settori totalmente diversi dal mio, mi chiedono di darmi una mano in azienda guadagnando non più di 40 euro al dì. Ecco tutto questo lo trovo inaccettabile”.

Se poi gli si chiede come immagina il proprio futuro, lui che a 26 anni è già un piccolo imprenditore: la risposta è in linea con i tempi che corrono. “Non escludo di poter far anche altro nella vita, mi manca un solo esame per la laurea triennale in economia, poi chissà…” La stoffa per arrivare lontano c’è, il fiuto per gli affari anche, l’ambizione pure. Peccato però che sia nato in Italia.

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